Tra le pagine fitte e implacabili di Lettera al mio giudice, Georges Simenon abbandona il mondo dell’ispettore Maigret e delle inchieste poliziesche per addentrarsi in un terreno assai più torbido e intimo: quello dell’animo umano, di un assassino che si confessa, ma non si pente. Pubblicato nel 1946, è un esempio emblematico della produzione che l’autore belga definiva dei “romans durs” – i romanzi duri – distinti dalla narrativa gialla più nota, eppure forse più autenticamente legati alla sua vocazione di scrittore.
Qui, infatti, non si tratta di scoprire chi ha ucciso chi, ma di penetrare le ragioni che hanno condotto un uomo, apparentemente rispettabile, a commettere un atto irreparabile. La trama è presto detta, eppure irriducibile a un riassunto: un medico borghese, Charles Alavoine, scrive dalla prigione una lunga lettera al giudice che l’ha condannato, cercando di spiegare – o forse di capire – perché ha ucciso la donna che amava. Ciò che conta davvero, però, non è l’evento in sé, bensì il rovello interiore: la tensione che serpeggia tra le righe, l’ambiguità di una verità che sfugge alle categorie morali.
Noi lettori, dunque, ci troviamo a occupare un posto singolare: diventiamo, nostro malgrado, i destinatari impliciti della confessione. Il giudice, evocato nel titolo, diventa quasi una maschera dietro cui si nasconde il vero interlocutore: noi stessi. Simenon sovverte così il punto di vista tradizionale del romanzo giudiziario e lo trasforma in un’indagine psicologica. Non si chiede chi sia colpevole, ma che cosa significhi esserlo. Non si accontenta di narrare i fatti, ma vuole comprendere le ombre dell’identità, i meccanismi profondi del desiderio, del possesso, della paura.
L’originalità del romanzo risiede proprio in questo ribaltamento: Alavoine non è un criminale nel senso convenzionale del termine, né un innocente travolto dalle circostanze: è un uomo che si racconta con disarmante lucidità e altrettanta opacità, oscillando tra la confessione e l’autoassoluzione. Il suo sforzo di spiegare l’omicidio non è né un atto di espiazione, né una giustificazione, ma una ricerca ostinata di senso che ci incita a sospendere il giudizio, a mettere in discussione le nostre certezze su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, su ciò che è normale o anormale, umano o disumano.
Nel contesto della vasta produzione simenoniana, Lettera al mio giudice brilla come un’opera singolare e perturbante. Qui l’autore belga dimostra tutta la sua abilità nello scavo psicologico, nel dare voce a un io narrante che non chiede compassione, ma attenzione. Il romanzo assume così la forma di un monologo quasi claustrofobico, in cui ogni parola è un tentativo di afferrare l’inafferrabile: l’origine del male che si annida in noi – in tutti noi.
Simenon ci pone davanti a una domanda che attraversa tutta la letteratura del Novecento: fino a che punto siamo padroni delle nostre azioni? E quando ci illudiamo di amare, stiamo forse solo cercando di possedere, di colmare un vuoto, di esercitare un potere?
Leggere Lettera al mio giudice significa confrontarsi con enigmi umani che non hanno risposte, ma che sono lo specchio – inquietante e affilato – di una coscienza che si guarda vivere e morire nello stesso tempo. Un romanzo che, sotto la scorza apparentemente lineare del suo stile, nasconde abissi profondi. E che, ancora oggi, ci obbliga a guardarli in faccia.