La mia vita pressappoco è sempre stata questo:
un lago d’indifferenza.
Non mare, lago.
Acqua ferma che non ti annega di colpo,
ti lascia a mollo fino a farti marcire.
E l’indifferenza uccide.
Uccide pulito, senza lasciare impronte,
senza colpevoli, senza movente.
Se sono ancora qui
è solo per testardaggine.
Una testardaggine da mulo, da contadino ottuso
che continua a lottare contro i mulini a vento
e i mulini manco si accorgono di lui.
Se dovessi scrivere l’autobiografia
di uno scrittore di campagna –
non di città, di campagna, di quelli che hanno il fango sotto le unghie –
la scriverei come un romanzo di Bernanos.
Niente luce. Solo santi falliti e parroci soli.
Un mare di sconfitte.
E non venitemi a dire che le sconfitte sono educative.
Non lo sono.
Non convincono a insistere.
Ti insegnano solo a perdere meglio,
con più dignità la prossima volta.
E chi se ne fotte della dignità.
Allora vi racconto altro.
Vi racconto la verità sotto forma di fiaba.
C’è l’intellettuale,
quello che conta davvero,
che da lontano lancia piccolissime pete,
quasi inodore, quasi impercettibili,
e tutti sotto, a narici spalancate:
“Che profondità! Che essenza!”
E poi c’è lui,
il giovane operaio anarchico.
Quello con la storia giusta.
Manda affanculo l’azienda –
e l’azienda, felice, lo paga per non lavorare
pur di toglierselo dalle palle.
Anarchico stipendiato dal padrone.
Capolavoro.
Poi arrivano i contratti. Pasolini
gli regala una macchina fotografica.
E come se avesse toccato la lampada di Aladino,
zin!
diventa Artista.
E tutti ci credono.
E tutti lo celebrano.
E tutti lo finanziano.
Anno dopo anno. Giunta dopo giunta.
Destra e sinistra in fila a baciargli il basco.
E tu?
Tu magari hai tradotto tutto Cabrera Infante,
Zoé Valdés, Virgilio Piñera, Nicolás Guillén,
notti intere a spaccarti gli occhi su un’isola che qui non vuole nessuno.
Magari hai scritto decine di libri di cinema,
quando il cinema era ancora una cosa che bruciava.
Magari hai scritto valanghe di libri su Piombino,
sulla ruggine, sul ferro, sugli operai veri,
quelli che non recitano la parte dell’operaio.
Non vai bene.
Non hai il profilo.
Ti manca il sigaro.
Ti manca il basco.
Ti manca la macchina fotografica di Pasolini al collo.
Soprattutto,
ti manca il pubblico giusto da prendere per il culo.
E allora resti nel tuo lago.
A guardare le pete degli altri che salgono al cielo
come mongolfiere.