L’assassinio di Sister George

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June Buckridge è un’attrice di mezza età che interpreta Sister George, amatissimo personaggio di una soap opera radiofonica britannica. Quando scopre che gli autori intendono eliminarla dalla trasmissione, la sua vita incomincia a sgretolarsi. Anche il rapporto tormentato con Alice, la giovane donna con cui convive, entra in crisi, soprattutto quando una dirigente dell’emittente s’intromette nella loro relazione. Gelosia, umiliazione e paura dell’abbandono precipitano June verso una dolorosa resa dei conti.

Quando L’assassinio di Sister George uscì nel 1968, Robert Aldrich aveva già dimostrato di saper affrontare i lati più sgradevoli dell’animo umano, trasformando il melodramma in un territorio di crudeltà, frustrazioni e rapporti di potere. Con questo film, tratto dalla pièce teatrale di Frank Marcus, si spinse ancora oltre, realizzando un’opera di straordinaria audacia, destinata a suscitare scandalo per la rappresentazione esplicita dell’omosessualità femminile, in un’epoca in cui il cinema mainstream preferiva ignorarla, censurarla o, peggio, ridurla a caricatura.

La relazione fra June e Alice viene raccontata senza le consuete cautele moralistiche, rappresentandone anche il lato oscuro: desiderio, dipendenza, gelosia, manipolazione e violenza psicologica. Aldrich rifiuta di idealizzare le protagoniste, preferendo concedere loro quella complessità, anche sgradevole, che il cinema aveva a lungo riservato quasi esclusivamente ai personaggi eterosessuali. La celebre sequenza erotica, che contribuì a procurare al film una classificazione restrittiva negli Stati Uniti e lunghi, provocò indignazione e tagli censori (anche in Italia), ma rappresentò una rottura significativa con le ipocrite convenzioni dell’epoca.

La grandezza del film, tuttavia, va ben oltre il suo coraggio tematico: Aldrich costruisce una riflessione feroce sull’identità, sulla vecchiaia, sull’emarginazione e sulla spietatezza dell’industria dello spettacolo, nel quale gli esseri umani vengono consumati e scartati con la stessa indifferenza riservata ai personaggi che interpretano.
La straordinaria Beryl Reid conferisce a June una disperata umanità, rendendola contemporaneamente insopportabile e commovente, mentre la regia alterna grottesco e tragedia con una libertà espressiva rarissima ed estremamente efficace.

A distanza di decenni, alcune rappresentazioni possono apparire problematiche, soprattutto per l’associazione fra omosessualità e dinamiche patologiche, ma giudicare il film prescindendo dal suo contesto storico significherebbe ignorarne la portata rivoluzionaria. Aldrich ebbe il coraggio di portare sullo schermo personaggi che il cinema preferiva lasciare nell’ombra, riconoscendo loro passioni, contraddizioni e una dolorosa dignità.

Una pietra miliare che infranse tabù profondamente radicati e dimostrò che anche ciò che la società considerava indicibile poteva diventare materia di grande cinema.

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