{"id":21470,"date":"2026-03-10T01:18:54","date_gmt":"2026-03-10T00:18:54","guid":{"rendered":"https:\/\/www.inkroci.it\/racconti-brevi\/?p=21470"},"modified":"2026-03-10T07:06:27","modified_gmt":"2026-03-10T06:06:27","slug":"james-baldwin-la-prossima-volta-il-fuoco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.inkroci.it\/racconti-brevi\/recensioni-film-recensioni-libri-recensioni-musica-recensioni-fumetti-graphic-novel\/attenti-al-libro-recensione-libri\/james-baldwin-la-prossima-volta-il-fuoco.html","title":{"rendered":"James Baldwin \u2013 La prossima volta il fuoco"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Quando nel 1963 James Baldwin pubblic\u00f2 <em>La prossima volta il fuoco<\/em> \u2013 in originale <em>The Fire Next Time<\/em> \u2013 l\u2019America era una casa costruita sopra una faglia. Le pareti reggevano ancora, ma il pavimento vibrava: Birmingham bruciava<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>, i cani della polizia mordevano carne nera e nelle chiese si pregava un Dio che sembrava aver scelto un solo colore. Baldwin non scrisse un trattato. Scrisse una lettera e un sermone, con il tono di chi ama troppo il proprio Paese per lasciarlo mentire a se stesso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il libro \u00e8 composto da due testi: una breve lettera al nipote adolescente nel centenario dell\u2019Emancipazione, e un saggio pi\u00f9 ampio su religione, nazione e identit\u00e0, ma in realt\u00e0 si tratta di un unico movimento del cuore. Baldwin non accusa soltanto il razzismo come sistema politico; lo smonta come illusione morale. Dice all\u2019America: il problema non sono i neri, ma l\u2019idea di \u201cbianchezza\u201d che vi siete costruiti per non guardare la vostra paura. \u00c8 un\u2019analisi che non concede alibi. Non c\u2019\u00e8 odio nelle sue pagine, ma una lucidit\u00e0 che brucia. Il \u201cfuoco\u201d del titolo non \u00e8 solo la minaccia biblica di un castigo: \u00e8 il rischio di una resa dei conti che pu\u00f2 distruggere tutto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">All\u2019uscita, <em>The Fire Next Time<\/em> ebbe un impatto immediato e quasi sismico. Scal\u00f2 le classifiche, fu discusso nei salotti e nelle universit\u00e0, citato dai leader del movimento per i diritti civili e temuto da molti ambienti conservatori. Baldwin divenne una delle voci pi\u00f9 ascoltate e pi\u00f9 controverse dell\u2019epoca. Anche perch\u00e9 non parlava come un ideologo, n\u00e9 come un predicatore tradizionale, ma come un testimone: cresciuto ad Harlem, figlio di un patrigno severo e appartenente a una comunit\u00e0 religiosa, conosceva dall\u2019interno sia la fede, sia la rabbia. E osava dire che la questione razziale era il cuore irrisolto dell\u2019identit\u00e0 americana. Non una questione di minoranze, ma la questione fondativa della nazione.<br \/>\nIl libro esce pochi mesi prima della Marcia su Washington e del discorso \u201cI Have a Dream\u201d di Martin Luther King Jr.. Ma Baldwin non si colloca nel registro del sogno: la sua \u00e8 una veglia. Avverte che l\u2019integrazione non \u00e8 solo un fatto giuridico, ma un travaglio psicologico collettivo. Se l\u2019America non riconosce la propria storia di violenza e sfruttamento, continuer\u00e0 a riprodurla. La segregazione pu\u00f2 cambiare forma, ma non scomparire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A distanza di oltre sessant\u2019anni, il libro non appare datato. Al contrario: sembra scritto ieri.<br \/>\nDopo l\u2019uccisione di George Floyd nel 2020, le piazze statunitensi si sono riempite di nuovo. Le immagini dei corpi neri uccisi, le proteste del movimento Black Lives Matter, le polarizzazioni politiche sempre pi\u00f9 radicali hanno riportato Baldwin al centro del dibattito pubblico. Molti hanno riletto le sue pagine come una diagnosi ancora in corso: il razzismo non \u00e8 un incidente della storia americana, ma una sua componente strutturale, che muta linguaggio senza perdere sostanza.<br \/>\nTuttavia l\u2019attualit\u00e0 di Baldwin non riguarda solo gli Stati Uniti. In Europa \u2013 e in Italia \u2013 il discorso sulla razza \u00e8 spesso mascherato da discorso sull\u2019<em>emergenz<\/em>a, sulla <em>sicurezza<\/em>, sull\u2019<em>integrazione<\/em>. Anche i fatti di cronaca recente \u2013 aggressioni a sfondo razzista, tensioni nei quartieri periferici, linguaggi politici che trasformano l\u2019altro in minaccia \u2013 mostrano quanto fragile sia la convivenza quando non ci si interroga sulla propria mentalit\u00e0 coloniale, le proprie gerarchie implicite, i propri privilegi invisibili. Baldwin avrebbe riconosciuto questo meccanismo: la costruzione di un nemico serve a evitare il confronto con la propria paura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C\u2019\u00e8 un punto centrale nel saggio che ancora oggi colpisce: Baldwin afferma che la liberazione dei neri e la liberazione dei bianchi coincidono. Il razzismo disumanizza chi lo subisce, ma imprigiona anche chi lo esercita. \u00c8 un sistema che riduce l\u2019umanit\u00e0 a ruoli fissi \u2013 vittima e dominatore \u2013 impedendo a entrambi di diventare pienamente adulti, moralmente responsabili. Questa intuizione risuona in un\u2019epoca in cui le identit\u00e0 sembrano irrigidirsi, trasformandosi in bandiere, in trincee.<br \/>\nMa Baldwin dedica pagine cruciali anche all\u2019incontro con la Nation of Islam e con Elijah Muhammad. Ne riconosce la forza magnetica, la disciplina, la capacit\u00e0 di restituire dignit\u00e0 e orgoglio a uomini neri umiliati per generazioni. Comprende profondamente perch\u00e9 molti afroamericani trovino in quel messaggio una risposta alla violenza subita, ma non si ferma l\u00ec. Perch\u00e9 rifiuta l\u2019idea di un rovesciamento speculare: se il razzismo bianco ha costruito un mito di superiorit\u00e0, non basta invertire i segni e proclamare una superiorit\u00e0 nera. Sarebbe lo stesso meccanismo, solo a ruoli (e colori) invertiti. La logica dell\u2019odio resterebbe intatta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 in questo punto che la sua analisi diventa pi\u00f9 radicale: il problema non \u00e8 solo storico o politico: \u00e8 antropologico. Il razzismo nasce da una paura primordiale dell\u2019altro, da un bisogno di definire se stessi attraverso un nemico, da una fragilit\u00e0 che cerca sicurezza nella gerarchia. Baldwin intuisce che l\u2019essere umano tende a costruire identit\u00e0 rigide per non affrontare il caos della propria vulnerabilit\u00e0.<br \/>\nNon assolve i bianchi, tutt\u2019altro: \u00e8 chiarissimo nel dire che il sistema razziale americano \u00e8 stato creato dai bianchi e a loro esclusivo beneficio. Ma aggiunge qualcosa di pi\u00f9 inquietante: la tentazione di disumanizzare l\u2019altro \u00e8 una possibilit\u00e0 sempre presente nella struttura stessa dell\u2019essere umano.<br \/>\n\u00c8 questo che rende il libro ancora pi\u00f9 attuale. Quando oggi, negli Stati Uniti come in Europa, si assiste alla radicalizzazione dei discorsi identitari, alla costruzione di comunit\u00e0 chiuse che si definiscono solo <em>contro<\/em> qualcuno, Baldwin risuona con una forza sorprendente. Ci ricorda che il risentimento pu\u00f2 essere comprensibile, ma che non \u00e8 automaticamente liberatorio. Se si limita a cambiare segno, resta prigioniero della stessa logica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sua posizione \u00e8 rischiosa, perch\u00e9 rifiuta la comodit\u00e0 delle tifoserie. Baldwin non \u00e8 equidistante, perch\u00e9 \u00e8 un moralista nel senso pi\u00f9 alto del termine. Crede che la liberazione passi attraverso un riconoscimento reciproco dell\u2019umanit\u00e0, anche quando \u00e8 doloroso.<br \/>\nIn fondo, la sua tesi pi\u00f9 destabilizzante \u00e8 proprio questa: il problema razziale non si risolve solo cambiando leggi o rapporti di forza, si risolve affrontando la paura che abita ogni essere umano quando incontra ci\u00f2 che non controlla. Ed \u00e8 anche per questo che <em>La prossima volta il fuoco<\/em> continua a bruciare: non parla soltanto dell\u2019America del 1963. Parla di noi, della nostra fragilit\u00e0 identitaria, della facilit\u00e0 con cui possiamo trasformare una ferita in una bandiera.<br \/>\nEd \u00e8 un libro che parla di responsabilit\u00e0. Non propone soluzioni, non offre programmi politici dettagliati, fa qualcosa di pi\u00f9 inquietante: ci pone davanti a uno specchio. Chiede a chi legge di guardarsi senza scuse. E suggerisce che la storia non \u00e8 un archivio chiuso, ma una materia viva, pronta a incendiarsi se viene ignorata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Forse il motivo per cui continua a essere letto, discusso, citato \u00e8 che Baldwin non scrive <em>contro<\/em> qualcuno: scrive per un futuro possibile. Il fuoco, nel suo titolo, non \u00e8 soltanto distruzione: \u00e8 anche luce. Sta a noi decidere se usarlo per bruciare o per vedere.<\/p>\n<hr \/>\n<h6 style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 14px;\"><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Birmingham, citt\u00e0 nel cuore dell\u2019Alabama, una citt\u00e0 che incarnava la violenza strutturale della segregazione nel Sud degli Stati Uniti. E che divenne uno dei simboli pi\u00f9 drammatici della lotta per i diritti civili. Nel 1963, lo stesso anno di pubblicazione del libro di James Baldwin, fu teatro di manifestazioni contro la segregazione razziale organizzate dal movimento guidato da Martin Luther King Jr. Le immagini della polizia che usava cani e idranti ad alta pressione contro i manifestanti, molti dei quali adolescenti, fecero il giro del mondo. Pochi mesi dopo, un attentato del Ku Klux Klan contro la Chiesa Battista della Sedicesima Strada in cui perirono quattro bambine afroamericane che si trovavano l\u00ec per la scuola domenicale.<\/span><\/h6>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando nel 1963 James Baldwin pubblic\u00f2 La prossima volta il fuoco \u2013 in originale The Fire Next Time \u2013 l\u2019America era una casa costruita sopra una faglia. 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