Quando muore una leggenda
muore una parte del tuo mondo.
Non tutto.
Un angolo.
Piccolo angolo di calcio adolescente.
Tra ciminiere e polvere di carbone,
a Piombino,
scartavi le ombre.
Le ombre dei tuoi sogni.
Fosse Mazzola,
fosse Rivera,
non aveva importanza.
Erano sogni.
Sogni di un bambino che cresceva
con gli eroi ben impressi. In mente.
Figlio di Valentino.
Valentino caduto a Superga.
Fratello di Ferruccio,
andato via prima,
meno dotato,
ma discreto calciatore.
Discreto, sì. Come si dice
per non far rumore.
Settanta volte azzurro.
La maglia azzurra.
Campione d’Europa.
Vice campione del mondo.
Ma interista. Interista a vita.
Il dieci.
Attaccato alla schiena, cucito,
nerazzurro, dal campionato Primavera.
Da sempre.
Staffette e ricordi.
Messico. Valcareggi.
Tu, in panchina, e Rivera in campo.
E viceversa.
Funamboliche serpentine.
Il Real Madrid, il Prater di Vienna,
e quella sconfitta assurda
contro la Juventus.
Solo per protesta. Solo per dire: no.
Le reti di Sandro Mazzola
erano una cosa che sapeva fare solo lui.
Funambolo.
Dicono centravanti di manovra, dicono
mezza punta. Tattica. Genio.
Ma era un modo di correre, storto,
ubriaco di vento, sull’erba verde.
E adesso piango.
Piango il calciatore simbolo
della mia infanzia.
Il condottiero di un’Inter fantastica
che aveva un Mago in panchina,
Sarti tra i pali,
Burgnich, Facchetti,
Picchi, il livornese,
Jair il portoghese,
e poi Milani e Cappellini, Gori,
Domenghini, Guarneri, Peirò.
Nomi. Nomi detti piano,
come una formazione letta alla radio.
Le serpentine di Mazzola
resteranno.
Indelebili, come diceva il maestro.
Come il rosso del tramonto sul mare,
qui, davanti,
come un sole che scompare
all’orizzonte.




















