New York, 1968. Michael organizza una festa di compleanno per l’amico Harold, invitando un gruppo di uomini omosessuali legati da rapporti di amicizia, rivalità e antichi rancori. L’arrivo inatteso di Alan, un ex compagno di università apparentemente eterosessuale, altera gli equilibri della serata. Fra alcol, battute feroci, confessioni e umiliazioni, la festa si trasforma in un gioco al massacro, durante il quale ciascuno è costretto a confrontarsi con le proprie paure, frustrazioni e contraddizioni.
Festa per il compleanno del caro amico Harold uscì nel 1970, quando il cinema americano aveva appena incominciato a incrinare il muro di silenzio che circondava l’omosessualità. William Friedkin, adattando l’omonima pièce di Mart Crowley, rappresentata per la prima volta nel 1968, compì un’operazione di straordinaria audacia, portando sullo schermo un gruppo di uomini gay senza preoccuparsi minimamente di renderli simpatici, esemplari o accettabili. Una scelta tanto più dirompente perché, all’epoca, la semplice presenza di personaggi dichiaratamente omosessuali costituiva già una provocazione.
La vera forza del film risiede nella sua spietatezza: i protagonisti sono sarcastici, meschini, rancorosi, spesso insopportabili, capaci di infliggersi reciprocamente crudeltà devastanti con una battuta pronunciata al momento giusto. Il loro linguaggio è una spada, e l’ironia uno scudo che si trasforma continuamente in aggressione. Il paradosso più feroce è che questi uomini, vittime dei pregiudizi della società, ne hanno interiorizzato i meccanismi al punto da riprodurli fra loro, manifestando intolleranza, disprezzo e una disperata incapacità di accettarsi.
Alan, l’ospite apparentemente eterosessuale, diventa così il capro espiatorio del gruppo, la vittima sacrificale sulla quale riversare frustrazioni, rancori e umiliazioni subite. La sua presenza scatena un’aggressività che nasce anche dal desiderio di smascherarne le presunte ipocrisie, quasi che la sua eterosessualità costituisse una colpa da espiare. Nel tentativo di demolirne le certezze, i protagonisti finiscono per riprodurre proprio quella violenza discriminatoria di cui sono quotidianamente vittime.
Friedkin dirige questo massacro psicologico con un rigore impressionante, trasformando uno spazio quasi interamente chiuso in un’arena nella quale ogni parola può ferire. La matrice teatrale diventa una risorsa: dialoghi affilatissimi, interpretazioni memorabili e una tensione crescente che non concede tregua. Sotto la superficie brillante e velenosa affiora progressivamente una sofferenza autentica, tanto più dolorosa quanto meno i personaggi riescono a riconoscerla, anzi, a riconoscersela.
Per certi aspetti ancora più provocatorio di L’assassinio di Sister George di Robert Aldrich, il film rifiuta qualsiasi consolazione e qualsiasi compiacimento edificante. La sua importanza storica consiste anche nell’aver mostrato che rappresentare una minoranza significa riconoscerle il diritto di essere contraddittoria, sgradevole, perfino detestabile. Oggi alcune caratterizzazioni possono apparire legate a stereotipi dolorosi, ma proprio quest’ambiguità contribuisce a renderli complessi.
William Friedkin realizza un’opera coraggiosa, crudele e profondamente umana, in cui la violenza dei rapporti personali rivela le ferite prodotte dalla repressione sociale. Un capolavoro che conserva intatta la capacità di mettere a disagio lo spettatore, costringendolo a guardare ciò che preferirebbe ignorare.