Il romanzo si apre come un enigma elegante e si trasforma lentamente in un sogno febbrile, inquietante, quasi claustrofobico. Pubblicato nel 1926, è una delle opere più emblematiche di Edogawa Ranpo, maestro indiscusso del mystery giapponese e cantore ossessivo dei lati deformi del desiderio, dell’identità e dell’illusione.
La storia prende avvio da un’idea apparentemente semplice, e già profondamente perturbante: un uomo mediocre, povero e dimenticato dal mondo scopre che è appena morto un suo ex compagno di scuola di cui è il sosia perfetto. Da qui nasce un piano che è insieme truffa, resurrezione e atto creativo estremo. Assumere l’identità dell’altro non significa solo ereditarne il nome e il patrimonio, ma anche realizzare un progetto visionario rimasto incompiuto: la costruzione di un’isola artificiale, Panorama, concepita come opera d’arte totale, come spazio in cui il reale venga piegato al capriccio dell’immaginazione.
Ma l’isola – e questo Ranpo lo suggerisce fin dalle prime pagine – non è solo un luogo. È una mente estroflessa, un labirinto di specchi, una messa in scena del desiderio assoluto. Il suo creatore si comporta come un demiurgo capriccioso, deciso a rifare il mondo secondo un’estetica personale e ossessiva, ignorando ogni limite morale, umano, persino fisico. L’utopia diventa così una trappola, un teatro in cui bellezza e mostruosità coincidono, e in cui l’identità rubata inizia a reclamare il proprio prezzo.
Con una scrittura limpida e al tempo stesso carica d’inquietudine, Ranpo ci accompagna in una discesa graduale, ma mai urlata, verso l’abisso. La strana storia dell’isola Panorama non è soltanto un racconto d’impostura o un romanzo di suspense: è una riflessione sull’arte come menzogna assoluta, sul desiderio di fuga dalla mediocrità e sul sottile confine che separa la creazione dalla distruzione. Un’isola che promette il paradiso e restituisce qualcosa di molto più simile a un incubo lucidissimo, da cui è difficile – e non desiderabile – svegliarsi.





















