Un’autrice da riscoprire
A metà del secolo scorso, una signora della media borghesia, dopo anni di sudditanza al ruolo di moglie e madre, si lascia andare alla trasgressione: scrive un diario, un peccato di carta. In questo quaderno proibito, compilato nella solitudine della cucina, di nascosto dal marito e dai figli, Valeria traccia le cronache delle sue giornate e dei suoi pensieri.
Sin dalle prime pagine il romanzo si caratterizza per una patina datata ma che, lungi dall’essere un punto debole, ci catapulta in un mondo familiare e desueto, quello delle madri o delle nonne: la scena dell’incontro fra Valeria e le amiche, con il confronto fra le pellicce, ne è un momento emblematico.
Tuttavia, al di là dell’atmosfera in bianco e nero, i temi affrontati sono attuali e si riassumono nel bilancio di una vita: dal rapporto con i figli agli interrogativi posti dalla nascente emancipazione femminile, incarnata nel personaggio della figlia Mirella, all’incomunicabilità dentro la coppia. La protagonista appare intimamente combattuta fra le narrazioni che ha fatto a se stessa per tutta l’esistenza e le analisi impietose del suo io più profondo, che trova finalmente voce nel diario.
È un romanzo che ci interroga: mentre Valeria fa i conti con la propria vita, con il proprio ruolo di moglie e di madre, mentre intuiamo che un analogo bilancio viene fatto dal marito Michele, anche noi siamo posti davanti alle medesime domande. La conclusione tragica e disperata è il coerente suggello del personaggio, analizzato magistralmente nelle sue contraddizioni, nella sua evoluzione e nella caparbia rassegnazione finale; il tutto raccontato con una scrittura elegante che non cade nella trappola dell’ombelicale intimismo, ma mantiene la narrazione in equilibrio fra riflessioni e azioni.
Un’autrice raffinata, un’opera da riscoprire.





















