Stamattina mi sono svegliata
con un ginocchio fuori dal letto
e una domanda già vestita.
Io invece no.
La domanda aveva fretta.
Io cercavo le mutande.
Che senso?
Sul comodino
un bicchiere con dentro ieri,
due monete,
un orecchino senza più famiglia
e il telefono
che durante la notte
ha ricevuto cose importantissime
da persone che non conosco.
Mi alzo.
Il pavimento è freddo
e questa almeno
è un’informazione attendibile.
Che senso?
Mi guardo allo specchio.
Lo specchio fa il suo lavoro
senza entusiasmo.
Ho ancora una faccia.
Buono a sapersi.
La porto in cucina.
Il caffè sale,
io scendo.
Da qualche parte
un uomo che ho amato
sta probabilmente aprendo una finestra
oppure dorme
oppure ama un’altra
oppure cerca anche lui le mutande.
Non posso occuparmi di tutto.
Che senso?
Ho comprato un vestito rosso
per una sera che poi non è successa.
È ancora nell’armadio
con l’etichetta.
Ogni tanto lo guardo.
Lui guarda me.
Tra noi
una certa tensione.
Fuori
la città ha ricominciato
la sua attività principale:
andare.
Tutti vanno.
In ufficio
dal dentista
verso una persona
via da una persona
a prendere il pane
a cambiare vita
a prendere il pane
dopo aver cambiato vita.
Io attraverso la strada
con il verde.
È già qualcosa.
Che senso?
Una bambina trascina
un palloncino giallo.
Un vecchio bestemmia contro un bancomat.
Una donna bellissima
piange dentro una macchina parcheggiata.
Un piccione
mangia una patatina.
La gerarchia degli eventi
mi sfugge completamente.
Alle tredici
qualcuno mi chiede come sto.
Rispondo “bene”.
È una parola comoda.
Sta dappertutto.
Come il nero.
Come il prezzemolo.
Come certe bugie
che non fanno male a nessuno
e tengono in piedi il pomeriggio.
Che senso?
Ho desiderato cose
che quando sono arrivate
avevano già perso il mio indirizzo.
Ho respinto cose
che adesso cerco nei cassetti.
Ho detto mai.
Ho detto sempre.
Bisognerebbe vietare
gli avverbi assoluti
prima dei quarant’anni.
Forse anche dopo.
La sera mi tolgo le scarpe.
Il mondo continua.
Questa sua indipendenza
a volte mi offende.
Apro una bottiglia.
Accendo una lampada.
Metto una canzone
che conoscevo a memoria
quando ancora pensavo
che conoscere a memoria una canzone
servisse a qualcosa.
Che senso?
Nessuno risponde.
Meglio.
Cominciavo a preoccuparmi.
Mi siedo sul pavimento
con il vestito rosso addosso
e l’etichetta ancora attaccata.
Non devo andare da nessuna parte.
Resto così.
Un po’ elegante.
Un po’ ridicola.
Perfettamente viva.
Che senso? Che senso? Che senso?
Domani magari
me lo chiedo di nuovo.
Stasera
ho altro da fare.