Il mio amico idiota, che voleva leggere qualcosa di nuovo e allora cercava Amado e mi è venuto a dire se lo conoscevo, dato che io leggo tanto e allora lo dovevo conoscere per forza uno come Amado, il mio amico idiota, forse ve lo sarete già immaginato da soli, è un fan di Baricco. Che dico fan, ultrà. Possiede tutti i libri che ha scritto, compreso Il genio in fuga e L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin, che specie quest’ultimo credo lo abbia letto soltanto lui. Il mio amico, quando è andato a vedere La leggenda del pianista sull’Oceano, rivoleva indietro i soldi del biglietto ché a un certo punto non gli tornava un dialogo, diceva che lo avevano fregato, che lui Novecento lo sapeva a memoria e non era mica così.
Il mio amico lo avete capito tutti che è idiota, però si crede intellettuale, e allora Baricco è lo scrittore che fa per lui, ché Baricco ormai non ne fa mistero di scrivere con stile perfetto cose assurde che dopo chi trova una spiegazione intellettuale si sente ganzo. A Baricco tutto gli si può dire ma non che non sappia scrivere, lui con le parole ci fa quel che vuole, le rigira, le spezza, le tronca, costruisce dialoghi surreali. Tecnica come Baricco credo non ce l’abbia nessuno, un po’ come Maradona con la palla al piede. E allora ti fa anche più incazzare quando prendi in mano un libro come City e, se sei al mare, ti viene voglia di tirarlo in acqua e non vederlo più. Ti prendono i cinque minuti pure se leggi quel che dice Giovanni Pacchiano sul Corriere della Sera (gruppo Rizzoli, mi pare, stesso editore di Baricco) che, senza vergognarsi, dice che il romanzo appare come un’iridescente, enorme bolla di sapone in cui la vista rischia di smarrirsi: per il bandolo, il filo di una scrittura fra le più belle, sciolte e all’apparenza naturali della nostra narrativa di oggi. Sulla bolla di sapone sono d’accordo, nel senso che poi scoppia si sgonfia sparisce fa la fine di un enorme bluff e libera il lettore dalla sua presenza ingombrante di ammasso di carta inutile che si dipana per trecento e passa pagine, che c’ha pure un epilogo nonostante per non so quanti capitoli non abbia né capo né coda. Ci soccorre lo stesso Baricco a dire che questo libro è costruito come una città, come l’idea di una città. Mi piaceva che il titolo lo dicesse. Adesso lo dice. Le storie sono i quartieri, i personaggi sono le strade. Il resto è tempo che passa, voglia di vagabondare e bisogno di guardare. Il resto ancora sono prese per il culo, compreso il risvolto di copertina, questo lo aggiungo io che me lo sono sciroppato tutto, City, e non ci ho capito un cazzo, non mi vergogno a dirlo, tanto mica devo passare da intellettuale, io.
City è un libro che si presta a un tipo di lettura trasversale, nel senso che non serve mica leggerlo tutto, si possono saltare decine e decine di pagine che il risultato è lo stesso, mica vi perdete niente, mica succede niente che valga la pena. Lo potete pure leggere aprendo una pagina a caso oppure cominciando dalla fine per risalire verso le prime pagine. Sorge solo il dubbio di come abbiano fatto a recensirlo bene quasi tutti i critici letterari d’Italia. Sorge solo il dubbio di sapere come abbia fatto a vendere tutte quelle copie, che quello magari lo sappiamo ma dobbiamo fare finta di non saperlo, se no a che serve parlare.
Baricco è più facile di un fumetto, autore perfetto per chi vuol faticare poco, si salta, si spizzica, si legge un dialogo tra due ragazzi e il cameriere di un McDonald’s, si va avanti per vedere come finisce una storia assurda di due che si accapigliano per non mangiare un panino di troppo che glielo davano pure gratis e poi la storia continua con il dolce che era gratis pure quello. Il filo conduttore di questa stronzata gigantesca è la storia di Ballon Mac, un super eroe cieco che fa il dentista, una specie di Devil, solo che non è avvocato, che l’editore gli vuole ammazzare Mami Jane, che sarebbe la mamma, però cerca il consenso dei lettori e allora organizza un referendum, ma alla fine fa come gli pare e l’ammazza. Questa cosa fa girare un po’ i coglioni a Diesel e Poomerang, due amici di un ragazzino geniale che si chiama Gould ed è pure figlio d’un generale, che loro erano appassionati lettori di Ballon Mac. La storia comincia così e poi prosegue, c’è pure un professore che si chiama Taltomar, che i nomi a Baricco gli piacciono forte e c’ha una fantasia coi nomi che non vi dico, questo professore fa delle cose e anche gli altri ne fanno. Che dire? Il resto è tempo che passa, voglia di vagabondare e bisogno di guardare. Ma vai in culo, Baricco. E restaci. E prendi per il culo il mio amico, che tanto è idiota, ma a me no, per favore, che le prese di culo le riconosco da lontano ormai, e le cose furbette costruite a tavolino pure, e quando le leggo mi viene un giramento di palle che con questo libro ci accenderei un fuoco qui sull’istante, se non fosse proibito e se non rischiassi di prendermi una multa. Mi girano anche perché ti ho dato sette euro e settantacinque per questa roba qui, che potevo comprarci Antonio Tabucchi o Pino Cacucci o magari Ivo Scanner che era meglio.
Baricco prende per il culo il lettore e lui, il lettore, ci gode. Alla grande. Tu prendi il mio amico idiota, quello che non conosce Amado, lui ci trova sempre qualche risvolto psicanalitico in quello che scrive Baricco, che quando in una cosa non ci si capisce un cazzo si scomoda sempre la psicanalisi. Ma pure il disagio sociale, la follia, il male di vivere e chi più ne ha più ne metta.
Baricco è un grande perché fa partecipe il lettore delle sue prese di culo, lui lo sa che il lettore fingerà di capire pur di passare per intellettuale. E il lettore di Baricco è uno che legge poco, best seller di solito, con Baricco fa un’eccezione e si concede uno sfogo letterario, qualcosa che lo qualifica. Baricco è l’autore da tenere sotto braccio, da esporre all’amica per fare colpo, dire che avete tutti i libri di Baricco fa fico e poi è pure poco faticoso da raccontare, basta leggere qualche pagina di un romanzo a caso che poi gli altri li potete pure lasciare chiusi tanto fa lo stesso.
Per continuare a parlare di Baricco voglio parafrasare pagina centonovantaquattro di City edizione economica BUR, che quella ho comprato ed è pure troppo, dove c’è una specie di saggio sull’onestà intellettuale. Se uno che rapina banche va in galera, perché chi prende per il culo i lettori gira a piede libero? Questo fa Baricco, se si vuol esser sinceri. City deborda mestiere fine a se stesso e bravura stilistica sprecata, è un libro ideato a tavolino, costruito, inutile, che non dice niente, che non fa pensare. City è la classica non lettura per gente che porta a spasso i libri ma mica li legge, confezionata su misura per chi si vuol fare abbindolare.
Io sono qui allibito dopo aver letto tanta cacca che mi chiedo ancora di cosa parlavano quelle oltre trecento pagine di sbrodolamenti vari, quali problemi volevano affrontare, quale storia raccontavano. E pensare che Baricco ha scritto cose leggibili come Oceano mare e Novecento. Baricco sa scrivere, chi può negarlo? Quel che non si capisce è perché spreca il talento dietro a storie come City, che scorrono come acqua fresca sul povero lettore.
Tra le pagine di City c’è pure un personaggio autobiografico: un pittore che dipinge il niente. Questo fa Baricco, c’è poco da dire. Posso immaginare quel che insegna nella sua scuola di scrittura creativa. Forse abitua gli allievi alla scrittura evanescente, alle gigantesche bolle di sapone che poi esplodono e in mano resta il niente, alle storie che non raccontano storie, al vuoto che c’è nella sua scrittura. Per non parlare di Senza sangue, libro che non so se definire più furbo o più inutile. Se City sono trecento pagine di niente e in edizione economica ve lo danno con sette euro e settantacinque, Senza sangue sono cento paginette di piccolo formato alla bella cifra di dieci euro. Editore Rizzoli, cavallo che vince non si cambia. Per City almeno gli si pagava la fatica, povero Baricco, e a peso si restava soddisfatti. Senza sangue presenta il solito stile fotocopia, stratagemmi identici, scorciatoie già viste. L’ambientazione è surreale, tanto per non sbagliare, si potrebbe svolgere ovunque e in qualsiasi periodo storico, non si corre il rischio di tirare sfondoni. Mato Rujo potrebbe essere ovunque e i nomi spagnoli ce li ho messi per un fatto puramente musicale, dice Baricco. Ma vai un po’ a cagare, dico io. Una vicenda fuori dal tempo e non collocabile geograficamente. Troppo facile. Però almeno una storia qui si sforza di raccontarla ed è già qualcosa, un noir semplice semplice che non fa pensare troppo e con poco sangue, che il sangue non piace ai lettori di Baricco che sono tanto intellettuali. Un’operazione commerciale bella e buona, una storiellina nera facile e inutile con la moralina finale stiracchiata e stupida. Un romanzo costruito a tavolino. Baricco cavalca la moda del noir che lui può scrivere proprio di tutto con quello stile, figuratevi se non scriveva il noir che oggi tutti scrivono noir che la gente lo compra pure se lo scrive un italiano, chissà perché. Un noir in due tempi. Il passato e il presente. Scrivo alla Baricco, adesso. L’ho letto troppo oggi e allora mi prende male. Due parole. Punto. Ecco, forse sono pronto per la sua scuola di scrittura creativa.
Sono lontani i tempi di Novecento, caro Baricco, pure se credo che non te ne importi proprio niente, visto che vendi più dei cantanti, dei calciatori e dei brunivespe. Però ora ti dico che alla Scuola Holden non mi ci vedrai mai e spero che tanti la pensino come me che io ti ho già dato troppi soldi a comprare i tuoi libri che parlo parlo ma in fondo di tuo mi mancano solo le mucche del Wisconsin e quello non lo compro neppure se mi minacciano con un coltello alla gola. Alla Scuola Holden non ci vengo e non faccio neppure i tuoi corsi per corrispondenza che ho paura di imparare a scrivere storielline senza sangue ma pure senza palle come quelle che ci rifili da un po’ di tempo a questa parte. Preferisco il mio stile e un po’ d’istinto. Preferisco leggere Tabucchi, tanto per dire uno che potrebbe insegnare a scrivere ma mica lo fa, che con lui impari quando leggi, non c’hai bisogno di vederlo in televisione o di sentirlo parlare a un corso di scrittura creativa, o alla Fiera del libro di Torino.