Noi e le altre nasce da un’idea apparentemente semplice, ma assai meno scontata di quanto possa sembrare: chiedere a scrittrici donne di raccontare le donne. Non “la donna”, categoria astratta sulla quale si sono esercitati per secoli letteratura, morale, religione, politica e costume, ma donne concrete, differenti, contraddittorie, appartenenti a generazioni e mondi diversi. Donne viste da vicino, spesso da vicinissimo; qualche volta attraverso la memoria, qualche volta attraverso l’immaginazione, altre attraverso quella particolare forma di conoscenza che nasce dal riconoscere qualcosa di sé nella vita di un’altra.
È questa pluralità, prima ancora dei singoli temi affrontati, a dare forza a Noi e le altre. Storie di donne che non chiedono permesso, curato da Viviana E. Gabrini. La premessa della curatrice è molto chiara: non cercare un’immagine unica del femminile, ma “voci diverse, generazioni diverse, geografie emotive e percorsi diversi”, facendo delle donne non l’oggetto del racconto ma il suo soggetto: autrici, protagoniste e testimoni. Ed è importante che il libro riesca, nella maggior parte dei casi, a mantenere questa promessa senza trasformarsi in un’antologia “a tesi”.
Sarebbe stato il rischio maggiore. Quando un progetto nasce intorno a un tema forte, soprattutto a un tema socialmente e politicamente significativo, anche la narrativa può facilmente tramutarsi in dimostrazione: personaggi costruiti per sostenere un argomento, storie chiamate a fornire la prova di qualcosa che si è deciso in partenza a altre retoriche amenità. Qui accade invece qualcosa di più interessante: l’emancipazione non coincide necessariamente con un gesto clamoroso – può essere una patente presa a quarantasei anni, una fuga, una scelta professionale discutibile agli occhi degli altri, il diritto al desiderio, il rifiuto di una violenza, una maternità cercata in forme inattese, la sopravvivenza, persino la capacità di guardare con pietà una donna che da ragazze avevamo giudicato duramente.
Il titolo, allora, acquista progressivamente significato: “non chiedere permesso” significa sottrarsi alla necessità di ottenere un’autorizzazione per essere ciò che si è – il permesso di un padre, di un marito o di un amante, ma soprattutto quello della famiglia, della società, delle convenzioni, delle altre donne, oppure, perché no, della propria paura.
È molto bello, da questo punto di vista, Sonia di Carmen Cedrati: la sua protagonista arriva a trent’anni senza casa, senza lavoro e senza quasi più fiducia nel mondo; quando confessa a Caterina che “per l’anagrafe io sono ancora un uomo”, la risposta dell’anziana barista evita qualsiasi proclama e riconduce tutto a un’elementare capacità di vedere la persona che si ha davanti. Il racconto funziona proprio perché non fa di Sonia un caso esemplare: ne racconta la vita, e quella vita finisce per trovare famiglia in una genealogia affettiva fatta di donne che ®accolgono altre donne quando naufragano. La frase di Caterina – in una città di mare “i naufraghi li salviamo sempre” – contiene quasi una poetica dell’intera raccolta.
Spicca anche La ragazza senza ombra di Anna Martinenghi, probabilmente uno dei racconti letterariamente più originali. Qui il tema dell’identità viene sottratto al realismo e affidato a una metafora fantastica sostenuta con grande coerenza: Clematide non proietta ombra, non lascia impronte, è quasi una pianta e scrive attraverso le dita; le parole possiedono la linfa che a lei sembra mancare. La progressiva conquista di sé diventa allora un processo fisico, vegetale, poetico: essere vista le permette finalmente di vedersi. Nel finale l’ombra compare, le impronte diventano verdi e Clematide scopre di essersi, in sostanza, partorita da sola. È una delle immagini più forti dell’antologia perché riesce a dire qualcosa di molto riconoscibile attraverso qualcosa di completamente irreale.
Su un registro opposto lavora Il rito di Antonia Buizza, breve distopia costruita intorno a un rovesciamento particolarmente efficace. Nella società immaginata dall’autrice la giovinezza è un periodo di piacere assoluto, garantito e artificialmente protratto fino ai venticinque anni; poi arriva il rito che consegna l’individuo all’età adulta. L’estrazione di un microchip cancella dalla protagonista amici, amanti, immagini e social platform, e soprattutto la costringe a guardare finalmente la donna che per venticinque anni ha lavorato per lei e che solo da quel momento dovrà chiamare Madre. La trovata fantascientifica permette di estremizzare qualcosa di assai presente: l’invisibilità del lavoro di cura e la facilità con cui una generazione può consumare il sacrificio di quella precedente senza neppure accorgersene.
Molto contemporaneo, ma senza la mediazione del fantastico, è A voce alta di Roberta Giudetti. OnlyFans, il corpo trasformato in capitale, il bisogno di pagarsi gli studi, il rapporto sentimentale e la domanda su dove finisca l’autodeterminazione e cominci invece una nuova forma di mercato costituiscono materiale narrativamente periglioso, proprio perché sarebbe facilissimo impartire una lezione o scadere nel moralismo. L’autrice ha invece l’intelligenza di non assolvere né condannare la protagonista. La scelta resta problematica, vulnerabile, forse persino sbagliata: ciò che conta è che sia sua. Per questo il finale, nel quale la ragazza decide quale “versione di me vale la pena difendere”, anche quando è scomoda, è molto più efficace di qualsiasi rivendicazione programmatica.
Merita una menzione particolare anche Zia Luisa, la patente e le donne di Antonella Zanca, perché introduce una complessità indispensabile al progetto. La donna che appare inizialmente come custode ottusa delle convenzioni patriarcali viene progressivamente riletta come loro vittima. Lisetta, la donna emancipata che prende la patente e rivendica la propria autonomia, possiede abbastanza lucidità da provare compassione proprio per chi la giudica: Luisa ha interiorizzato a tal punto le regole del marito da essere diventata guardiana della propria prigione. La libertà femminile non viene raccontata attraverso una comoda divisione tra donne illuminate e donne retrograde, ma mostrando quanto profondamente un sistema culturale possa entrare nelle persone che opprime.
Su un terreno ancora diverso si muove Rosetta di Monica D’Amico, che recupera la memoria storica e familiare. La protagonista nasconde la fede nella lettiera dei conigli per non consegnarla durante la campagna dell’oro alla patria e attraversa guerra, povertà e occupazione con una testardaggine che non ha nulla dell’eroismo celebrativo. Più avanti, davanti ai soldati tedeschi che occupano la sua casa, continua semplicemente a non piegarsi. È proprio questa dimensione quotidiana a rendere il personaggio convincente: la Storia, quella con la maiuscola, vista dalla parte di una donna che non dispone di eserciti né discorsi solenni, ma possiede ostinazione, intelligenza pratica e una formidabile capacità di resistenza.
Poi ci sono racconti che colpiscono soprattutto per la capacità di cambiare tonalità al volume: La figlia del fornaio di Mara Bertazzoni, con la sua densità memoriale e letteraria, capace di far convivere il pane, Proust, il rimpianto e l’identità sociale; Tango tinto di Stefania Silvestro, doloroso confronto con il suicidio e con ciò che resta a chi sopravvive; Gli occhi bendati di Paola Boselli, in cui la malattia viene attraversata anche grazie alla rete affettiva delle altre donne; La Stria di Maria Rita Savini, che recupera memoria popolare, territorio e una figura femminile quasi mitologica.
Sarebbe ingiusto non ricordare anche Vite nascoste di Cinzia Petri, racconto nerissimo, feroce e irresistibilmente sarcastico, che parte dalla satira di un certo spiritualismo di consumo per scivolare quasi impercettibilmente verso qualcosa di molto più sinistro: la battuta iniziale del Reiki Master sulla presunta vita precedente della protagonista acquista nel finale un significato magnificamente – e letteralmente – letale.
E c’è Check-Up di Miriam Bonetti, coraggiosissimo perché osa portare nella letteratura ciò che la letteratura tende spesso, pudicamente, a lasciare fuori campo: la trivialità del corpo, una colonscopia, l’imbarazzo, le funzioni fisiologiche, il desiderio che continua a esistere mentre il corpo viene sottoposto a procedure tutt’altro che poetiche, e infine l’età che irrompe nello sguardo altrui. La sua protagonista non viene nobilitata né trasformata in simbolo: resta una donna alle prese con una giornata di merda, ed è precisamente questa mancanza di idealizzazione a renderla autentica. Il colpo finale del farmacista che la definisce una donna anziana aggiunge alla comicità una piccola, perfida ferita, ricordandoci quanto il corpo femminile continui a essere giudicato anche attraverso la sua data di scadenza sociale.
Infine è significativo che sia proprio la curatrice Viviana E. Gabrini a chiudere il volume con Rosso Menopausa, quasi volesse concedere alle lettrici, dopo tante ferite, memorie, violenze e conquiste, il diritto a una fragorosa risata. È un racconto costruito sull’amicizia femminile, sulla complicità e sull’autoironia dell’età, una sorta di commedia nera nella quale un marito, forse morto, diventa il centro di un’esilarante riunione d’emergenza tra amiche che ragionano di cadaveri, alibi e gin tonic con la serietà di una banda criminale e l’efficienza atletica di chi, come ammettono loro stesse, ormai si limita ad “agitare la cannuccia del mojito”. Una chiusura impastata di ironia liberatoria, ma non disimpegnata: anche qui, dietro la farsa, resta quella solidarietà fra donne che attraversa l’intera antologia. Cambia soltanto l’arma: dopo il dolore, la memoria e la resistenza, arriva il sarcasmo. E non è affatto l’arma meno efficace.
Non è mia intenzione citare tutti i racconti, né gli altri sono meno efficaci, anche se non tutti possiedono la stessa forza, né potrebbe essere altrimenti in un’opera collettiva tanto ampia. Ma anche quelli più tradizionali, più apertamente autobiografici o più lineari contribuiscono alla riuscita dell’insieme, perché ampliano il campo d’osservazione. La qualità di un’antologia non consiste nell’illusione che ogni testo debba essere intercambiabile con gli altri, bensì nella capacità dei singoli testi di illuminarsi reciprocamente.
Sono presenti registri diversissimi, ed è precisamente questo a impedire che l’antologia diventi monotona: Noi e le altre non cerca una voce femminile, perché una voce femminile unica non esiste. Cerca, e trova, voci di donne, con il diritto di essere persone intere, con tutta l’incoerenza, la vulnerabilità, il desiderio, la rabbia, l’intelligenza e perfino gli errori che questo comporta.
Non chiedere permesso, in fondo, significa anche questo.
Tutte le scrittrici presenti nell’antologia:
Claudia Ambrosini, Marta Bertazzoni, Elena Cristina Bolla, Miriam Bonetti, Paola Boselli, Antonia Buizza, Carmen Cedrati, Claudia Celé, Emanuela Citerio, Monica D’Amico, Maria Rosa Donati, Anna Ettore, Barbara Fettuccia, Giovanna Gabetta, Viviana E. Gabrini, Monica Gentili, Roberta Giudetti, Anna Martinenghi, Chiara Munda, Cinzia Petri, Maria Elena Poggi, Monica Rubin, Maria Rita Savini, Stefania Silvestro, Paola Vallatta, Antonella Zanca.