Brescia, qualche anno fa
Il 28 Novembre, alle 8 e 30, un venerdì, il giudice O. salutò con un bacio sua moglie e, come tutti i giorni della settimana, uscì dal suo appartamento al settimo piano di un condominio in via Crocefissa di Rosa per recarsi al tribunale. I due figli di 14 e 16 anni erano già usciti per andare a scuola, al Liceo Calini.
Il giudice, di 45 anni, era vestito con pantaloni di velluto a coste di colore blu con risvolto , una giacca di cachemire grigia, camicia bianca, cravatta blu con pallini bianchi, comode scarpe da passeggio Frau con i lacci e un soprabito di piumino blu scuro marca Herno.
Nell’ascensore fece il tragitto verso il piano terra in compagnia della condòmina del sesto piano, la dottoressa S., pediatra in servizio all’Ospedale Civile. I due si salutarono cordialmente.
Il magistrato raggiunse il palazzo di giustizia, in via Lattanzio Gambara, con il suo SUV, un Toyota di tre anni prima. Entrò dalla parte riservata al personale e lì posteggiò al suo solito posto. Recava con sé una borsa di pelle contenente i suoi appunti per le udienze della giornata, che si sarebbero svolte dalle 9 in avanti alla 1° sezione del Giudice Monocratico, che lui avrebbe dovuto presiedere.
Le udienze riguardavano tre processi penali: uno per un infortunio sul lavoro che aveva causato lo schiacciamento di una mano di un operaio che lavorava a una pressa in uno stabilimento di Nave, uno per diffamazione di un medico della Poliambulanza a mezzo diffusione di insulti sui social media, un terzo per mancato pagamento dell’IVA da parte di una società di Lumezzane.
Erano stati convocati gli imputati, i testimoni e i consulenti tecnici.
Normalmente il giudice O., prima di andare in udienza dal suo ufficio, vestito della sua toga, beveva un caffè al bar del Tribunale, posto a piano terra, ove si tratteneva quanto bastava per due chiacchiere con un collega o un avvocato, e così fece anche quel giorno.
Alle 9 in punto la sua aula, non troppo grande, era gremita di tutti gli attori dei processi: pubblico ministero, imputati, avvocati, praticanti degli studi legali, cancelliere; i fascicoli processuali lo attendevano sulla scrivania, rialzata rispetto alla platea.
Alle 9 e 10 il giudice O. non era ancora entrato in aula dalla porta posteriore.
Alle 9 e 30 qualche avvocato iniziò a lamentarsi per l’insolito ritardo e il cancelliere venne mandato a furor di popolo in esplorazione. Questi tornò dopo altri dieci minuti, allargando le braccia, non avendo trovato da alcuna parte il giudice O.
Alle dieci, dopo un’inutile attesa, fu dato l’allarme generale: del giudice O. si era persa ogni traccia. I carabinieri presenti nel palazzo iniziarono una completa perlustrazione dell’edificio, bagni compresi, caso mai il giudice si fosse sentito male.
Niente.
Il cancelliere continuava a digitare il numero di cellulare del giudice, ma la risposta era sempre la stessa: il telefono poteva essere spento o non raggiungibile, con preghiera di riprovare più tardi.
Si cercarono notizie del giudice O. a casa sua, ma la moglie, messa in stato di agitazione dalla telefonata, confermò soltanto l’uscita del marito al solito orario.
La Toyota del giudice era sempre parcheggiata all’interno del palazzo.
Un giudice che scompare di punto in bianco non è affar da poco conto, e da lì in avanti iniziò la mobilitazione generale di tutte le forze dell’ordine bresciane perché si dedicassero alla sua ricerca.
Il comandante della Legione dei Carabinieri si recò in via Crocefissa di Rosa e interrogò la moglie del giudice.
Aveva notato qualcosa di strano ultimamente? No, che lei sapesse.
Aveva ricevuto minacce di qualsiasi tipo? No, che lei sapesse.
C’era qualche problema nel loro rapporto? No, che lei sapesse.
I suoi effetti personali erano tutti al loro posto? Sì, credeva.
Aveva problemi finanziari? No, che lei sapesse.
Con doverose scuse, aveva un’amante? No, che lei sapesse.
Andava d’accordo con i figli? Sì, almeno lei pensava.
Aveva problemi di salute gravi? No, che lei sapesse.
Aveva manifestato o ventilato insoddisfazione per la sua vita e desiderio di cambiarla radicalmente? No, che lei sapesse.
Era depresso? No, che lei sapesse.
C’era qualche processo che destava in lui qualche preoccupazione? No, che lei sapesse.
Aveva un’arma? No, che lei sapesse.
Aveva amici intimi che frequentava spesso? No, che lei sapesse, frequentava per lo più i suoi colleghi.
Il comandante non poté fare a meno di pensare che questa moglie conosceva ben poco suo marito. Venne dunque eseguita un’approfondita perquisizione dell’appartamento, che tuttavia non portò al ritrovamento di alcunché che potesse essere collegato all’improvvisa scomparsa.
Da parte loro, il Presidente del Tribunale e il Presidente della Corte di Appello convocarono i colleghi più stretti e i collaboratori del giudice O. e posero loro più o meno le stesse domande che erano state poste alla moglie, ottenendo le stesse risposte.
Tutti i processi del giudice O. vennero rinviati a nuovo ruolo.
Dall’unico conto corrente del giudice O., che portava un saldo attivo di 34.567 euro, non erano state prelevate somme di rilievo. Due o tre bancomat al mese, tra i 50 e i 100 euro.
Passavano le ore e la notizia della scomparsa del giudice O. arrivò alle orecchie dei giornalisti, che prepararono i loro pezzi da pubblicare il giorno dopo.
Sui social già giravano fotografie del giudice O., con la dicitura: Chi l’ha visto?
Verso sera un barista che gestiva un locale nei pressi del Tribunale chiamò i Carabinieri per avvisarli che nel bar era stata abbandonata una borsa di pelle che non osava toccare, per timore che contenesse un congegno esplosivo.
Arrivarono gli artificieri e, con ogni precauzione, aprirono la borsa, ove trovarono gli appunti e il telefono spento del giudice O.
No, il barista non era in grado di dire chi avesse abbandonato la borsa e quando.
Una squadra della polizia scientifica venne mandata al bar per cercare tracce di impronte digitali e di DNA sulla borsa, sulla sedia e sul tavolino addossata al quale la borsa era stata trovata. Il barista aveva ripulito più volte quel tavolino e quindi non vi era nulla da trovare; la sedia era piena di impronte che sarebbero state comparate con quelle presenti negli archivi; sulla borsa e sul telefono vennero trovate impronte e DNA solo dello scomparso.
Mentre la moglie e i figli del giudice O. rimanevano in ansiosa attesa di notizie, si iniziò a pensare a un rapimento e vennero istituiti, un po’ tardivamente per la verità, posti di blocco ad ogni strada che usciva da Brescia, alla stazione dei treni, agli ingressi della metropolitana e alla stazione delle corriere. Il tutto senza molta convinzione, perché di certo la famiglia del giudice O. non era ricca, a meno che il presunto rapimento non fosse opera di un gruppo di estremisti a scopo dimostrativo.
Nessuno rivendicò alcun rapimento.
Squadre di agenti e volontari girarono per la città con la fotografia del giudice O., che veniva mostrata a più persone possibili, soprattutto nei locali pubblici.
Giunse infine la notte e non venne trovato il benché minimo indizio della presenza del giudice O. in alcun luogo di Brescia, dal momento in cui era stato visto per l’ultima volta parlare al bar del Tribunale con l’avvocato Alfredo Mariani, suo abituale interlocutore in materia di calcio, l’uno interista, l’altro milanista.
Dal giorno dopo le ricerche del giudice O. vennero estese in tutta Italia, senza alcun risultato.
Le fotografie del giudice O. vennero inviate a tutti i posti di frontiera, aeroporti e porti, ma nessuno lo riconobbe.
Intanto fioccavano le telefonate rivolte a forze dell’ordine e giornali con le quali persone di ogni genere davano contezza di aver visto il giudice O. nei luoghi più disparati: chi allo stadio di San Siro durante un derby, chi al Pantheon a Roma in muta ammirazione della tomba di Raffaello, chi nella pineta di Milano Marittima, chi sulla spiaggia del Poetto a Cagliari, chi sulle piste di Cervinia. Alcuni mandavano anche delle fotografie scattate con il cellulare che ritraevano persone neppur vagamente somiglianti al giudice O.
Ogni tanto veniva ritrovato in qualche parte di Italia un cadavere senza nome e ogni volta si cercava un punto di collegamento con il giudice O., ma invano.
Passarono dunque i giorni, le settimane, i mesi e gli anni: il mistero aveva ormai avvolto la scomparsa e i giornali ne parlavano sempre meno. Nessuno poteva sapere se fosse dovuta a un gesto volontario o a una disgrazia.
Le ricerche cessarono e quelli che erano rimasti senza marito, senza padre e senza collega continuarono a vivere la loro vita in assenza del giudice O.
La moglie percepiva una parte dello stipendio del marito scomparso, ma non ancora dichiarato morto, e si era anche trovata un lavoro part-time come aiutante in una boutique che un’amica possedeva in centro, in corso Palestro.
L’appartamento in cui abitava era di proprietà del marito, ricevuto in eredità dai suoi genitori, che non aveva fratelli o sorelle.
I figli del giudice O. terminarono il liceo scientifico e il maggiore si iscrisse a ingegneria all’Università di Brescia, e il minore a giurisprudenza, sempre a Brescia, continuando a vivere con la madre.
Dopo un certo periodo, di tanto in tanto, un signore amico della madre veniva a vedere la televisione a casa loro, anche quando i fratelli erano fuori per qualche festa o discoteca.
Brescia, qualche anno dopo
Nel passaggio che da piazza Vittoria, tramite una scala, conduce ai portici di via X Giornate e all’Hotel Vittoria, di fronte a quello che una volta era il cinema Adria, era sistemata una corta scala che scendeva in basso, non si sa verso dove. La scala in questione era spesso utilizzata da barboni di varie nazionalità come succursale gratuita dell’Hotel Vittoria, e l’arredamento cambiava in ragione di chi ne era temporaneamente ospite. Era un angolo tranquillo, piuttosto scuro, al coperto, riparato dalle correnti d’aria, che tra piazza Vittoria e Piazza Duomo soffiavano con una certa violenza.
I barboni non davano fastidio a nessuno. Si preparavano la camera da letto con cartoni e sacchi a pelo, dormivano e il mattino dopo, a orari diversi che dipendevano da quanto avevano bevuto la sera precedente, levavano le tende, se così si può dire.
La sera del 28 novembre di quell’anno, il già conte – a sentir lui – Aristide Bonaiuti di Bellosguardo, noto ai suoi amici con il nomignolo di “Orbino”, in quanto aveva una benda nera sull’occhio sinistro, fece il suo ingresso nello spiazzo ove era sistemata la sua camera da letto in fondo alla citata corta scala, recando tra le braccia il suo arredamento, costituito da pezzi di cartone, un sacco a pelo e una coperta azzurra, non troppo pulita per la verità.
Con sua somma sorpresa, dato il suo rango, trovò la sua camera occupata da un altro barbone, per di più sconosciuto, che stava sbucciandosi una mela con un coltellino cinese multiuso.
Non a caso i barboni si chiamano così, in quanto sono ben pochi quelli che si rasano tutti i giorni, per ovvi motivi di scarsità di specchi sulle pubbliche fontanelle. Il nuovo inquilino non differiva dagli altri, anche se la sua barba, a onor del vero, appariva più curata di quella dei suoi colleghi.
Il conte Aristide mise in atto una delle pièce del suo vasto repertorio recitativo: «Ordunque signore, ignorate che questa camera da letto appartiene a me da tempo immemorabile, come tutti sanno in questa città abitata da gente onesta e parsimoniosa? Io sono il conte Aristide Bonaiuti di Bellosguardo e reclamo i miei possedimenti».
L’usurpatore non si fece intimorire da cotanta tracotanza e gli rispose: «Il Bellosguardo lo avrete avuto una volta, ma ora con quella benda nera sull’occhio sembrate più un pirata che un nobiluomo. Non vedo targhe o cartelli su questa scala che sanciscano il vostro preteso diritto. Ma non temete, io sono di buona disposizione, per cui vi prego di accomodarvi vicino a me e di farmi l’onore di accettare il bicchiere della staffa. Dove c’è posto per uno, c’è posto per due».
Orbino fu preso in contropiede: credeva di avere a che fare con un bifolco qualunque e invece quell’uomo non solo si esprimeva con le dovute maniere, ma gli aveva anche offerto da bere. Sarebbe stato un atto scortese per un gentiluomo del suo rango rifiutare l’offerta.
Fu così che quella notte i due rispettabili barboni condivisero i piaceri della mensa e dell’alloggio, scambiandosi pane, formaggio, salame e frutta e riscaldandosi l’un l’altro con il tepore dei rispettivi corpi e con un goccetto di Vecchia Romagna Etichetta Nera qua e là.
Vista la sintonia creata dalla comune padronanza della lingua italiana, i due intavolarono anche una conversazione amichevole in attesa del sonno ristoratore.
Iniziò il conte: «Orbene ditemi, non vi ho mai visto prima, e sì che conosco tutti i giramondo di Brescia. Donde venite?».
«Se proprio lo volete sapere provengo dalla Sicilia, e in particolare da Palermo, ove abitavo in un posto chiamato “Ucciardone”, che altro non è che il carcere di quella città».
Il conte si mostrò sbalordito: «Come può essere, una persona par vostra in carcere? Dev’essere stato un errore giudiziario».
«Nient’affatto, ero colpevole: ho commesso una rapina a una banca».
«Voi? Non posso crederci. E come avete fatto a farvi prendere?».
«Facile. Sono entrato in una banca di quelle piccole, mi sono avvicinato alla cassa e ho detto al cassiere: Questa è una rapina, datemi subito mille euro. Tenevo le mani in tasca come se avessi un’arma che non avevo, e il cassiere mi ha contato mille euro in venti pezzi da cinquanta e me li ha passati. Poi sono uscito e mi sono seduto su una panchina di fronte alla banca in attesa della polizia, che è arrivata dopo dieci minuti a sirene spiegate. Mi hanno trovato addosso i mille euro, il cassiere mi ha riconosciuto e sono stato arrestato».
«Ma… non capisco: volevate farvi arrestare?».
«Esattamente».
«E vi hanno dato due anni?».
«Sì. Non troppi, in fondo, considerato che non ho mai risposto a una domanda e non avevo documenti. Non ho detto loro neppure il mio nome. Il processo me l’hanno fatto dopo otto mesi e il giudice, una ragazzina dallo sguardo gentile, è stata clemente: mi ha dato le attenuanti generiche anche se il mio avvocato d’ufficio neppure le aveva chieste. E ora che ho scontato la mia pena, eccomi qua: sono tornato a casa».
«A casa, avete detto? Intendete questa casa?».
«No di certo, in questa città di Brescia io ho la mia casa, ci ho sempre abitato e lavorato, ho ancora moglie, forse, e due figli».
«Voi mi confondete, signore. Com’è possibile che da Brescia, con una famiglia e con un lavoro, voi siate finito a Palermo per farvi arrestare di proposito e nulla abbiate fatto per evitare la condanna? Avevate forse perso il senno? A volte capita. Io, per esempio, sono stato così dissennato da aver perso una fortuna al gioco e mi sono ritrovato per strada da un giorno all’altro, abbandonato da tutti».
«A voi che siete un uomo di mondo lo posso confidare, tanto tra qualche giorno lo sapranno tutti… Ma voi mi siete simpatico: sarete il primo e ve ne potrete vantare. Anzi, vi dico sin d’ora che per voi ci sarà posto nelle mie memorie».
Il conte “Orbino” moriva dalla curiosità e, per calmarsi, bevve un lungo sorso del brandy che crea un’atmosfera. «Confidatevi, dunque!».
«Dovete sapere, signor conte, che io mi chiamo Roberto Occhipinti, sono nato a Brescia da genitori siciliani e qui mi sono sposato e ho creato una famiglia. Di lavoro facevo il giudice in Tribunale, e ho mandato in galera centinaia di persone, senza il minimo rimpianto o emozione. La notte dormivo beato e non pensavo mai a quelli che avevo mandato in carcere, anche se a volte, devo dire, forse qualcuno l’avrei potuto assolvere. Ma ero fatto così: nel dubbio condannavo lo stesso. Però un giorno mi sono imbattuto in un processo particolare: ho mandato in carcere un uomo accusato di molestie sessuali che ero certo fosse innocente, non vi era alcun dubbio nel mio animo; e da quella notte lo sguardo perplesso e sofferente di quell’uomo quando ho pronunciato la sentenza che lo condannava mi ha perseguitato. Per la prima volta in vita mia mi sono chiesto che cosa si provasse a vivere in un carcere, a perdere la libertà, a essere umiliato davanti alla propria famiglia e agli amici, a rispondere sempre signorsì e a non potersi mai ribellare ad alcun abuso. Io non sono mai stato dentro un carcere, e così tutti i miei colleghi. Noi vediamo solo la stanzetta degli interrogatori. Lo confesso: ho avuto una crisi di coscienza. Questa crisi pian piano mi ha fatto risolvere a sparire dalla circolazione, e per un po’ ho anche assaporato una libertà mai goduta prima, durante il mio viaggio in incognito da Brescia a Palermo, molto del quale a piedi, dormendo sulle spiagge o nei boschi e mangiando quello che mi passavano persone gentili, in gran parte gente semplice. Poi, arrivato a Palermo, mi sono deciso e ho commesso la mia prima rapina a mano disarmata».
«E in carcere come siete stato?».
«Voi pensate al peggio che potrebbe capitarvi in un carcere: io l’ho subìto, tranne la sodomia, per mia fortuna. Si vede che non sono abbastanza attraente».
«E adesso, che farete?».
«Un bel po’ di casino, se mi passate il termine. Interviste, giornali, televisioni e un libro che ho già scritto. Il titolo è pronto: La giustizia passa dal carcere. Beh, buona notte, domani avrò una giornata faticosa. Ogni tanto verrò a trovarvi per fare due chiacchiere, se a voi non dispiace, e mi racconterete la vostra storia».
«Ma certo che non mi dispiace, Signor Giudice».
«Cos’è questo nuovo tono di deferenza che avete assunto nei miei confronti? Era meglio prima, quando eravamo due barboni della stessa risma. Io sono un cittadino come voi, solo che facevo un lavoro che molte volte non mi ha fatto onore. Quindi tra me e voi niente Signor Giudice: io sono tornato a essere solo Roberto».





















