{"id":2504,"date":"2021-07-19T05:47:25","date_gmt":"2021-07-19T03:47:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.inkroci.it\/racconti-brevi\/?p=2504"},"modified":"2021-09-12T18:48:23","modified_gmt":"2021-09-12T16:48:23","slug":"letture-brevi-fabrizio-colonna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.inkroci.it\/racconti-brevi\/i-racconti\/racconti-brevi-scrittori-emergenti\/letture-brevi-fabrizio-colonna.html","title":{"rendered":"Fabrizio Colonna &#8211; L\u2019amore ai tempi del pallone"},"content":{"rendered":"<p>Quand\u2019ero bimbetto le domeniche trascorrevano tra pranzi con amici e parenti, l\u2019appuntamento fisso del Totocalcio, <em>90\u00b0 Minuto<\/em> e le radiocronache. Tutto andava a meraviglia, almeno finch\u00e9 mio padre non inveiva contro la radio perch\u00e9 qualcuno l\u2019aveva buttata fuori.<\/p>\n<p>Il calcio \u00e8 sempre stato una rogna. Per ereditariet\u00e0 divenni juventino, anche se non capivo che volesse dire, ma pap\u00e0 lo era quindi dovevo esserlo pure io. La stessa cosa pens\u00f2 mio cugino Emanuele, raccogliendo lo scettro interista di suo padre; indoss\u00f2 la corazza nerazzurra per recarsi alle crociate calcistiche, entrando nel circolo ristretto del fuorigioco, la porta scoperta, il difensore scarpone e l\u2019arbitro cornuto.<\/p>\n<p>Il risultato fu che io ed Emanuele ci scannavamo con regolarit\u00e0 per difendere la nostra squadra, tra slogan improbabili e raccolte di figurine che pesavano sul bilancio famigliare. Fino ad arrivare alle botte vere e proprie, alla faccia dei videogiochi che ci avrebbero poi indotto alla violenza.<\/p>\n<p>Il calcio assumeva quindi una valenza pari al <em>bonobo alfa<\/em> nel branco famigliare, dove il pi\u00f9 forte aveva il diritto di dire la sua in materia. Alleanze con i cugini pi\u00f9 piccoli o gli amichetti pronti per essere traviati: la battaglia per la supremazia correva sul filo di attacchi non convenzionali, per esempio sabotaggi della colla delle figurine, atti di terrorismo su disegni di scudetti, strappati senza piet\u00e0, e persino trafugamento di documenti importanti, come pagine intere della Gazzetta dello Sport, a cui seguivano ritorsioni dei genitori.<\/p>\n<p>Non avrei saputo dire se fosse pi\u00f9 forte Beckenbauer o Baresi, ma la mia stanzetta era tappezzata con foto di Gaetano Scirea. Mio padre tent\u00f2 in ogni modo di spiegarmi che il ruolo di libero, al di l\u00e0 del nome, non voleva dire che potesse fare quello che voleva. Mi spieg\u00f2 che chi stava in quella posizione non era impegnato in marcature, che era l&#8217;ultimo uomo prima che l&#8217;attaccante arrivasse al portiere; mio zio, pi\u00f9 colto, lo aiut\u00f2 facendomi l\u2019esempio del ponte levatoio di un castello medioevale, che veniva tirato su come ultima difesa se l\u2019esercito falliva. Anche quella spiegazione, per\u00f2, era complicata, cos\u00ec mi accontentai della definizione \u2018ultimo baluardo\u2019, che aveva pure una connotazione eroica: se cado io \u00e8 finita. O quasi. Ma in porta c\u2019era Tacconi e stavo tranquillo.<\/p>\n<p>Scirea divenne anche un modo per appianare le divergenze col cugino, visto che pur di averne le figurine, le scambiavo con ogni genere di reperto nerazzurro mi arrivasse a tiro. Emanuele era cos\u00ec contento del mio prezioso materiale che mi diede accesso al suo; in questo modo nonostante le diversit\u00e0 rimanemmo uniti. Fu cos\u00ec che imparai le prime nozioni di diplomazia, e che sani rapporti commerciali possono rendere amiche due nazioni altrimenti rivali.<\/p>\n<p>Nonostante questo, di giocare a calcio non se ne parlava proprio. Che io sappia, Emanuele, troppo pigro, non tir\u00f2 mai una pedata al pallone,e per quanto mi riguarda ogni tentativo diede come risultato rovinose cadute a terra, passaggi agli avversari e un coro di scherno dalle tribune. Le femmine, accidenti a loro. La mia carriera calcistica termin\u00f2 in fretta, pi\u00f9 o meno alla quinta volta che andai a sbattere contro il palo destro della nostra porta, per salvarla da un gol che immancabilmente veniva realizzato. D\u2019altronde anche mio padre era una schiappa, ma ci\u00f2 non gli impediva di essere tifoso, pertanto accettai il mio destino.<\/p>\n<p>Quando conobbi Rosy la mia collezione di Scirea aveva quasi raggiunto il culmine, ero riuscito a ottenere ben cinquanta figurine identiche che avevo usato per comporre la sua figura in movimento su un pannello di compensato, che mio padre aveva poi appeso al muro.<\/p>\n<p>A dieci anni la prassi del corteggiamento era piuttosto semplice: <em>mi piace? Bene, vado e glielo dico. Mi ricambia? S\u00ec, certo, mettiamoci assieme<\/em>. Pulito, elementare come la scuola che frequentavamo entrambi, le mani strette e solo quelle, che i baci erano cose da grandi. Altri tempi.<\/p>\n<p>Di Rosy adoravo le guance tonde e gli occhi azzurri, brillanti come potevano esserlo, per quanto ne sapessi, i fari dello stadio in notturna. Abitando pure vicini potevamo vederci tutti i giorni all\u2019oratorio, o al parchetto dietro casa. Ma non la domenica, in quanto la mattina mi trascinavano a messa e al pomeriggio c\u2019era Scirea, un foglio di carta per disegnare le azioni e le figurine disposte sul tavolo, tipo santini. Un trucco imparato a catechismo che, dicevano, funzionasse bene se si pregava con intensit\u00e0.<\/p>\n<p>Cominciai a capire quanto Scirea influenzasse la mia vita amorosa il 9 gennaio del 1983. Le imprecazioni di mio padre per quell\u2019uno a zero fuori casa col Genoa mi arrivarono ovattate, inoltre il mio campione era stato citato poche volte alla radio ed ero un po\u2019 deluso. Decisi cos\u00ec di andare a trovare Rosy per risollevarmi il morale, le raccontai della partita e lei, serissima, mi rispose che non avevo nemmeno notato le sue scarpette nuove e che avevano ragione le sue amiche. Interrogata in merito salt\u00f2 fuori che quelle mi consideravano un cretino. Il giudizio delle femmine, a quell\u2019et\u00e0, poteva gettare una pessima luce sulla reputazione.<\/p>\n<p>L\u2019acceso litigio che ne segu\u00ec e il portone sbattuto alle sue spalle con violenza mi sconfortarono ancora di pi\u00f9,\u00a0 e neppure il mio nuovo poster di Gaetano che sollevava la Coppa del Mondo riusc\u00ec a darmi forza. Per\u00f2 mi distrasse qualche secondo dai ricordi confusi di quella serata: rammentavo solo di essermi svegliato a causa di mio padre, sul balcone in canottiera e pantaloncini che urlava la sua gioia al vicinato.<\/p>\n<p>Il giorno seguente le scrissi una lettera, dopo una settimana di silenzio lei accett\u00f2 la mia versione e tornammo fidanzatini, almeno fino al primo maggio.<\/p>\n<p>Un pareggio devastante contro l\u2019odiata Inter, con l\u2019aggravante di avere il cugino ospite a casa. Quel 3 a 3 fu il motivo per un\u2019altra rissa, sedata dai genitori che ci scherzarono su. Ero troppo arrabbiato per rimanere l\u00ec e andai a trovare Rosy, ottenendo un\u2019altra litigata per non aver notato che la mamma l\u2019aveva portata per la prima volta dal parrucchiere.<\/p>\n<p>Tornato in camera, interrogai Scirea su cosa avessi dovuto fare. Lui, imperscrutabile, mi fece capire che la risposta stava dentro di me. Riflettei tutta la notte e pure il giorno dopo a scuola, e quando tornai a casa e vidi il poster con un piccolo strappo capii: c\u2019era una correlazione tra i risultati della mia squadra e il mio rapporto con Rosy, non avevo altra spiegazione.<\/p>\n<p>Sacrificai il quaderno di matematica e iniziai a usarlo per prendere appunti, grazie ai quali notai che le volte in cui la Juventus pareggiava, o Scirea non era in forma, litigavo con lei: doveva per forza esserci un motivo.<\/p>\n<p>Alla fine di settembre avevo il quadro completo: il calcio regolava il mio destino. La dimostrazione mi venne da un ignobile pareggio col Pisa, a seguito del quale Rosy minacci\u00f2 di lasciarmi.<\/p>\n<p>Dovevo fare qualcosa.<\/p>\n<p>La prima mossa fu di tenermi aggiornato sugli eventi: campionato, amichevoli e coppa, infortuni, le dichiarazioni di Trapattoni e persino i <em>gossip<\/em> (che all\u2019epoca latitavano). Era un lavoraccio e mia madre mi accusava di tralasciare lo studio per quelle sciocchezze, accusando poi mio padre di cattiva influenza. Convincere il suddetto a comprarmi una maglietta con lo sponsor in bella mostra, casomai anche lui fosse coinvolto, fu comunque facile.<\/p>\n<p>La domenica divenne sacra, andavo sempre in chiesa e rimanevo dieci minuti in pi\u00f9 per spendere qualche moneta della paghetta per un cero, che Don Oreste diceva prolungasse la preghiera. Interrogai i nonni su tutte le pratiche scaramantiche che conoscessero, cos\u00ec evitai con cura gatti neri e scale a libretto, e smisi di usare il sale nel timore che cadesse. Tradizionali e spesso improvvisati gesti rituali accompagnavano i novanta minuti pi\u00f9 recupero, tanto che mia madre mi mand\u00f2 da un pediatra perch\u00e9 pensava avessi qualche problema, tipo i tic nervosi del nonno, che aveva l\u2019artrite e si aiutava a sopportare il dolore muovendo le dita in continuazione). Inoltre in quel periodo diedero in televisione i film di Bruce Lee e li guardai tutti: gli scontri fisici col cugino sarebbero stati inevitabili ed era meglio arrivarci preparati.<\/p>\n<p>Qualsiasi problema avesse afflitto la squadra, il mio entusiasmo avrebbe compensato. Lo promisi al mio campione in posa plastica, mentre si apprestava a colpire la palla, un\u2019istantanea preziosissima donatami proprio dal nemico, il padre di Emanuele. Se ne sarebbe pentito, povero stolto.<\/p>\n<p>Il rapporto con Rosy and\u00f2 una meraviglia: se Scirea non giocava al massimo o la Juventus non vinceva, adducevo qualche scusa, malessere o studio, e rimanevo a casa. Ero fiero della mia intuizione e mio padre era cos\u00ec contento della mia passione che non lesinava regali a tema, tra i quali spiccarono gagliardetti, sciarpe, cappelli e persino un\u2019enorme bandiera che appendemmo al soffitto, in modo che la vedessi prima di andare a dormire. La mia collezione di figurine di Scirea raggiunse le cinquecento unit\u00e0, e alcune di esse furono sacrificate sui mobili della cameretta, con buona pace delle invettive di mamma.<\/p>\n<p>11 novembre 1984, il giorno in cui la mia vita fin\u00ec.<\/p>\n<p>Non potevo crederci. La radio infieriva sul morale con quel terribile 4 a 0 rifilato come se niente fosse alla mia Juventus. Dall\u2019Inter. Inaccettabile, devastante sotto ogni punto di vista, persino quello del cugino che rimedi\u00f2 due schiaffoni alla decima volta che venne a prendermi per i fondelli (Bruce Lee funzionava).<\/p>\n<p>Il peggio arriv\u00f2 poco dopo la notizia a causa del telefono, dietro al quale c\u2019era Rosy che voleva vedermi a tutti i costi. Cercai delle scuse, ero malato, anche i miei genitori. Un\u2019epidemia, avrebbe potuto infettarla, tutta l\u2019umanit\u00e0 era in pericolo se fossi uscito di casa. Fu inamovibile, o proprio non se la bevve, quindi cedetti.<\/p>\n<p>Ci incontrammo al parchetto, ero felice di vederla e cominciai a pensare che, forse, tutte quelle storie sul destino e Scirea fossero panzane. Per un attimo mi illusi che lei mi avrebbe consolato, poi me lo disse:<\/p>\n<p>\u00abDobbiamo lasciarci\u00bb.<\/p>\n<p>Lo sapevo, se ancora avevo dei dubbi in quel momento li persi del tutto. Il mondo croll\u00f2 attorno a me, i palazzi andarono in frantumi, e mattoni e calcinacci divennero palloni, che mi piombarono in testa. La maledizione era vera, quella era la mia punizione per non aver avuto abbastanza fede, il destino, la Juventus e soprattutto Scirea mi stavano punendo.<\/p>\n<p>Provai a recuperare, a chiedere un motivo, mi scusai per qualsiasi cosa mi venisse in mente; arrivai pure a inventarmi di aver fatto marachelle per chiederle perdono, sono pentito, credici, sei la mia vita e tutte quelle cose che a dodici anni si possono dire per umiliarsi davanti a una ragazza.<\/p>\n<p>Fu inutile, lei si volt\u00f2 e sospir\u00f2 un \u00abAddio\u00bb prima di andarsene.<\/p>\n<p>Piansi ore e ore, prima di riprendermi e tornare a casa. Ce l\u2019avevo con tutti e inveii pure verso il mio campione, ma sapevo che non era colpa sua, cos\u00ec risparmiai i poster e mi sfogai su una figurina di Castagner.<\/p>\n<p>Persi interesse per il tifo, ma non per la collezione di adesivi e foto di Scirea, che a tutto c\u2019era un limite. I rapporti con mio cugino migliorarono, colse il mio graduale disamore per la squadra e ci dedicammo a litigare solo per le macchinine e la nostra nuova passione: i videogiochi. Evitai, per\u00f2, di condividere con lui quelli di calcio, giusto per sicurezza.<\/p>\n<p>Rosy non richiam\u00f2 pi\u00f9, provai ripetutamente a farlo io ma dall\u2019altra parte sentivo solo un \u00abMh, s\u00ec, va beh, ciao\u00bb e alla fine smisi. Quando la vedevo in giro e provavo ad avvicinarmi, lei cambiava strada, o si infilava in un gruppetto di amiche che la circondavano per proteggerla, nemmeno fossi un demonio.<\/p>\n<p>Le domeniche diventarono comunque un ottimo modo per prendere buoni voti, non ascoltando pi\u00f9 partite alla radio mi dedicai allo studio e presi la nomea di secchione juventino, che mi avrebbe accompagnato per il resto della mia esistenza. Il calcio era limitato ai risultati, a cose fatte li guardavo in televisione e via, andata anche oggi.<\/p>\n<p>Col passare dei mesi mio padre inizi\u00f2 a pensare di aver perso influenza su di me, o forse temeva che stessi per passare al nemico, cos\u00ec acquist\u00f2 due biglietti e m\u2019invit\u00f2 ad andare allo stadio, visto che non c\u2019ero mai stato. Nonostante la succulenta offerta, non avevo voglia di vedere una partita, ma quando notai che sopra quei cosi c\u2019era scritto \u2018TORINO\u2019 persi la parola. L\u2019amore mi aveva spinto ad allontanarmi dal calcio, ma il tifo aveva qualcosa di subdolo che penetrava nella pelle, prendeva dimora e attendeva il suo momento per tornare all\u2019attacco.<\/p>\n<p>Fu cos\u00ec che il 24 marzo 1985 andai a vedere la mia prima partita in diretta, seduto su una poltroncina durissima e con la mia maglietta sponsorizzata. Temevo quell\u2019incontro, perch\u00e9 era la gara di ritorno della mia amata Juventus contro l\u2019Inter, accidenti a lei e a mio cugino. Non posso descrivere l\u2019entusiasmo e il coinvolgimento che quell\u2019esperienza ebbe su di me; mesi impiegati a sforzarmi di mettere Scirea sotto un tappeto e me lo vedo correre come un demonio verso la porta. Una volta, due, tre e via finch\u00e9 Briaschi decise che ne aveva abbastanza ma, grazie, il terzo gol lo faceva lui. Ma Scirea rimaneva l\u2019eroe del giorno, quello che port\u00f2 avanti la stramaledetta palla, da solo davanti a Zenga che pure non si risparmi\u00f2: la partita avrebbe potuto finire sul 2 a 1, ma almeno un distacco glielo dovevano dopo l\u2019umiliazione di novembre.<\/p>\n<p>Tornando a casa mi sentii felice come un tempo, pregustavo di fiondarmi al telefono e sfottere il cugino, ma una volta arrivato mia madre mi inform\u00f2 che Rosy aveva chiamato diverse volte.<\/p>\n<p>Ci pensai, credo, qualche nanosecondo prima di chiamarla, in barba alla dignit\u00e0 e all\u2019amor proprio.<\/p>\n<p>Ci incontrammo al solito posto, lei aveva gli occhi rossi di lacrime, cercai di consolarla e le nostre mani si unirono ancora. Voleva tornare con me, disse, aveva sbagliato, e allora scoprii che si era invaghita di Antonio, un nostro amico comune al quale tolsi poi il saluto. Un po\u2019 per quello e un po\u2019 perch\u00e9 era milanista, tifo che non ero mai riuscito a comprendere.<\/p>\n<p>Tornato in camera rimasi ore a fissare Scirea: era tutto vero, se vinci tu vinco io. Per\u00f2 non poteva andare avanti cos\u00ec per sempre, io volevo bene a Rosy, cos\u00ec lo pregai di non immischiarsi pi\u00f9 di tanto. Per sicurezza ci misi comunque del mio, facendo di tutto per farla felice, e funzion\u00f2 cos\u00ec bene che anche quando la Juventus perdeva o Scirea non faceva miracoli riuscii a evitare i litigi sul nascere. Ogni volta che la vedevo le chiedevo se fosse andata dal parrucchiere e stavo attento alle scarpe, poi cercai di risultare simpatico a tutte le sue amiche, non sia mai che a qualcuna non andassi a genio. Antonio lo presi a calci un sabato pomeriggio, giusto per riscatto sociale e per dimostrare ancora una volta che Bruce Lee funzionava.<\/p>\n<p>Gli anni trascorsero sereni e spensierati. Crescendo cominciai a dubitare di quella maledizione, ma puntualmente essa tornava a ricordarmi di non abbassare la guardia. Con Rosy andava alla grande: ogni tanto avvenivano sciocchi litigi o scaramucce, la cui cadenza era sempre preceduta da una sconfitta della Juventus, ma in fin dei conti ci volevamo bene e non accusammo mai un vero momento di crisi.<\/p>\n<p>Quando nel 1988 Scirea annunci\u00f2 di volersi ritirare la chiamai subito, avvisandola di avere impegni per tutta la giornata; poi mi recai al bar a discuterne cogli amici, tutti rigorosamente juventini, che avevo coltivato nei due anni di scuola superiore. Trentacinque anni erano tanti, diceva Franco, alla fine uno non corre pi\u00f9 come prima. No, ribattevo, guardalo: \u00e8 nel fiore degli anni. E cos\u00ec via fino a sera.<\/p>\n<p>A ripensarci oggi, forse quello fu il giorno pi\u00f9 triste della mia vita di tifoso, parzialmente risollevato dal biglietto per la partita d\u2019addio del primo novembre. In mezzo ad altri quindicimila scalmanati assistei, non senza gli occhi lucidi, a quei novanta minuti da sogno: nazionale dell\u201982 contro il resto del mondo.<\/p>\n<p>Ma lui non poteva lasciarci a bocca asciutta, cos\u00ec quando divenne allenatore in seconda comprai un moscato e invitai gli amici e pure Rosy, che con pazienza sopportava la mia incontenibile gioia.<\/p>\n<p>3 settembre 1989. Nemmeno un anno dopo e anche quel sogno fin\u00ec, tra le fiamme e lo sgomento di apprendere della sua morte, in un incidente che ancor oggi non riesco e non voglio spiegarmi.<\/p>\n<p>Altri giocatori, ormai, avevano preso il suo posto sul campo e nel cuore dei tifosi, cos\u00ec per alcuni la notizia pass\u00f2 addirittura in sordina. Mi domandai se fosse pi\u00f9 importante la morte o la vita che l\u2019aveva preceduta, ma non avevo la risposta. Forse anche per me quel tempo era passato. Non che ignorassi l\u2019accaduto, tutt\u2019altro, ma mi sentivo colpevole di provare un\u2019emozione meno intensa di quando aveva lasciato il calcio.<\/p>\n<p>Dopo tale riflessione un pensiero mi colse improvviso: Rosy!<\/p>\n<p>Raccolsi il coraggio e andai da lei. Mi avrebbe lasciato ancora? Sarebbe partita per l\u2019Asia, il Polo Nord o un altro posto maledettamente lontano?<\/p>\n<p>Mi accolse un po\u2019 sorpresa e preoccupata per il mio sguardo teso.<\/p>\n<p>\u00abChe succede?\u00bb mi chiese, poi si port\u00f2 le mani al petto: \u00abOh, cielo! Non mi vorrai lasciare?\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abCosa? No! Tu mi vuoi lasciare!\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abSei scemo? Perch\u00e9 dovrei?\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abE perch\u00e9 dovrei farlo io?\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abHo sentito che \u00e8 morto Scirea\u2026 Ogni volta che la tua squadra perde ti deprimi e mi fai sentire in colpa, e lui per te era cos\u00ec importante\u2026\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abCome fai a saperlo?\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abMa se non parli d\u2019altro!\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abPerch\u00e9 non me l\u2019hai mai fatto notare? Posso smettere, posso cambiare! Io\u2026 io per te farei qualsiasi cosa!\u00bb.<\/p>\n<p>Rosy sorrise, mi prese il viso tra le mani e lo disse:<\/p>\n<p>\u00abMa amore mio, \u00e8 perch\u00e9 io sono interista\u00bb.<\/p>\n<p>E ci baciammo, per la prima volta.<\/p>\n<p><em>\u00abE poi com\u2019\u00e8 finita, pap\u00e0?\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abBeh, siamo rimasti assieme cos\u00ec tanto che alla fine ci siamo sposati\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abMa tu non parli quasi mai della Juventus e di questo\u2026 Schirea\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abScirea. Non volevo influenzarti troppo e attirare le ire della mamma. Lo sai che adora Mourinho, accidenti a lui\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>Mio figlio sorride e guarda ancora quella vecchia figurina che gli ho regalato:<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abOra capisco\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abNe sono felice, Gaetano\u00bb<\/em><em>.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quand\u2019ero bimbetto le domeniche trascorrevano tra pranzi con amici e parenti, l\u2019appuntamento fisso del Totocalcio, 90\u00b0 Minuto e le radiocronache. Tutto andava a meraviglia, almeno finch\u00e9 mio padre non inveiva contro la radio perch\u00e9 qualcuno l\u2019aveva buttata fuori. Il calcio \u00e8 sempre stato una rogna. 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