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Shining: il libro, il film

Esistono casi in cui un romanzo e la sua trasposizione cinematografica sembrano vivere vite parallele: la stessa storia di base, gli stessi personaggi, ma due anime completamente diverse. Shining di Stephen King e Shining di Stanley Kubrick rappresentano forse il paradigma di questo scarto.

Stephen King scrive nel 1977 un romanzo intenso, psicologico, con al centro la lenta discesa di Jack Torrance nell’abisso dell’alcolismo, della violenza e dell’Overlook Hotel, che diventa specchio e amplificatore dei suoi fantasmi interiori. È un buon romanzo dell’orrore, sorretto da ritmo, tensione crescente e da una sensibilità molto americana per la famiglia in frantumi.
Quando però Kubrick decide di farne un film (1980), accade qualcosa di raro: il regista non si limita a “illustrare” la pagina, ma ne scava l’inconscio. Ne strappa via la morale e l’autocommiserazione, per restituire una visione glaciale, ipnotica, claustrofobica. Se nel libro il cuore pulsante è Jack – scrittore fallito in cerca di riscatto –, nel film Jack Nicholson diventa un’icona folle fin dal primo fotogramma, prigioniero non tanto dell’albergo quanto della sua stessa mente. Wendy smette di essere la moglie “paziente e solida” di King per trasformarsi, nell’interpretazione di Shelley Duvall, in un nervo scoperto che amplifica l’angoscia dello spettatore. E l’Overlook non è più un semplice albergo infestato: è un labirinto metafisico, un organismo vivente che divora chiunque osi entrarvi.

King non ha mai digerito quest’interpretazione: ha accusato Kubrick di non aver capito l’anima della sua storia, e nel 1997 ha tentato il colpo di mano: una miniserie televisiva fedele al romanzo, sceneggiata da lui stesso. Il risultato? Un pastrocchio prolisso e ingessato, incapace di restituire l’ambiguità e la potenza visiva che il cinema aveva scolpito nella memoria collettiva. Quella versione “autentica” si è rivelata un tradimento non solo del libro, ma dell’immaginazione stessa; dimostrando che la fedeltà letterale soffoca, non illumina.
La verità è che Shining – come capita alle grandi storie – è diventato qualcosa di più grande del suo autore. Kubrick ha saputo cogliere il nucleo oscuro del romanzo e trasformarlo in un’esperienza sensoriale universale, mentre King, prigioniero della propria idea originale, non ha accettato che un’altra mente creativa l’avesse spinta oltre i confini della pagina. È una lezione amara ma necessaria: gli scrittori non sempre sono i migliori giudici delle proprie opere.

Oggi, se si pensa a Shining, non si visualizza il testo scritto ma il corridoio tappezzato dell’Overlook, i gemelli in fondo alla sala, il sangue che esce dall’ascensore, Jack che sfonda la porta urlando “Sono il lupo cattivo!”. È il segno inequivocabile che Kubrick ha vinto la partita: ha preso un buon romanzo e l’ha trasformato in un capolavoro senza tempo.


Perché Stephen King aveva torto su Shining
La polemica tra Stephen King e Stanley Kubrick su Shining è uno di quei casi in cui l’autore non riesce a tollerare che la sua creatura abbia preso vita autonoma. King, che pure è un narratore potentissimo, non ha mai smesso di ripetere che il film non rappresenta il suo romanzo, che ne tradisce lo spirito, che è “una Cadillac bellissima senza motore”. Se si scava nelle sue obiezioni, però, più che grandi argomenti critici emergono piccole stizze da padre geloso.
Prendiamo Jack Torrance. King sostiene che Jack Nicholson sia stato un errore: troppo folle già dall’inizio, troppo “sopra le righe”. Per lui, Jack doveva sembrare un uomo normale, affettuoso, quasi simpatico, che scivola gradualmente verso l’abisso dell’Overlook Hotel. Un ritratto da manuale sull’alcolismo e sulle sue conseguenze. Ma Nicholson non ha bisogno di scivolare: è già sull’orlo, e questo rende la sua discesa ancora più inquietante, come se il male fosse dentro di lui da sempre, pronto a esplodere. Quella che per King era una forzatura, per il cinema è diventata un’icona.
E Wendy? King non sopportava la Wendy di Shelley Duvall, definendola “piagnucolosa” e persino “misogina”. Nel romanzo è una moglie più forte, più combattiva. Ma la Duvall ha restituito un’angoscia autentica, la fragilità di chi è intrappolato in una gabbia di terrore senza via d’uscita. Sono il suo volto disfatto, i suoi occhi spalancati, la sua voce rotta che rimangono scolpiti nella mente dello spettatore. Forse King avrebbe voluto, anche qui, un’eroina da manuale, ma il cinema ci ha regalato invece un personaggio indimenticabile nella sua vulnerabilità.
Anche l’Overlook Hotel, per King, è stato tradito: nel libro è un organismo vivo, pieno di storia, fantasmi e leggende che s’intrecciano. Kubrick invece l’ha reso glaciale, impersonale, un labirinto geometrico in cui ogni corridoio è identico e disorientante. King si lamentava della mancanza di “caratterizzazione”, ma la potenza del film sta proprio lì: l’albergo non ha volto, non ha anima, è un enigma indecifrabile che divora chiunque lo abiti.
E poi c’è il finale. Nel romanzo Jack muore in modo quasi redentivo, facendo esplodere la caldaia e distruggendo l’albergo. Nel film no: Jack si perde nel labirinto, muore congelato, prigioniero di se stesso, e il ciclo dell’Overlook continua intatto. King definì questa scelta “fredda” e “senza cuore”. Ma quella mancanza di catarsi è il colpo di genio di Kubrick: il male non viene sconfitto, non c’è consolazione, resta lì a pulsare nell’eternità.
Infine, la questione dei fantasmi. King insisteva che Shining fosse una storia soprannaturale: l’Overlook è infestato, punto. Kubrick invece lasciò tutto in sospeso, basando la sua interpretazione sull’ambiguità: sono davvero presenze reali o solo proiezioni della mente malata di Jack? Per King, quest’ambiguità equivaleva a togliere il “motore” alla storia. Eppure è proprio quella a rendere il film un’esperienza senza tempo: lo spettatore non ha mai la certezza, e resta intrappolato nello stesso dubbio che tormenta i personaggi.
Insomma, le critiche di King – Nicholson troppo folle, Wendy troppo debole, l’hotel troppo impersonale, il finale troppo freddo – non fanno che confermare la distanza tra narrativa e cinema. Ciò che in un libro può funzionare come spiegazione, al cinema rischia di diventare banale. Kubrick ha avuto il coraggio di spogliare Shining del suo sentimentalismo e della sua morale, restituendoci un incubo glaciale e assoluto.
King, nel tentativo di riprendersi la sua storia, ci ha regalato anni dopo una miniserie televisiva fedele al romanzo e dimenticabile in ogni fotogramma (a partire dall’interpretazione del pur volenteroso Steven Weber). Kubrick, invece, ci ha consegnato un’opera che continua a vivere nell’immaginario collettivo, al di là del libro e persino dell’autore. E questa, che piaccia a King o no, è la prova definitiva che a volte lo scrittore non è il miglior giudice delle proprie opere.
Heiko H. Caimi: Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025) e "Niente da salvare" (con Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web. ---------- Heiko H. Caimi, born in 1968, is a writer, screenwriter, poet, and creative writing teacher. He has worked with a number of publishers, including Mondadori, Tranchida, and abrigliasciolta. He has taught at the Egea Bookshop at Bocconi University in Milan, as well as at various schools, libraries, and cultural associations in Italy and Switzerland. Since 2013, he has served as editorial director of the literary magazine “Inkroci”. He is one of the founders and organisers of “Libri in Movimento”, a travelling literary festival. He contributed the column “Pagine in un minuto” to the news publication “InPrimis” and has also contributed to writer Barbara Garlaschelli’s blog “Sdiario”. He is the author of the novel “I predestinati” (Prospero, 2019) and has edited the short-story anthologies “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch’io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (with Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (with Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024), “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (with Giovanni Peli, Calibano, 2025), and “Niente da salvare” (with Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). His short stories have appeared in numerous anthologies and magazines, as well as online.
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