Gaustìn, enigmatico “viaggiatore nel tempo”, apre a Zurigo una clinica per malati di Alzheimer: ogni piano ricostruisce minuziosamente un decennio del Novecento, affinché chi perde la memoria possa ritrovare il proprio passato. Ma presto anche i sani desiderano rifugiarsi in epoche perdute. L’esperimento dilaga, contagia l’Europa e diventa politico: ogni nazione vuole scegliere tramite referendum il proprio passato ideale. Finché la nostalgia, da cura, si trasforma in malattia collettiva.
Cronorifugio possiede la rara capacità di partire da un’idea quasi semplice e di lasciarla crescere fino a farne qualcosa di enorme e inquietante. All’inizio c’è una clinica, ci sono persone che perdono la memoria, ci sono stanze arredate con mobili, giornali, profumi, oggetti e musiche appartenenti a un determinato decennio. La ricostruzione del passato funziona come terapia: se il presente si dissolve, forse è possibile restituire al malato il luogo temporale nel quale la sua memoria riesce ancora ad abitare. Poi Gospodinov compie lo scarto decisivo: che cosa succederebbe se a desiderare quelle stanze non fosse più soltanto chi ha perduto il presente, ma anche chi del presente non vuol sapere più nulla?
È qui che il romanzo rivela progressivamente la propria natura: il passato non è più soltanto memoria individuale – diventa rifugio, poi desiderio, quindi merce e infine progetto politico. L’Europa incomincia a interrogarsi non su quale futuro costruire, ma su quale passato scegliere. Si organizzano referendum, ogni Paese cerca la propria epoca felice, o quella che crede tale, e la nostalgia cessa di essere il sentimento privato per qualcosa che abbiamo perduto, trasformandosi in un’ideologia collettiva.
Gospodinov cominciò a lavorare al romanzo negli anni della Brexit e dell’ascesa dei nuovi populismi europei, e questo retroterra è fondamentale: Cronorifugio parla di una società che, incapace di immaginare il futuro, comincia a mitizzare il passato fino a volerlo restaurare. Beninteso, non siamo di fronte a un romanzo a tesi: non impartisce lezioni, non costruisce allegorie con le didascalie per lettori distratti: procede per frammenti, digressioni, piccoli racconti, paradossi, malinconie, improvvise accensioni comiche. La giuria dell’International Booker Prize, che gli ha assegnato il premio nel 2023, ne ha sottolineato proprio l’inventiva, l’umorismo nero e la riflessione sul potere seduttivo della memoria e della nostalgia, individuale e nazionale.
È proprio questa ricchezza a provocare, in un certo tipo di lettore di fantascienza, il solito dubbio: Ma è davvero fantascienza? Domanda riservata con curiosa puntualità ai romanzi che della fantascienza oltrepassano gli stereotipi più riconoscibili; come se un’opera, nel momento in cui possiede una scrittura fortemente letteraria, dialoga con Borges, Proust, Mann, il modernismo e la tradizione mitteleuropea, diventasse improvvisamente sospetta. Eppure il dispositivo di Cronorifugio è quello più antico e più fertile della fantascienza: Che cosa accadrebbe se…? Che cosa accadrebbe se potessimo ricostruire un’epoca con sufficiente precisione da consentire alle persone di abitarla? Se una terapia della memoria diventasse un bisogno sociale? Se milioni di individui preferissero un passato artificiale al proprio presente? Se questo bisogno diventasse programma politico? Se intere nazioni potessero votare democraticamente per decidere in quale tempo vivere?
Questa è speculazione, nel senso più pieno del termine. Che il punto di partenza utilizzi conoscenze reali sulla memoria e sulle terapie rivolte ai malati di demenza non cambia nulla: la fantascienza ha sempre preso elementi del presente, scientifici, tecnologici, sociali o politici, spostandoli di qualche grado per osservarne le conseguenze. E definire il cronorifugio, come è stato fatto, un “espediente letterario” come argomento per escludere il romanzo dalla fantascienza significa cadere in un curioso cortocircuito: gli espedienti della fantascienza sono espedienti letterari, perché la fantascienza è letteratura. Non occorrono astronavi, alieni o macchine del tempo. Qui, anzi, la macchina del tempo è infinitamente più interessante proprio perché non esiste: è la memoria.
Naturalmente Cronorifugio è anche altro. È distopia, satira politica, romanzo filosofico, autofiction, commedia nera, meditazione sul tempo e sulla morte, riflessione sulla Storia europea. Ma il fatto che travalichi i generi non rappresenta affatto un difetto, né un problema tassonomico: è semmai uno dei suoi maggiori pregi. I grandi romanzi difficilmente se ne stanno buoni dentro il recinto preparato per loro da chi ama le classificazioni più della letteratura. Lo stesso Booker Prize l’ha definito un genre-busting novel of ideas, un romanzo d’idee che infrange i confini dei generi.
Del resto la fantascienza migliore ha sempre fatto esattamente questo: Ballard poteva servirsi della catastrofe per parlare della psiche contemporanea; Bradbury trasformare una distopia in una riflessione sulla cultura e sul conformismo; Orwell utilizzare un futuro politico per sezionare il presente; Vonnegut mescolare fantascienza, guerra, autobiografia e grottesco. Pretendere che un romanzo appartenga a un genere soltanto quando ne esibisce l’arredamento più scontato significa confondere la fantascienza con la sua scenografia.
Gospodinov fa qualcosa di più sottile. Prende una delle ossessioni fondamentali del genere – il tempo – e ne elimina quasi completamente la tecnologia. Non ci porta fisicamente nel passato, ricostruisce il passato intorno a noi, e così facendo formula un’idea forse ancora più perturbante del viaggio temporale tradizionale: non occorre davvero tornare indietro perché il passato conquisti il presente; basta che un numero sufficiente di persone incominci a desiderarlo.
Qui il romanzo diventa formidabile. La nostalgia possiede infatti due volti: per l’individuo può essere consolazione, identità, perfino terapia; per la società può diventare falsificazione. Perché il passato nel quale desideriamo tornare non coincide necessariamente con quello realmente esistito: è un passato selezionato, ripulito, ricostruito attraverso ricordi personali e collettivi. Gospodinov porta così il problema della memoria dal cervello del singolo alla coscienza delle nazioni. Ed è uno dei motivi per cui Cronorifugio è un grande romanzo politico senza essere soltanto un romanzo politico. La sua domanda più terribile non riguarda il passato, ma il futuro: che cosa succede a una civiltà quando smette di desiderarlo?
La scrittura accompagna questa progressione con straordinaria leggerezza. Gospodinov sa essere malinconico senza diventare sentimentale, filosofico senza trasformarsi in trattatista, comico mentre sta raccontando qualcosa di profondamente tragico. Passa continuamente dall’individuo alla Storia, dalla memoria di una persona a quella di un continente, dall’oggetto insignificante alla catastrofe politica.
Tra gli antesignani c’è Borges, certamente, nel labirinto temporale e nella vertigine dell’idea; c’è Proust nella memoria risvegliata dalle cose; c’è Thomas Mann nella malattia trasformata in condizione metafisica; si possono avvertire Gogol’ e Bulgakov nel modo in cui l’assurdo penetra nella realtà senza bisogno di bussare. Ma Gospodinov possiede una voce propria: frammentaria, ironica, malinconica, profondamente segnata dalla storia dell’Europa orientale e tuttavia capace di trasformarla in una riflessione universale.
E forse il pregio maggiore di Cronorifugio consiste proprio nel movimento con cui allarga continuamente il proprio campo visivo: parte quasi sottovoce, con uomini e donne che stanno perdendo i ricordi, e finisce per parlare di tutti noi. Perché ciascuno possiede il proprio piccolo cronorifugio: un anno, una stanza, una canzone, un odore, una persona, un mondo che non esiste più. Gospodinov comprende perfettamente quanto sia umano desiderare di tornarci. E proprio per questo comprende quanto possa essere pericoloso pretendere di restarci.