Una vita intera può stare sul pavimento di un bagno.
Farley è caduto, forse per un ictus. È notte, è solo, non riesce a chiamare nessuno. Il corpo sembra aver deciso di abbandonarlo proprio mentre la memoria, al contrario, si mette ostinatamente al lavoro. Ma non gli restituisce un’autobiografia ordinata: gli riporta frammenti, persone, luoghi. E perdite, qualche felicità; le svolte che, quando si erano verificate, non sembravano affatto svolte.
Christine Dwyer Hickey costruisce Farley su questo movimento irregolare avanti e indietro nel tempo, dal 2010 fino all’infanzia del protagonista negli anni Quaranta. E a poco a poco accade qualcosa di singolare: l’uomo immobile sul pavimento comincia a contenere contemporaneamente tutte le proprie età. Il bambino non è scomparso nel ragazzo, il ragazzo non è scomparso nell’adulto, il vecchio non ha davvero sostituito nessuno dei precedenti: sono ancora tutti lì.
Intorno cambia Dublino. Cambiano le case, i rapporti, il lavoro, gli amori, le possibilità. La città invecchia insieme a Farley, ma con la stessa scarsa disciplina: perde qualcosa, acquista qualcos’altro, dimentica, demolisce, ricostruisce.
Non aspettatevi però una vita eccezionale. È precisamente questo il punto. Farley non deve salvare il mondo, attraversare guerre memorabili o diventare qualcuno. Semplicemente vive, e vivere significa accumulare una quantità sterminata di giorni dei quali pochissimi resteranno riconoscibili quando ci si volterà indietro. È proprio dentro questa apparente modestia che la Hickey trova una materia narrativa enorme. Perché Farley ci mette davanti a una domanda piuttosto imbarazzante: se dovessimo raccontare settant’anni della nostra esistenza scegliendo soltanto ciò che è rimasto davvero, quanto spazio ci servirebbe? E soprattutto: che cosa resterebbe?
La risposta del romanzo non è funebre, benché tutto cominci dalla possibile morte di un uomo, ma sorprendentemente luminosa. Christine Dwyer Hickey scrive della fragilità della memoria senza togliere consistenza alla vita; anzi, sembra suggerire che proprio ciò che scompare rende prezioso quello che, inspiegabilmente, rimane.
Pubblicato in Italia nella traduzione di Sabrina Campolongo, Farley è uno di quei romanzi quieti soltanto in apparenza: non alza la voce, non cerca effetti, non ha bisogno di dimostrare nulla; alla fine, però, ci accorgiamo che, mentre raccontava la vita di un uomo qualunque, stava parlando, con una precisione quasi dolorosa, anche della nostra.




















