Noam Chomsky analizza i meccanismi attraverso cui il potere economico e politico tende a concentrarsi nelle mani di una minoranza, svuotando progressivamente la democrazia. In dieci “leggi” mostra come le élite riducano la partecipazione popolare, plasmino l’ideologia, ridisegnino l’economia, indeboliscano solidarietà e sindacati, condizionino politica e informazione e fabbrichino consenso, fino a marginalizzare i cittadini e ad accrescere le disuguaglianze favorendo il potere delle classi dominanti.
C’è un modo molto semplice per neutralizzare un libro come questo: convincersi che parli solo degli Stati Uniti, non di noi. E in effetti Noam Chomsky parla degli Stati Uniti, della loro storia, delle loro istituzioni, di Wall Street, delle grandi corporation, delle campagne elettorali americane, della concentrazione della ricchezza e della progressiva perdita di potere politico da parte della maggioranza della popolazione. È quindi possibile leggere Le dieci leggi del potere con un certo distacco, riconoscere la lucidità dell’analisi, magari condividerne l’indignazione, ma alla fine chiudere il libro rassicurandosi: sì, certo, in America; ma da noi non è mica così!
È proprio questo l’alibi che vorremmo mettere in discussione. Perché ciò che rende oggi questo saggio particolarmente inquietante è la possibilità di utilizzare i dieci principi da lui individuati come altrettanti strumenti per leggere ciò che, con modalità differenti e con qualche decennio di ritardo, sta accadendo anche in Italia e nell’Unione europea.
Certo, USA, Italia e UE sono realtà che differiscono per istituzioni, storia politica, sistemi elettorali, forme di welfare, relazioni industriali, peso dei sindacati, legislazione sociale eccetera; eppure le dieci leggi presentate da Chomsky descrivono i meccanismi che stanno agendo anche da noi, mostrandoci come il potere tenda a concentrarsi; come la concentrazione della ricchezza generi concentrazione politica e quest’ultima produca condizioni favorevoli a un’ulteriore concentrazione della ricchezza; come la democrazia possa essere progressivamente svuotata senza bisogno di abolirla; come il conflitto sociale venga depotenziato, il consenso costruito e il cittadino ridotto a spettatore.
Chomsky parla esplicitamente di un “circolo vizioso”, ed è questa la figura retorica da tener presente durante tutta la lettura: ricchezza e potere non procedono parallelamente, ma si alimentano reciprocamente. Chi dispone di maggior ricchezza dispone di maggiori possibilità di incidere sulla politica; una politica maggiormente influenzata dalla ricchezza produce regole che tendono a favorire chi già la possiede; l’aumento della disuguaglianza accresce nuovamente la disparità di potere. Il circuito si autoalimenta.
Chiediamoci allora: quanto di ciò che Chomsky descriveva come processo americano è già accaduto, o sta accadendo, nei nostri lidi e sotto i nostri occhi?
Proviamo a rispondere seguendo le dieci leggi.
La prima è ridurre la democrazia. Ridurre, appunto, non abolire: è una distinzione fondamentale. Le elezioni continuano a svolgersi, i parlamenti continuano a riunirsi, i cittadini conservano formalmente i propri diritti; tuttavia può restringersi progressivamente il campo entro il quale l’esercizio di quei diritti riesce a modificare le decisioni fondamentali. Sempre più scelte vengono presentate come necessità: “lo chiedono i mercati”, “lo impongono i conti”, “lo esigono i trattati”, “lo richiedono gli investitori”, “lo pretende la competitività”, “lo determina la situazione internazionale”. La parola decisiva è sempre la stessa: “è inevitabile”.
Una democrazia incomincia a impoverirsi quando aumenta il numero delle questioni sulle quali al cittadino viene spiegato che, in realtà, non c’è nulla da decidere. Si può votare per governi diversi, purché alcune direttrici fondamentali restino fuori discussione. Il perimetro della democrazia rimane apparentemente intatto, mentre si restringe quello del possibile. Ed è esattamente il conflitto individuato da Chomsky: da una parte la spinta popolare ad allargare gli spazi democratici, dall’altra la tendenza delle élite economiche e politiche a contenerli. Cambiano gli strumenti, non il principio.
La seconda legge è plasmare l’ideologia. Anche qui la forma europea è meno brutale di quella americana descritta nel libro, ma il meccanismo è perfettamente riconoscibile. Il risultato più efficace di un’ideologia non consiste nel convincerci che sia giusta, ma nel convincerci che non sia affatto un’ideologia, che sia semplicemente “la realtà”.
Il mercato non fa altro che “reagire”, mica decide per noi; la finanza si limita a “mandare segnali”, non si permetterebbe mai di esercitare pressioni; i governi decidono di ridurre la spesa solo perché “non ci sono le risorse”; la privatizzazione non è altro che una “modernizzazione”, la deregolamentazione una “semplificazione” e la precarietà “flessibilità”; la concorrenza è semplicemente una condizione naturale dell’esistenza. Persino parole politiche come “uguaglianza” e “redistribuzione” vengono frequentemente messe sulla difensiva, come se fosse chi le pronuncia a dover dimostrare la propria ragionevolezza, mentre l’accumulazione privata della ricchezza viene trattata come il risultato spontaneo e dunque neutrale dell’economia.
Questo significa plasmare l’ideologia: stabilire preventivamente quali idee siano realistiche e quali estremiste, quali responsabili e quali demagogiche, quali possano essere discusse e quali debbano essere escluse prima ancora che la discussione cominci.
La terza legge è ridisegnare l’economia. E diventa molto più difficile sostenere che “da noi non è così: finanziarizzazione, privatizzazioni, liberalizzazioni, delocalizzazioni produttive, esternalizzazioni, indebolimento del lavoro contrattualmente stabile, crescente trasferimento di potere dal lavoro al capitale, con intensità e cronologie differenti, sono fenomeni che hanno attraversato anche l’Europa e l’Italia. E il risultato è misurabile: alla fine del 2025 il 10% più ricco delle famiglie italiane possedeva il 60,6% dell’intera ricchezza netta del Paese; alla metà meno abbiente delle famiglie restava il 7,2%. Non è un dato prodotto da un centro studi anticapitalista: è della Banca d’Italia, che rileva anche come la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza sia ulteriormente aumentata rispetto all’anno precedente.
Un sistema economico può produrre spontaneamente concentrazione e, una volta raggiunto un certo livello, la concentrazione economica comincia a tradursi in differenza di potere. È esattamente il circuito descritto da Chomsky. Nel caso italiano c’è poi un dato che rende particolarmente evidente lo spostamento dei rapporti di forza: secondo l’OCSE, l’Italia ha registrato la maggiore perdita di salari reali fra le principali economie dell’organizzazione, che all’inizio del 2025 erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021. Il lavoro ha perso terreno nella distribuzione della ricchezza e nella capacità di contrattare la propria parte.
Quarta legge: scaricare i costi. Chomsky descrive uno dei meccanismi più elementari del capitalismo contemporaneo: privatizzare i benefici e trasferire altrove, quando possibile, i costi. Sullo Stato, sui lavoratori, sull’ambiente, sui consumatori, sulle generazioni future.
Il principio è diventato talmente abituale da risultare quasi invisibile: se un’attività produce profitti, quei profitti appartengono legittimamente a chi possiede l’impresa; se produce conseguenze sistemiche insostenibili, improvvisamente la collettività torna indispensabile. L’abbiamo visto con i salvataggi finanziari, con le crisi industriali, con i costi delle bonifiche ambientali, con settori sostenuti attraverso incentivi, garanzie e infrastrutture pubbliche, mentre i rendimenti rimangono privati.
Non è neppure necessario attribuire una particolare malvagità ai protagonisti: se il sistema premia chi riesce a esternalizzare i propri costi, l’impresa che lo fa si comporta razionalmente. È una prerogativa politica: chi decide quali costi possano essere scaricati sulla collettività e chi abbia il potere sufficiente per impedirlo?
La quinta legge, aggredire la solidarietà, riguarda più direttamente l’identità europea. Proprio la solidarietà è stata uno dei fondamenti del modello sociale costruito nel nostro continente dopo la catastrofe della Seconda guerra mondiale: sanità pubblica, istruzione, previdenza, pensioni, assicurazioni sociali significano accettare di pagare anche per bisogni che in quel momento non sono i nostri. Chi è sano finanzia l’ospedale, chi non ha figli la scuola, chi lavora il sostegno di chi il lavoro lo ha perduto. Una società esiste proprio perché non è una somma di contratti individuali.
L’attacco alla solidarietà comincia dunque dal linguaggio. Il diritto diventa servizio, il servizio diventa costo, il cittadino diventa utente, poi cliente. Si domanda alla sanità pubblica quanto costa prima di chiedersi che cosa garantisce; all’istruzione quanto rende; alla previdenza se sia finanziariamente conveniente. E mentre il servizio pubblico viene impoverito, chi può permetterselo cerca sul mercato la soluzione individuale: assicurazione sanitaria, scuola privata, previdenza integrativa. Da quel momento avrà sempre meno interesse a finanziare attraverso le tasse ciò che ormai acquista privatamente.
È un processo circolare: si indebolisce il pubblico, e il peggioramento del pubblico spinge verso il privato; la fuga verso il privato rende politicamente ancora più semplice indebolire il pubblico.
Nel 2025, nonostante decenni di crescita economica e tecnologica, 92,7 milioni di persone nell’Unione europea – il 20,9% della popolazione – risultavano a rischio di povertà o di esclusione sociale. E nel 2024 l’8,2% delle persone che lavoravano nell’UE risultava a rischio di povertà. Avere un lavoro non garantisce più neppure di sottrarsi alla povertà.
Sesta legge: controllare i controllori. L’Europa possiede strumenti di regolamentazione più robusti di quelli statunitensi, ma Chomsky ci invita a guardare un gradino più in profondità: chi influenza coloro che stabiliscono le regole?
Il lobbying è perfettamente legale e può persino svolgere una funzione utile, fornendo ai decisori competenze e informazioni. Proprio per questo l’Unione europea dispone di un Registro per la trasparenza che rende pubbliche le organizzazioni impegnate a influenzare legislazione e politiche europee e i relativi budget. Potrebbe essere una forma importante di controllo democratico, ma la trasparenza non cancella la disparità.
Un’associazione di cittadini, un sindacato, una piccola organizzazione ambientalista, una banca internazionale, un gigante tecnologico e una multinazionale farmaceutica possiedono formalmente lo stesso diritto di presentare le proprie ragioni alle istituzioni, eppure non dispongono delle stesse risorse economiche, tecniche, legali, comunicative e relazionali per farlo.
La domanda di Chomsky rimane quindi intatta: quando una minoranza dispone di mezzi incomparabilmente superiori a quelli della maggioranza dei cittadini, chi controlla davvero chi?
La settima legge è l’ingegneria delle elezioni. Qui il parallelo non può essere letterale: il sistema americano di finanziamento della politica è profondamente diverso da quello italiano ed europeo. Ma sarebbe ingenuo concludere che il problema non esista.
L’ingegneria elettorale non consiste soltanto nel denaro versato direttamente a un candidato, ma anche nel controllo dell’accesso alla visibilità, nella personalizzazione della politica, nella trasformazione della campagna elettorale in marketing, nella selezione delle candidature da parte di apparati sempre più ristretti, nella costruzione professionale dell’immagine del leader e nella capacità economica necessaria per occupare lo spazio pubblico.
In Italia, differenti sistemi elettorali hanno progressivamente limitato la possibilità dell’elettore di scegliere direttamente i propri rappresentanti, affidando una parte sostanziale della loro selezione ai vertici dei partiti. Il cittadino sceglie all’interno di un’offerta che altri hanno preventivamente costruito, e quando la possibilità formale di scelta convive con la sensazione che qualunque scelta modifichi sempre meno le direttrici fondamentali, compare il fenomeno forse più pericoloso per una democrazia: il disinteresse, con l’abbandono delle urne elettorali.
Ottava legge: tenere a bada la plebaglia. L’espressione è volutamente brutale, perché brutale è la concezione del popolo che Chomsky rintraccia nella storia delle élite: una maggioranza di straccioni che dev’essere tenuta adeguatamente lontana dai luoghi in cui si prendono le decisioni.
Storicamente, uno dei principali strumenti con cui questa maggioranza ha potuto esercitare un contropotere è stata l’organizzazione del lavoro: un lavoratore isolato possiede una capacità contrattuale minima; centomila lavoratori organizzati possiedono potere. Per questo Chomsky dedica tanta attenzione all’attacco contro i sindacati.
In Italia c’è una presenza sindacale assai più forte di quella statunitense ed esiste una contrattazione collettiva molto estesa, ma sempre più delegittimata: precarizzazione, appalti, subappalti, esternalizzazioni, false autonomie, lavoro discontinuo, piattaforme digitali e frammentazione delle carriere rendono sempre più difficile costruire interessi collettivi. E soprattutto funzionano le divisioni: dipendente contro autonomo, pubblico contro privato, garantito contro precario, giovane contro pensionato, italiano contro immigrato, occupato contro disoccupato. È il più antico principio del potere: trasformare un conflitto verticale in cento conflitti orizzontali. Se chi sta sotto combatte contro chi gli sta accanto, difficilmente guarderà verso chi gli sta sopra.
La nona legge è fabbricare il consenso. Non significa immaginare un ministero della propaganda che ogni mattina distribuisca ai giornali le istruzioni da seguire e le veline da pubblicare. Sarebbe una concezione infantile del potere contemporaneo. Il sistema descritto da Chomsky è molto più sofisticato proprio perché può funzionare senza ordini espliciti: proprietà dei mezzi di comunicazione, dipendenza dalla pubblicità, selezione delle fonti considerate autorevoli, accesso privilegiato alle istituzioni, necessità di produrre continuamente contenuti, concentrazione editoriale e rapporti economici sono filtri sufficienti a delimitare lo spazio entro il quale avviene la discussione. A questi se ne sono aggiunti altri che Chomsky poteva soltanto intravedere nelle dimensioni attuali: le piattaforme digitali hanno trasformato l’attenzione in merce, e l’algoritmo non deve necessariamente convincerci di qualcosa – basta che ci mantenga davanti allo schermo. Paura, indignazione, conflitto, scandalo e conferma dei nostri pregiudizi sono straordinari strumenti per riuscirci.
Il risultato paradossale è una società nella quale disponiamo di una quantità d’informazioni senza precedenti e possiamo contemporaneamente essere sempre meno esposti a ciò che contraddice la nostra visione del mondo. E il problema diventa ancora più serio quando ciò che deve essere costruito non è semplicemente il consenso intorno a una misura economica, bensì intorno alla guerra.
L’Unione europea si trova oggi di fronte a una minaccia reale: l’invasione russa dell’Ucraina ha riportato una guerra di grandi dimensioni sul continente e ha modificato radicalmente il quadro della sicurezza europea: è il punto di partenza necessario di qualsiasi discussione seria, ma riconoscere questo fatto non obbliga ad accettare come inevitabile qualsiasi risposta venga proposta.
Dal 2025 l’Unione ha intrapreso un’accelerazione militare senza precedenti nella propria storia. Il programma ReArm Europe/Readiness 2030 prevede di mobilitare fino a 800 miliardi di euro per la difesa; 150 miliardi vengono messi a disposizione attraverso lo strumento SAFE; la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità consente agli Stati di aumentare la spesa militare creando fino a 650 miliardi di spazio fiscale aggiuntivo; vengono accelerati gli investimenti dell’industria bellica e persino semplificate le procedure autorizzative per i progetti della difesa.
La posizione ufficiale delle istituzioni europee è chiara: armarsi maggiormente significa aumentare la deterrenza e quindi impedire la guerra. È una posizione legittima, ma non è una verità naturale, e soprattutto non può essere sottratta alla discussione democratica, perché esiste anche la possibilità opposta: che una società che organizza economia, industria, infrastrutture, bilanci pubblici e cultura politica intorno alla preparazione di un conflitto finisca per considerare quel conflitto non più impensabile, ma possibile; poi plausibile; infine normale. Accettabile. Anzi, inevitabile.
La questione non è essere “filorussi” o “antioccidentali”, formule che servono troppo spesso a interrompere la discussione invece di affrontarla, ma chi decide quale livello di rischio i cittadini europei debbano accettare, quali risorse debbano essere destinate alla preparazione militare, quale equilibrio debba esistere tra deterrenza e diplomazia e fino a qual punto l’Europa debba prepararsi a uno scontro diretto con una potenza nucleare.
E quando per decenni ci è stato spiegato che i vincoli di bilancio imponevano sacrifici, mentre improvvisamente centinaia di miliardi diventano mobilitabili per il riarmo, chiedere chi stabilisca le priorità non è ingenuo pacifismo. E se decisioni di questa portata vengono progressivamente presentate come tecnicamente o geopoliticamente inevitabili, torniamo esattamente alla prima legge: ridurre la democrazia. E il cerchio si chiude.
La decima legge, infatti, è marginalizzare il popolo. È la conclusione naturale delle nove precedenti e, non a caso, il capitolo con cui Chomsky termina il proprio percorso, che contiene già molto di ciò che potrebbe costituire una conclusione dell’intero libro.
Negli Stati Uniti, gli studi di Martin Gilens e Benjamin Page citati da Chomsky mostrano una realtà impressionante: le preferenze del cittadino medio hanno un’influenza minima sulle decisioni politiche, mentre l’influenza cresce con il reddito e con la forza dei gruppi economici organizzati. E dunque: quanto conta realmente il cittadino? Quanto riesce concretamente a incidere sulle decisioni che determinano il proprio lavoro, il proprio reddito, la propria salute, la propria vecchiaia, il proprio ambiente e persino la possibilità che il continente nel quale vive venga coinvolto in una guerra?
È questo il punto d’arrivo delle dieci leggi. La democrazia viene ridotta. L’ideologia stabilisce ciò che è pensabile. L’economia viene ridisegnata e concentra ricchezza. I costi vengono trasferiti verso il basso. La solidarietà viene erosa. Chi stabilisce le regole subisce l’enorme capacità di pressione degli interessi che dovrebbero regolare. La rappresentanza politica viene professionalizzata e allontanata dagli elettori. Il lavoro viene frammentato e indebolito. Il consenso viene costruito. Alla fine il cittadino scopre di avere conservato quasi tutti i propri diritti formali e di possedere sempre meno potere sostanziale.
Naturalmente da noi non è identico: l’Italia conserva una Costituzione democratica e sociale, un servizio sanitario universalistico, una forte tradizione sindacale, istituzioni di garanzia, una società civile vitale, e l’Unione europea possiede sistemi di welfare e strumenti di regolazione assai differenti da quelli statunitensi, sarebbe ideologico negarlo, ma Chomsky non ci ha consegnato dieci fotografie degli Stati Uniti, bensì dieci teoremi del potere, che possono agire ovunque. E infatti quei teoremi stanno funzionando anche qui: la direzione è riconoscibile.
La concentrazione della ricchezza, l’indebolimento del lavoro, la privatizzazione progressiva di ciò che un tempo apparteneva alla sfera dei diritti, la subordinazione della politica a vincoli presentati come inevitabili, l’influenza sproporzionata degli interessi economicamente più forti, la trasformazione della comunicazione politica in marketing, la frammentazione sociale, la costruzione del consenso e l’allontanamento del cittadino dalle decisioni fondamentali non appartengono più a un’America lontana: sono davanti a noi.
Per questo Le dieci leggi del potere, a dieci anni dalla sua prima pubblicazione, più che apparire invecchiato è diventato ancora più attuale. Chomsky descriveva un processo che negli Stati Uniti aveva già raggiunto uno stadio avanzato, e noi oggi possiamo osservare quelle stesse dinamiche svilupparsi nelle nostre società.
Resta da chiedersi: quanto il processo è già avanzato, quanto può ancora avanzare e quanto tempo rimane prima che ciò che continuiamo a considerare una degenerazione altrui venga riconosciuto per una trasformazione già in corso delle nostre democrazie?
E resta ancora l’ultima domanda, quella che nessuna analisi del potere può permettersi di eludere senza trasformarsi in esercizio di rassegnazione; che fare?
La risposta è già, almeno in parte, nel saggio di Chomsky.
Il potere da lui descritto è enorme, ma è il risultato di rapporti di forza costruiti dagli esseri umani e può essere modificato modificando quei rapporti di forza. Del resto, quasi nessuna delle conquiste democratiche e sociali che oggi consideriamo normali è nata dalla spontanea generosità di chi deteneva il potere, anzi: suffragio universale, diritti dei lavoratori, libertà sindacali, welfare, emancipazione femminile, diritti civili sono stati conquistati perché persone che singolarmente possedevano pochissimo potere hanno imparato a esercitarlo insieme.
È dunque necessario ricostruire ciò che decenni di individualizzazione hanno demolito: organizzazione, associazionismo, partecipazione, sindacato, corpi intermedi, luoghi di discussione e di conflitto. Restituire al lavoro forza contrattuale. Difendere e ricostruire i servizi pubblici. Pretendere una trasparenza effettiva nei rapporti tra potere economico e decisione politica. Contrastare le concentrazioni economiche e informative. Sottrarre per quanto possibile la politica alla dipendenza dal denaro. Riportare all’interno della discussione democratica tutto ciò che viene presentato come inevitabile: economia, finanza, welfare, energia, politica estera, riarmo, guerra e pace.
E, soprattutto, recuperare un’idea che abbiamo quasi dimenticato: quella di essere cittadini. Non clienti, non utenti, non consumatori, non spettatori o individui isolati messi in concorrenza gli uni con gli altri. Cittadini.
Perché la rassegnazione è forse la più efficace delle leggi, l’undicesima, che Chomsky non ha numerato. Un potere che deve reprimere milioni di persone incontra un problema; ma un potere davanti a milioni di persone convinte che tanto non cambierà mai nulla ha già vinto senza nemmeno bisogno di reprimerle.
La storia, fortunatamente, dimostra anche il contrario: ogni volta che qualcuno ha detto “non c’è alternativa”, qualcun altro, prima o poi, l’ha costruita, e senza chiedere il permesso.
Le dieci leggi di Chomsky spiegano molto bene come il potere riesca a perpetuarsi. Ma non dimostrano affatto che debba riuscirci per sempre.