Hai mai pensato a che cosa significhi davvero partire, lasciare tutto e andare verso l’ignoto? Non un viaggio di piacere, non una vacanza, ma l’idea vertiginosa di attraversare deserti, montagne, imperi e lingue mai sentite prima, per raggiungere un mondo che – per chi restava in Europa – era più leggenda che realtà. Ecco, il romanzo Marco Polo di Maria Bellonci ci porta proprio lì. Ma non c’è da aspettarsi solo cronache di mercanti o un freddo resoconto storico: l’autrice prende spunto dal Milione (che aveva già “tradotto” in italiano corrente) e dalla miniserie televisiva diretta da Giuliano Montaldo per regalarci un ritratto del celebre viaggiatore veneziano restituendogli carne, pensieri, emozioni.
È un romanzo, sì, ma scritto con la cura documentaria e affascinante che solo Maria Bellonci sapeva mettere nei suoi ritratti storici. Non ci troviamo solo accanto a Marco Polo, ma dentro la sua testa, nei suoi occhi che si allargano davanti al Kublai Khan, nei suoi silenzi mentre attraversa l’Asia e nel suo stupore – mai davvero ingenuo – di fronte a un mondo che cambia le proprie misure – e la misura umana del giovane esploratore.
Leggere questo libro è come salire su una carovana, ma con una guida d’eccezione. La Bellonci non si limita a raccontare il viaggio: invita a pensare a che cosa significhi davvero esplorare. E forse, sotto sotto, ci chiede anche un’altra cosa: oggi, noi, avremmo il coraggio di andare verso l’ignoto, tra mille pericoli e imprevisti, senza sapere che cosa ci aspetta?




















