{"id":22259,"date":"2026-09-23T01:07:20","date_gmt":"2026-09-22T23:07:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.inkroci.it\/racconti-brevi\/?p=22259"},"modified":"2026-09-02T06:25:33","modified_gmt":"2026-09-02T04:25:33","slug":"tutto-cio-che-luccica-quando-saper-scrivere-diventa-un-optional","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.inkroci.it\/racconti-brevi\/la-rivista\/editoriale\/tutto-cio-che-luccica-quando-saper-scrivere-diventa-un-optional.html","title":{"rendered":"Tutto ci\u00f2 che luccica: quando saper scrivere diventa un optional"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Per molto tempo scrivere \u00e8 stato anche un mestiere. Non soltanto un talento, ma un mestiere vero e proprio, nel senso pi\u00f9 antico e concreto della parola: qualcosa che s\u2019imparava facendolo, sbagliando, leggendo, riscrivendo, buttando via pagine, sottoponendosi al giudizio degli altri e soprattutto scoprendo, con una certa salutare umiliazione, che avere voglia di scrivere non significa affatto saper scrivere. Bisognava <em>imparare lo strumento<\/em>.<br \/>\nPer un musicista significa conoscere la tastiera, il tempo, l\u2019armonia, sapere che cosa fare quando qualcuno cambia tonalit\u00e0 e non avere bisogno di cento tentativi per produrre l\u2019unica esecuzione decente da mettere in mostra; per uno scrittore significa conoscere la lingua prima ancora della letteratura; saper costruire una frase, governare la punteggiatura, distinguere un tempo verbale dall\u2019altro, possedere un lessico che non sia quello raccattato dalle conversazioni quotidiane e dalle serie televisive. Poi viene tutto il resto, che \u00e8 infinitamente pi\u00f9 difficile: costruire un personaggio senza descriverlo come una scheda anagrafica, scrivere un dialogo che sembri pronunciato da esseri umani, scegliere un punto di vista e mantenerlo, dosare le informazioni, governare il ritmo, creare tensione, sapere quando una scena deve cominciare e, soprattutto, quando deve finire.<br \/>\nE, sopra ogni cosa, leggere. Leggere molto. Leggere ci\u00f2 che piace e ci\u00f2 che non piace. Leggere i contemporanei e i morti, i grandi e i minori, i romanzi riusciti e quelli sbagliati. La letteratura <em>mainstream<\/em> e quella di genere. Cercare di capire perch\u00e9 una pagina di \u010cechov respira e la propria soffoca, perch\u00e9 Kafka pu\u00f2 rendere intollerabile una stanza senza farvi entrare un mostro, perch\u00e9 Calvino riesce a essere leggero senza essere superficiale, perch\u00e9 Carver pu\u00f2 togliere quasi tutto e lasciare comunque qualcosa che sanguina; perch\u00e9 Georges Simenon riesce a far precipitare un\u2019esistenza con una porta socchiusa, una strada bagnata e poche parole dette nel momento sbagliato, perch\u00e9 Ray Bradbury pu\u00f2 trasformare un razzo, una casa automatica o un pomeriggio d\u2019estate in nostalgia, meraviglia e terrore; perch\u00e9 Patricia Highsmith sa insinuare il male nella normalit\u00e0 fino a renderlo pi\u00f9 plausibile della virt\u00f9; e perch\u00e9 Georgette Heyer pu\u00f2 costruire dietro l\u2019apparente leggerezza di un corteggiamento un perfetto congegno di caratteri, dialoghi, tempi comici, convenzioni sociali e desideri inespressi. Leggere fino a quando certe strutture diventano parte del proprio modo di pensare, esattamente come il musicista suona le scale finch\u00e9 non deve pi\u00f9 ricordarsi dove mettere le dita.<br \/>\nEra la gavetta. Non garantiva affatto che si diventasse grandi scrittori, perch\u00e9 non esiste esercizio capace di fabbricare il talento dal nulla, ma almeno consentiva di imparare il mestiere necessario perch\u00e9 quel talento, qualora ci fosse, avesse gli strumenti per manifestarsi.<br \/>\nPoi qualcosa \u00e8 cambiato. L\u2019autopubblicazione non ha inventato lo scrittore dilettante, naturalmente; gli aspiranti autori sono sempre esistiti, cos\u00ec come sono sempre esistiti manoscritti illeggibili, romanzi senza struttura, racconti senza finale, dialoghi di legno e pagine nelle quali la lingua italiana veniva sottoposta a esperimenti che nemmeno Marinetti avrebbe osato concepire. La differenza \u00e8 che un tempo esistevano una serie di ostacoli fra l\u2019aver scritto qualcosa e il poterlo presentare pubblicamente come un libro; oggi quegli ostacoli sono quasi scomparsi.<br \/>\nHai scritto trecento pagine? Hai un romanzo. Hai messo insieme venti racconti? Hai una raccolta. Hai caricato un file su una piattaforma? Sei uno scrittore. Hai venduto trenta copie a parenti e amici? Sei un autore pubblicato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La distinzione fondamentale tra scrivere ed essere scrittori \u00e8 stata progressivamente cancellata. Con questo non voglio affermare che l\u2019editoria tradizionale fosse un infallibile tribunale del talento \u2013 ha pubblicato montagne di porcherie e rifiutato opere magnifiche \u2013 ma perch\u00e9 almeno esisteva l\u2019idea che tra il manoscritto e il libro dovesse accadere qualcosa: una selezione, un confronto, un editing, una revisione, talvolta persino un <em>rifiuto<\/em>, quella parola terribile e utilissima che costringeva qualcuno a domandarsi se magari il problema non fosse il mondo incapace di riconoscere il suo genio, ma quelle duecentocinquanta pagine che semplicemente non funzionavano.<br \/>\nAdesso si pu\u00f2 saltare tutto, perch\u00e9 ad aggravare la situazione \u00e8 entrata in scena l\u2019intelligenza artificiale, magnifico strumento proprio perch\u00e9 capace di diventare, nelle mani sbagliate, la pi\u00f9 sofisticata macchina mai inventata per evitare di imparare. Non sai costruire una trama? Te la costruisce lei. Non sai caratterizzare un personaggio? Te lo caratterizza. Non sai come concludere un racconto? Ti propone cinque finali. Non conosci abbastanza bene l\u2019italiano per scrivere una pagina decente? Te la sistema. Non hai letto abbastanza da possedere un immaginario? Nessun problema: lei ne possiede uno sterminato, ricavato da ci\u00f2 che hanno scritto gli altri. E, ultimo passaggio inevitabile, non hai nemmeno un\u2019idea? Te ne d\u00e0 venti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eccoci finalmente arrivati al sogno perfetto: lo scrittore senza scrittura. Qualcuno che non deve conoscere davvero il proprio strumento perch\u00e9 c\u2019\u00e8 una macchina che corregge le note stonate; che non deve avere studiato il ritmo perch\u00e9 pu\u00f2 essere aggiustato dopo; che non deve saper costruire una storia perch\u00e9 basta chiedere una struttura in tre atti, un colpo di scena a pagina cento, un antagonista pi\u00f9 ambiguo, un finale sorprendente ma coerente e magari, gi\u00e0 che ci siamo, \u201cnello stile di\u201d qualcuno che quella voce ha impiegato trent\u2019anni a costruirsela.<br \/>\nIl problema, va da s\u00e9, non \u00e8 l\u2019intelligenza artificiale: sarebbe troppo facile, e anche troppo stupido, prendersela con lo strumento. Un grande autore pu\u00f2 servirsi dell\u2019IA e restare un grande autore, esattamente come un grande musicista pu\u00f2 usare Pro Tools senza dimenticare come si suona: pu\u00f2 adoperarla per cercare alternative, mettere alla prova una soluzione, organizzare materiali, esplorare possibilit\u00e0. Lo strumento non cancella il talento di chi il talento ce l\u2019ha.<br \/>\nIl problema nasce quando lo strumento viene utilizzato per simulare il talento che non c\u2019\u00e8. Quando non amplifica una competenza, ma la sostituisce. Quando permette di presentare come risultato di un percorso ci\u00f2 che del percorso possiede soltanto l\u2019apparenza. Perch\u00e9 allora accade nella narrativa quello che accade al chitarrista capace di pubblicare su YouTube un assolo perfetto dopo centocinquanta tentativi, ma incapace di suonare davvero insieme ad altri musicisti. Finch\u00e9 tutto resta sotto controllo, l\u2019illusione regge. Ma provate a togliere allo scrittore improvvisato i correttori, i suggeritori, i generatori. Dategli una situazione e chiedetegli di scrivere dieci righe. Cambiategli il punto di vista. Chiedetegli perch\u00e9 ha usato quella parola. Domandategli che funzione abbia quella scena nell\u2019economia del racconto, perch\u00e9 quel personaggio entri proprio l\u00ec, perch\u00e9 l\u2019informazione venga rivelata in quel momento, che cosa accadrebbe eliminando tre pagine. Chiedetegli perch\u00e9 quella frase abbia quel ritmo.<br \/>\nIl pi\u00f9 delle volte scoprirete che non lo sa. Perch\u00e9 non ha fatto i dannati compiti a casa: ha imparato il trucco senza imparare il mestiere.<br \/>\nE questo \u00e8 ancora il meno: sarebbe un fenomeno quasi innocuo se riguardasse soltanto la vanit\u00e0 individuale. Ognuno \u00e8 libero di stampare il proprio romanzo, chiamare se stesso scrittore, farsi fotografare davanti a una pila delle proprie copie invendute e raccogliere gli applausi degli amici. La rogna incomincia quando la proliferazione industriale di questa narrativa contraffatta modifica la percezione stessa di che cosa significhi scrivere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se tutto \u00e8 scrittura, niente lo \u00e8 pi\u00f9. Se il testo competente e quello incompetente vengono presentati nello stesso modo, con una bella copertina, una quarta seducente, qualche recensione entusiastica e magari un lancio social ben organizzato, il mestiere diventa invisibile, esattamente come diventano invisibili le migliaia di ore che stanno dietro alla semplicit\u00e0 di un grande musicista. Si vede il risultato, non ci\u00f2 che lo rende possibile. E quindi si pensa che ci\u00f2 che ci sta dietro non serva.<br \/>\nA che cosa serve leggere cento romanzi, quando una macchina pu\u00f2 riassumerli? A che cosa serve studiare la lingua, quando una macchina pu\u00f2 correggerla? A che cosa serve imparare la struttura, quando una macchina pu\u00f2 costruirla? A che cosa serve passare dieci anni a cercare una voce, quando basta chiedere di scrivere qualcosa che assomigli alla voce di qualcun altro? E soprattutto: a che cosa serve diventare scrittori, quando \u00e8 molto pi\u00f9 facile sembrarlo?<br \/>\n\u00c8 questo il punto pi\u00f9 inquietante, perch\u00e9 riguarda qualcosa di pi\u00f9 vasto della letteratura. Abbiamo costruito una cultura nella quale l\u2019apparenza del risultato tende progressivamente a sostituire il processo necessario per conseguirlo. Non importa avere qualcosa da dire: importa produrre qualcosa che abbia l\u2019aspetto di ci\u00f2 che avrebbe scritto qualcuno che aveva qualcosa da dire. Non importa nemmeno possedere una voce: basta ottenere un testo che sembri averne una. A che serve conoscere il mestiere? Basta che il prodotto finale ne imiti abbastanza bene i segni esteriori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma la letteratura non \u00e8 la somma dei suoi trucchi: puoi imparare che un personaggio deve avere un conflitto, che bisogna \u201cmostrare e non riferire\u201d, che l\u2019incipit deve agganciare, che ogni scena deve produrre un cambiamento e che al protagonista occorre un arco narrativo; puoi memorizzare tutti i comandamenti dei manuali di scrittura creativa e farli applicare diligentemente da un algoritmo; ma Tolstoj continuer\u00e0 a essere grande anche senza aver mai rispettato una checklist, e Borges non \u00e8 Borges perch\u00e9 conosceva qualche tecnica segreta. Woolf, C\u00e9line, Gadda, Faulkner, M\u00e1rquez non sono intercambiabili combinazioni di procedimenti narrativi. A un certo punto, dietro la tecnica, deve esserci qualcuno. Qualcuno che ha vissuto, pensato, letto, sbagliato, osservato, patito. Qualcuno che possiede uno sguardo sul mondo e che ha lavorato abbastanza sul proprio strumento da riuscire a trasformarlo in linguaggio.<br \/>\nSenza questo rimane soltanto la superficie: una superficie che oggi possiamo rendere straordinariamente lucida, ed \u00e8 proprio questo a rendere difficile immaginare dove stiamo andando. Perch\u00e9 se abituiamo lettori, aspiranti autori e il mercato a considerare sufficiente quella superficie, quale sar\u00e0 il futuro della narrativa? Una quantit\u00e0 sterminata di testi formalmente corretti, strutturalmente impeccabili, narrativamente efficienti e perfettamente dimenticabili? Romanzi che assomigliano ai romanzi, racconti che possiedono tutte le caratteristiche esteriori dei racconti, storie generate ricombinando all\u2019infinito ci\u00f2 che \u00e8 gi\u00e0 stato raccontato?<br \/>\nMa, soprattutto, a quel punto perch\u00e9 un editore dovrebbe ancora pagare uno scrittore? Se il livello richiesto \u00e8 quello di una prosa genericamente competente, di una trama derivativa ma funzionante, di personaggi costruiti secondo modelli riconoscibili e di emozioni confezionate secondo ricette statisticamente efficaci, una macchina potr\u00e0 farlo pi\u00f9 velocemente, pi\u00f9 economicamente e senza chiedere anticipi, royalties, diritti o revisioni contrattuali. Se abbiamo deciso noi per primi che talento, cultura, esperienza, originalit\u00e0 e gavetta non contano; se abbiamo accettato che scrivere significhi semplicemente ottenere un oggetto che abbia <em>l\u2019aspetto<\/em> di un romanzo, sar\u00e0 difficile spiegare agli editori perch\u00e9 quell\u2019oggetto debba ancora essere prodotto da un essere umano, anzi, da qualcuno che finge di aver prodotto un testo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Forse \u00e8 questa la vera posta in gioco: non si tratta di difendere romanticamente la penna d\u2019oca contro la macchina o di stabilire una ridicola guerra fra esseri umani e algoritmi, ma continuare a pretendere che dietro un\u2019opera ci sia qualcosa che nessun automatismo pu\u00f2 garantire \u2013 una necessit\u00e0, uno sguardo, una cultura, una voce. E il lungo, faticoso, spesso ingrato apprendistato necessario per riuscire a darle forma.<br \/>\nIl talento senza mestiere rischia di rimanere muto, ma il mestiere simulato senza talento produce soltanto manufatti. E se davvero arriveremo al punto in cui non saremo pi\u00f9 capaci di distinguere gli uni dagli altri, forse non saranno le intelligenze artificiali ad avere ucciso la narrativa: saremo stati noi, nel momento esatto in cui abbiamo deciso che non importava pi\u00f9 <em>essere<\/em>, purch\u00e9 si riuscisse abbastanza bene ad <em>apparire<\/em>.<br \/>\nDel resto, oggi emerge tutto ci\u00f2 che luccica. Ma, a forza di lucidare l\u2019ottone, abbiamo dimenticato come si riconosce l\u2019oro.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><strong>Heiko H. Caimi<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per molto tempo scrivere \u00e8 stato anche un mestiere. 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