Recensione in versi liberi
Sono all’università e coltivo l’idea fissa del suicidio,
è il mio motivo ricorrente dopo una grande amicizia svanita nel nulla.
Eravamo cinque ragazzi inseparabili ai tempi del liceo,
ma quando sono andato a Tokyo per studiare
mi sono visto rifiutato.
Mi chiamo Tazaki Tsukuru e amo le stazioni,
voglio costruire stazioni ferroviarie,
è il mio piccolo scopo nel mondo.
Conosco Sara, la mia ancora di salvezza,
una ragazza alla quale aggrappare i miei ricordi
di un’amicizia infranta.
Ho vagabondato per sei mesi senza capire,
poi ho conosciuto Haida,
un nuovo amico che mi ha raccontato la storia di suo padre,
un vecchio pianista jazz destinato a morire,
che abbandona nelle mani degli altri il testimone per la morte.
Sara mi spinge a ricercare i vecchi amici,
devo capire, mi farà bene per continuare a vivere
senza macigni da evitare lungo strade pietrose.
Rimuovere il ricordo di quattro amici perduti,
quattro colori nei loro nomi – rosso, blu, bianco e nero –
soltanto io sono incolore.
Sogni che tormentano la mia vita,
Shiro e Kuro, le due amiche, ma con loro vedo Haida
e mi risveglio con la sinfonia di Franz Liszt,
quel Mal di paese che attraversa i miei giorni senza pace.
Tristezza immotivata che il paesaggio infonde nel cuore degli uomini,
questo è il senso della sinfonia che pervade i giorni,
mentre Haida scompare, vittima di uno strano sogno erotico.
Ma è davvero un sogno? E poi perché proprio quel sogno?
Sento di non avere niente da offrire agli altri,
sono proprio incolore,
persino Haida mi abbandona, interrompe gli studi e lascia il Campus.
Ho anche un rapporto di puro sesso con una ragazza più grande,
ma quando lei si sposa tutto finisce.
Per fortuna incontro Sara e decido di andare a cercare i vecchi amici perduti.
Kuro vive in Finlandia con il marito e due figlie piccole.
Ao lavora a Nagoya, ha una concessionaria, fa il rappresentante della Lexus.
Aka si è laureato bene ed è entrato in banca,
poi in una finanziaria, infine ha aperto un centro di formazione
dove fa corsi per imbottire il cervello ai nuovi manager.
Vivono ancora a Nagoya, entrambi.
Shiro non ha un posto dove incontrarla,
scopro che è morta sei anni fa,
ha solo una tomba di marmo a Nagoya e nessuno mi ha avvisato.
Morta a soli 30 anni, povera Shiro.
Scomparsa senza lasciare traccia, solo un mucchio di cenere bianca,
non potrà più suonare Le mal du pays.
Incontro Ao nella sua concessionaria,
lui mi dice che Shiro aveva confidato a tutti che io l’avevo violentata.
Che assurda follia!
Aka nella sua agenzia mi racconta di Shiro morta strangolata
e del suo triste funerale.
Torno da Sara sconvolto e non riesco a far l’amore.
Devo andare in Finlandia da Kuro e cercare di capire fino in fondo,
comincio a temere che esista una realtà parallela
dove devo aver violentato Shiro.
Non comprendo quale realtà sto vivendo.
Kuro, adesso dice che vuol essere chiamata Eri,
mi dice che lei proteggeva Shiro,
ma sapeva bene che io non potevo averla violentata.
Kuro era innamorata di me e io non l’ho mai capito,
a me piaceva Shiro – solo adesso lo confesso anche a me stesso –
bellissima ma del tutto disinteressata al sesso.
E allora ascolto di nuovo Le mal du pays
e la rivedo in tutta la sua bellezza
e abbraccio Kuro come se fossimo due vecchi innamorati che si ritrovano.
Siamo sopravvissuti. Siamo arrivati dove ci troviamo adesso.
E io mi sento un guscio vuoto.
Non mi resta che tornare a Tokyo e sperare,
cercando di spezzare il muro di ghiaccio che mi attanaglia il cuore
con il calore di un’altra persona, con la passione di un amore.
Non devo perdere Sara. So soltanto che non devo perdere Sara.
Non tutto è andato perduto nel corso del tempo.
Noi a quell’epoca abbiamo creduto in qualcosa.
Eravamo capaci di credere in qualcosa.
È un ricordo che non può svanire così, senza lasciare traccia.
Sono finiti gli anni di pellegrinaggio,
resta solo la musica di Lazar Berman.
E a me Sara e i miei treni, le mie stazioni,
ma Sara deve fare una scelta tra me e un altro amore.
E se domani non sceglierà me, penso che morirò davvero…
28 settembre 20026