Heiko H. Caimi – Leggere Cioran

0
330

dedicato a Dan Maritnazzi

Sono andato in biblioteca per leggere Cioran. Mi rendo conto che già questa frase contiene una tale ingenuità che, col senno di poi, m’imbarazza. Pensavo: biblioteca, silenzio, tavolo, libro. Una concezione evidentemente ottocentesca dell’istituzione, forse ricavata da qualche incisione in cui uomini con la barba consultano incunaboli sotto lampade verdi. Avevo con me L’inconveniente di essere nati, che mi pareva una lettura adeguata al pomeriggio e, soprattutto, sufficientemente pessimista da mettermi al riparo dalle sorprese. Quando si apre Cioran, in fondo, ci si aspetta che il peggio sia già dentro il libro.
Ho scelto un posto nella sala di lettura e mi sono guardato intorno. Quasi tutti avevano davanti un tablet sul quale scrivevano con una penna finta. La penna finta è uno dei vertici raggiunti dalla civiltà contemporanea: abbiamo impiegato qualche millennio per liberarci delle tavolette e dello stilo, abbiamo inventato la carta, la stampa, la macchina per scrivere, il computer, e alla fine abbiamo costruito una tavoletta costosissima sulla quale tracciare segni con uno stilo. È come scrivere sulla carta, spiegano soddisfatti i tapini. Appunto. Anche andare a piedi è come andare sulle proprie gambe, e costa pure meno.
Mi sono seduto, ho aperto Cioran e ho cominciato a leggere.
Dopo circa trenta secondi qualcuno ha tossito. Una tosse importante, professionale, proveniente dal fondo della sala. Ho continuato. Due tavoli più avanti ha risposto un’altra tosse, più secca, quasi polemica. Poi una terza alla mia sinistra. Nel giro di cinque minuti avevo l’impressione che fosse cominciata una conversazione in codice tra reparti di pneumologia.
Mi sono guardato intorno. Nessuno sembrava preoccupato. Tossivano e digitavano, tossivano e sottolineavano, tossivano e scrivevano sulle loro tavolette elettroniche. Ogni tanto uno schermo emetteva un bip, un altro trillava, qualcosa vibrava sopra un tavolo. In compenso aleggiava nella sala un odore che avrei avuto difficoltà a definire senza ricorrere alla medicina legale: un miscuglio di corpi, vestiti, aria riciclata e quell’indefinibile sentore organico delle stanze in cui troppe persone respirano da troppo tempo.
Ho abbassato gli occhi sul libro. Cioran discettava dell’inconveniente di essere nati mentre intorno a me una ventina di persone sembrava impegnata a dimostrare l’inconveniente di continuare a vivere.
Il quarantenne davanti a me era il più generoso. Tossiva senza mettere la mano davanti alla bocca, con una fiducia nella condivisione che avrebbe commosso un teorico dei beni comuni. Ogni colpo partiva libero, democratico, privo di barriere sociali e sanitarie. Guardava il laptop e tossiva sul laptop. A un certo punto ho incominciato a osservare il suo schermo con una curiosità morbosa. Da quella distanza sembrava pulito, ma sapevo che si trattava di un’illusione ottica. Ho immaginato la superficie vista al microscopio e ho preferito tornare a Cioran, che improvvisamente mi pareva un autore allegro.
L’aria condizionata lavorava con efficienza. Aspirava, mescolava e redistribuiva. Un magnifico sistema egualitario: ciascuno metteva a disposizione degli altri ciò che aveva nei bronchi. Ho pensato che in una sala d’attesa del pronto soccorso avrei trovato più o meno la stessa situazione, con il vantaggio che almeno lì la gente avrebbe avuto una ragione ufficiale per star male. Qui invece erano venuti tutti spontaneamente. Anch’io.
Del resto, che cosa mi aspettavo? Sono entrato in una biblioteca nel 2026 con un libro di carta pretendendo silenzio, aria respirabile e una ragionevole distanza dai fluidi corporei altrui. Avrei potuto presentarmi con una marsina, chiedere un calamaio e lamentarmi perché il bibliotecario non conosceva il latino. Intorno a me si studiava seriamente: tablet, auricolari, laptop, smartphone, smartwatch, bottigliette termiche, caricabatterie, cavi, custodie, supporti inclinabili e penne elettroniche. Per leggere un testo di venti pagine ormai occorre l’equipaggiamento di una missione lunare.
Un altro accesso di tosse ha attraversato la sala. Stavolta quattro persone hanno partecipato. Il quarantenne ha dato il meglio di sé con una sequenza profonda, cavernosa, al termine della quale ha inspirato rumorosamente e ha ripreso a fissare il computer. Nessuna mano davanti alla bocca, fazzoletto o moto di vergogna. Anzi, si è nettato le labbra con un vigoroso passaggio della manica della camicia. Il suo sistema immunitario doveva avere sviluppato un concetto molto personale di politica estera.
Ho cercato di concentrarmi. Ho letto tre righe. Bip. Due righe. Tosse. Quattro righe. Vibrazione. Tosse doppia. Notifica. Raschiamento di gola. Un tizio ha trascinato una sedia per trenta centimetri producendo il rumore di un sarcofago spostato in una cripta. Una ragazza ha continuato a picchiettare la sua penna finta contro il tablet con l’espressione assorta di un copista medievale che avesse appena scoperto il Bluetooth.
Ho chiuso per un momento il libro. Forse il problema ero io. Cioran avrebbe probabilmente apprezzato la situazione più di quanto potessi fare io. Ero entrato per leggere un filosofo che aveva dedicato buona parte della propria opera a spiegare quanto fosse discutibile l’intera faccenda dell’esistenza e mi lamentavo perché l’umanità circostante forniva materiale dimostrativo gratuito. Avevo persino la prova sperimentale: nascere conduce, attraverso una serie di passaggi che la filosofia può rendere inutilmente complicati, a sedersi in una biblioteca climatizzata e ricevere in faccia l’aerosol di uno sconosciuto.
Ho riaperto il libro. Il quarantenne ha tossito ancora.
A quel punto ho pensato al cimitero. Non con intenzioni ostili, sia chiaro; piuttosto come soluzione logistica. Una bella sala di lettura al cimitero risolverebbe parecchi problemi: silenzio garantito, utenti discreti, nessuna suoneria, nessuno che scrive con la penna finta sul tablet e soprattutto pochissima tosse. Temperatura forse un po’ umida, ma ci si può vestire. Quanto ai frequentatori della biblioteca, considerando il concerto bronchiale in corso, per alcuni il trasferimento avrebbe potuto perfino essere organizzato senza eccessivo anticipo.
Poi mi sono accorto che stavo augurando, sia pure con garbo e per esigenze acustiche, la morte a una sala piena di studenti. Ho abbassato gli occhi sul libro e mi è parso che Cioran, dopo tutto, avesse avuto il buon gusto di fermarsi un passo prima: si era limitato a considerare la nascita un inconveniente, lasciando che ciascuno traesse le proprie conclusioni. Io, dopo meno di un’ora in biblioteca, ero già passato alla pianificazione cimiteriale. Evidentemente la frequentazione dei pessimisti non rende migliori; al massimo fornisce un lessico più decoroso ai propri cattivi pensieri.
Ho guardato ancora la copertina: L’inconveniente di essere nati. All’inizio del pomeriggio mi era sembrato il titolo di un libro. Adesso, tra il quarantenne che tossiva sul laptop, l’aria condizionata che distribuiva equamente il contenuto dei suoi bronchi e il sommesso picchiettare degli stili elettronici, cominciava ad assumere il carattere ben poco rassicurante di una diagnosi. Ho ripreso a leggere. Cioran, almeno, aveva il pregio di essere morto e, da morto, di non tossire.

SHARE
Articolo precedenteMichael Connelly – Avvocato di difesa
Articolo successivoAustin Wright – Tony & Susan
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025) e "Niente da salvare" (con Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web. ---------- Heiko H. Caimi, born in 1968, is a writer, screenwriter, poet, and creative writing teacher. He has worked with a number of publishers, including Mondadori, Tranchida, and abrigliasciolta. He has taught at the Egea Bookshop at Bocconi University in Milan, as well as at various schools, libraries, and cultural associations in Italy and Switzerland. Since 2013, he has served as editorial director of the literary magazine “Inkroci”. He is one of the founders and organisers of “Libri in Movimento”, a travelling literary festival. He contributed the column “Pagine in un minuto” to the news publication “InPrimis” and has also contributed to writer Barbara Garlaschelli’s blog “Sdiario”. He is the author of the novel “I predestinati” (Prospero, 2019) and has edited the short-story anthologies “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch’io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (with Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (with Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024), “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (with Giovanni Peli, Calibano, 2025), and “Niente da salvare” (with Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). His short stories have appeared in numerous anthologies and magazines, as well as online.

Lascia un commento

Scrivi un commento
Per favore inserisci qui il tuo nome

inserisci CAPTCHA *