Cinzia Petri – Variazioni sostanziali

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Gloria si concentrò sul trafiletto che informava delle presunte responsabilità del Sindaco in un broglio elettorale. Tutti uguali, e ancora le stesse notizie del giorno prima.
Sbuffò. Finì di leggere le notizie sul quotidiano che Giancarlo le aveva lasciato, come ogni mattino, sulla soglia. Senza il biglietto però, né il cornetto al cioccolato della pasticceria all’angolo.
Prese uno yogurt magro dal frigo. Mentre ingoiava il composto molle pensò alla placenta da cui aveva estratto il suo secondo gatto. Signorina Maud era nata in una notte d’inverno, con l’erba del giardino irrigidita dal ghiaccio che luccicava sotto la luna.
Rabbrividì. Fu in quel momento che Torquato le passò davanti correndo: era blu. Aggrottò le sopracciglia, sbatté gli occhi. Doveva ancora prendere il caffè, eppure il gatto era blu.
Si alzò per prendere una boccata d’aria nel portico che precedeva il giardino. Le foglie degli olivi si dibattevano e brillavano nel vento freddo. La nottata era stata lunga e lei non era lucida. Pensò alla vicina che aveva iniziato a vedere, tutto a un tratto, strane forme davanti agli occhi. Creature che correvano con movimenti a scatto, piccoli giocattoli a carica che comparivano e scomparivano. Poi le avevano scoperto un grosso sasso rotondo proprio dentro al cervello, della forma di un’arancia, di quelle perfettamente tonde e lisce, che maturano d’inverno.
Tornò al tavolino della cucina per bere il caffè. Torquato era salito sulla sedia. Si sporse verso di lui. «Perché sei blu?».
Il gatto non rispose. Lo fissò con intensità: aveva sentito parlare di una sindrome che intaccava la percezione dei colori. Era un fatto psicologico, una specie di disturbo post-traumatico. Si toccò la testa: nessun boccio, nessuna ammaccatura. Intorno a lei, tutto era semplicemente come sempre, come ogni giorno, uguale al precedente e a quello successivo. Svegliarsi, prendere il quotidiano e la pasta, prepararsi un caffè, nutrire i gatti. I gatti, già. Ma dove diavolo si era cacciata Signorina Maud? Tirò indietro la sedia con uno scatto e Torquato balzò a terra per rintanarsi sotto al divano.
«Signorina Maud!» gridò Gloria. Ispezionò con lo sguardo l’intero ambiente. Che fosse rimasta chiusa nella rimessa in fondo al giardino?
Si avviò di nuovo a grandi passi verso il porticato e poi ancora avanti. Aprì la porta del rimessaggio. Attrezzi, attrezzi, attrezzi. Nessun gatto.
Si portò la mano alla fronte; iniziava a sentirsi strana. Aveva freddo.
Alzarsi e prendere il giornale, pasta, caffè, dare le crocchette ai gatti. Vivere, respirare, vivere, fare. Dormire poco e male, giorno dopo giorno. Essere svegliata da una gatta che adesso era sparita. E uno dei gatti era diventato blu. Signorina Maud, invece, di che colore era? Pensò alle arance sode e succose. Aveva fame adesso, senza quel cornetto al cioccolato con la sfoglia che odorava di burro e la crema che sapeva di felicità. Solo yogurt, mentre lei voleva un cornetto. E la sua gatta. Che fatica vivere, fare, sveglia giornale caffè gatti e giardino. Perché mancava la pasta, quella mattina?
Era andato tutto storto, tutto quanto, a partire dai brogli elettorali del Sindaco o forse anche prima, dalla notte passata male, con il cervello che assorbiva le vibrazioni del tagliaerba che aveva usato nel pomeriggio. Non succedeva mai, era Giancarlo a sistemare il suo giardino. Poi la mattina le lasciava pasta e giornale, sempre. Certe volte un biglietto. Tagliava l’erba e sistemava le siepi, potava gli olivi. Non si fermava a fare colazione con lei, doveva lavorare.
Gloria si stese sul prato, dove l’erba era bassa e ordinata, bagnata contro la sua schiena. Chiuse gli occhi.
Li aveva visti baciarsi dentro alla macchina, la mattina prima. Giancarlo le aveva lasciato pasta e giornale, era rientrato di fretta in macchina e lo aveva visto infilare la lingua in bocca alla ragazza che era con lui. Lei aveva piegato la testa all’indietro esponendo il seno dentro all’abitacolo. Giancarlo glielo aveva spremuto tra le mani come se fosse una grossa arancia, simile a quella che la vicina aveva in testa. Gloria aveva afferrato il telefono e lo aveva chiamato, mentre lui leccava la gola della ragazza come un grosso gelato su uno stecco. Nessuna risposta.
Era uscita di casa e aveva bussato educatamente al vetro. I due erano saltati sui sedili e avevano cominciato a riabbottonarsi, poi Gloria aveva urlato e la macchina era partita sgommando. Dunque, nessuna colazione quella mattina, né la gatta. Solo Torquato color del cielo, e un cielo color gatto.
«Signorina Maud!».
La gatta le si sedette accanto, imperturbabile come se fosse sempre stata lì. Era di un bell’arancio acceso. Tutto come doveva essere: sveglia, giornale, caffè, la sua gatta preferita. E Torquato che, nella luce cruda del mattino, era di nuovo grigio fumo. Tutto al solito, tranne la pasta.

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