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La letteratura non è un anestetico

C’è un’idea che circola con un’insistenza quasi ossessiva; un’idea apparentemente innocua, persino di buon senso, ma che nasconde una concezione della letteratura sorprendentemente povera, secondo la quale un romanzo dovrebbe, prima di tutto, “intrattenere”: raccontare una bella storia, non annoiare, non contenere troppe “seghe mentali”, non impicciarsi di politica, filosofia, etica o altre fastidiose complicazioni. In sostanza: far passare qualche ora piacevole e poi farsi da parte, senza lasciare traccia di sé.
È difficile immaginare una riduzione più drastica e più sterile della funzione della narrativa. Naturalmente una bella storia è importante: senza un racconto efficace, senza personaggi credibili, senza immaginazione la letteratura non esiste. Ma quando si pretende che sia solo quello, quando si trasforma il romanzo in un prodotto di consumo destinato esclusivamente a distrarre, rilassare, accompagnare un viaggio in treno o un pomeriggio sotto l’ombrellone, quando la parola “intrattenimento” smette di essere una possibile qualità dell’opera e diventa il suo unico criterio di legittimità, si impoverisce e si imbarbarisce l’idea stessa di letteratura.

Da Omero a Dante, da Cervantes a Dostoevskij, da Kafka a Orwell, da Calvino a Saramago, i grandi scrittori non hanno mai raccontato storie semplicemente per riempire il tempo libero dei loro lettori: hanno usato il racconto per interrogare il mondo, per mettere in discussione certezze, per esplorare l’essere umano, immaginare società diverse, denunciare ingiustizie, riflettere sul potere, sulla morte, sulla libertà, sull’amore, sulla fede, sulla violenza. Se quei libri continuano a parlarci dopo decenni o secoli non è perché “scorrono bene”, ma perché continuano a porci domande che non smettono di essere urgenti.
Ridurre tutto questo all’intrattenimento equivale a chiedere alla musica di essere soltanto rumore di sottofondo, alla pittura di intonarsi al colore del divano, alla scultura di essere meramente decorativa. È un’idea dell’arte come arredamento.

Si sente spesso dire: “Per la politica ci sono i canali appositi, non c’è bisogno di andare a rovinare la letteratura”. È una frase che tradisce un equivoco profondo: non esistono “canali appositi” quando si racconta la condizione umana. La politica non è soltanto il dibattito parlamentare o il talk show televisivo, ma il modo in cui gli esseri umani convivono, distribuiscono il potere, costruiscono diritti, subiscono ingiustizie, immaginano il futuro. Ogni volta che un romanzo racconta persone immerse in una società, la politica è già lì, anche quando l’autore non ha alcuna intenzione di fare propaganda o di proporre tesi. Lo stesso vale per la filosofia, l’etica, la religione, la scienza: sono dimensioni della realtà, non intrusioni indebite nella narrativa.
È curioso che proprio chi rivendica il diritto di leggere “solo una bella storia” spesso ignori quanto siano impregnati di riflessione proprio i generi che frequenta. Il noir nasce come critica delle strutture del potere, delle disuguaglianze e della corruzione. Il romanzo storico dialoga continuamente con il presente. Il romance riflette sui rapporti affettivi, sui ruoli sociali, sulle trasformazioni della famiglia e dell’identità. La fantascienza, forse più di ogni altro genere, ha costruito la propria grandezza immaginando conseguenze politiche, tecnologiche, filosofiche ed etiche che il presente ancora non vedeva.

Eppure è proprio la fantascienza a essere periodicamente invitata, più degli altri generi, a “non prendersi troppo sul serio”. Il paradosso è evidente: si tratta del genere che più di ogni altro ha anticipato questioni oggi centrali – sorveglianza, intelligenza artificiale, manipolazione dell’informazione, crisi climatica, biotecnologie, colonialismo, postumanesimo, eccetera eccetera. Eppure continua a essere liquidato da chi non lo frequenta come un catalogo di astronavi, robot e raggi laser. È come giudicare tutta la pittura dalla decorazione di una tazza o tutta la musica dalla suoneria di un telefono.
Il problema però non riguarda soltanto chi disprezza la fantascienza senza conoscerla, bensì anche quella parte del suo stesso pubblico che sembra desiderare un genere innocuo, rassicurante, confinato all’evasione: una fantascienza addomesticata, che non disturbi, non provochi, non costringa a interrogarsi. È una richiesta che, estesa a tutta la narrativa, produce inevitabilmente una letteratura anestetizzata.

In questo processo il mercato ha responsabilità enormi. Da anni l’industria culturale tende a sostituire la parola “opera” con la parola “contenuto”. Romanzi, serie televisive, podcast, videogiochi, reel: tutto confluisce nello stesso flusso destinato a catturare attenzione per qualche minuto prima di essere sostituito dal prodotto successivo. Conta che l’autore abbia tanti “follower” e che il libro “funzioni”, che sia “scorrevole”, “coinvolgente”, “cinematografico” – molto meno importante è chiedersi se abbia qualcosa da dire.
Una parte dell’editoria ha finito per inseguire questa logica. Non tutta, fortunatamente, ma abbastanza da influenzare il mercato. Si cercano libri che non mettano a disagio il lettore, che non richiedano fatica, che non pretendano riletture, che possano essere raccontati in trenta secondi su un social network: l’opera diventa un prodotto da consumare rapidamente e dimenticare con altrettanta rapidità.
Va da sé che molti scrittori hanno interiorizzato questa mentalità: non cercano più di allargare gli orizzonti del lettore, di sfidarlo, ma di assecondarne le aspettative, di rassicurarlo. Non aprono conflitti: li evitano come la peste. La complessità diventa un difetto, la profondità un rischio commerciale, il pensiero una possibile perdita di vendite.

Ma una letteratura che rinuncia a disturbare è una letteratura che rinuncia a una parte essenziale della propria funzione. Non significa che ogni romanzo debba trasformarsi in un manifesto ideologico, tutt’altro: sarebbe altrettanto sterile. La narrativa non è un comizio e la propaganda produce quasi sempre pessima letteratura. Il punto è un altro: un grande romanzo pone domande prima ancora di offrire risposte. Mette in crisi, incrina convinzioni, ci obbliga a guardare il mondo con occhi diversi. A volte lo fa con leggerezza, altre con forza, altre ancora attraverso l’ironia o la fantasia. Ma lo fa.

L’intrattenimento, quando c’è, è un magnifico mezzo. Non il fine. E forse il nodo sta proprio qui: una parte crescente del pubblico non sembra desiderare opere che lo trasformino, ma prodotti che lo confermino; non cerca esperienze intellettuali o emotive, ma un prodotto che lo distragga e gli consenta di contrastare la noia; chiede all’arte di non contraddirlo mai, di non fargli nascere alcun dubbio. È una richiesta comprensibile, persino umana, ma, quando diventa il criterio dominante con cui si giudica la letteratura, finisce per svuotarla della sua ragion d’essere.

La letteratura non nasce per proteggerci dalla realtà: nasce per costringerci ad attraversarla. Una spada, non uno scudo.

Heiko H. Caimi: Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025) e "Niente da salvare" (con Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web. ---------- Heiko H. Caimi, born in 1968, is a writer, screenwriter, poet, and creative writing teacher. He has worked with a number of publishers, including Mondadori, Tranchida, and abrigliasciolta. He has taught at the Egea Bookshop at Bocconi University in Milan, as well as at various schools, libraries, and cultural associations in Italy and Switzerland. Since 2013, he has served as editorial director of the literary magazine “Inkroci”. He is one of the founders and organisers of “Libri in Movimento”, a travelling literary festival. He contributed the column “Pagine in un minuto” to the news publication “InPrimis” and has also contributed to writer Barbara Garlaschelli’s blog “Sdiario”. He is the author of the novel “I predestinati” (Prospero, 2019) and has edited the short-story anthologies “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch’io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (with Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (with Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024), “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (with Giovanni Peli, Calibano, 2025), and “Niente da salvare” (with Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). His short stories have appeared in numerous anthologies and magazines, as well as online.
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