{"id":15665,"date":"2021-05-20T06:00:22","date_gmt":"2021-05-20T04:00:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.inkroci.it\/racconti-brevi\/?p=15665"},"modified":"2021-05-31T07:32:16","modified_gmt":"2021-05-31T05:32:16","slug":"cinzia-petri-il-fiume-racconto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.inkroci.it\/racconti-brevi\/i-racconti\/storie-brevi-letteraturaitaliana\/cinzia-petri-il-fiume-racconto.html","title":{"rendered":"Cinzia Petri \u2013 Il fiume"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Si guard\u00f2 intorno, circospetta. Il vento gelido di gennaio le sferzava la pelle pallida, un giglio morente contro il cielo grigio cemento. Il fiume scorreva con le sue acque color fango in un impeto discontinuo in cui piccoli gorghi concentrici fagocitavano rami spezzati, foglie e forme non nitidamente percepibili. Le sponde erbose erano schiacciate dal peso delle folate che piegavano la vegetazione sotto colpi irosi, e l\u2019intera scena aveva il sapore di una veglia funebre con la luce fievole e lattescente, i contorni di un sonno vigile in cui i demoni afferravano i rami degli alberi scuotendoli vigorosamente con le loro lunghe mani deformi.<br \/>\nEra sudata. Una spessa patina di umidit\u00e0 le avvolgeva il corpo come una guaina di plastica. Saranno state le sette in quel mattino crudo, di cui assaporava l\u2019aspra indifferenza nei colori morenti dei campi, privati del conforto compassionevole del sole da uno strato opaco di nuvole biancastre che velava la verit\u00e0 dei colori. Tutto le parve inutile, e risibile.<br \/>\nSi pass\u00f2 il braccio esile sul volto per asciugare il muco, immersa nello sforzo concentrato di muoversi con quel peso. Aveva il fiato corto ma cercava di bere l\u2019aria densa e crudele del mondo dopo l\u2019alba con sorsi regolari e attenti: inspira ed espira, inspira ed espira. Non avvertiva sollievo n\u00e9 placidit\u00e0 nel nutrirsi di quell\u2019ossigeno marcio di guazza: era un movimento meccanico che doveva condurla ancora avanti, ancora e ancora, finch\u00e9 non fosse tutto finito.<br \/>\nUn suono flebile e disarticolato la blocc\u00f2 all\u2019improvviso, mentre puntava con attenzione gli scarponi sul terreno scivoloso del terrapieno scosceso, gelatinoso. Sarebbe dovuta andare avanti e continuare a trascinare il peso gi\u00f9 con lei per non perdere l\u2019equilibrio e cadere rotolando fino all\u2019ansa del fiume.<br \/>\nGuard\u00f2 il sacco, gli dette uno scossone. Segu\u00ec un silenzio rotto solo dal rumore dell\u2019acqua che fluiva ininterrottamente davanti a lei con le sue piccole creste limacciose, avanti e avanti, fino al compimento del proprio corso. La quadratura del cerchio, il ciclo perfetto. L\u2019ultimazione.<br \/>\nSospir\u00f2 e riprese il grosso sacco sformato con entrambe le braccia, attenta a dosare il peso perch\u00e9 non le rovinasse addosso nell\u2019inclinazione del terrapieno. L\u2019erba vizza si piegava sotto il peso, giallognola e malata in quel vapore insano che le si riversava addosso dall\u2019alto come una sottile pioggia agonizzante.<br \/>\nQuando alz\u00f2 lo sguardo, sulle cime secche degli alberi spogli grossi uccelli troneggiavano neri contro il cielo incolore, minacciosi come vedette: le sentinelle delle streghe, immobili su quelle stentoree dita vegetali che sembravano reggerli a malapena. Un\u2019illusione di equilibrio, una misura inesatta, un\u2019ulteriore calma apparente che scatenava la follia come un sollievo insperato. Lo aveva scritto qualche sera prima sul quaderno ingiallito con la carta crepitante, che sembrava scoppiettare sotto il peso urgente delle parole. \u201cQuello che scrivi non \u00e8 reale!\u201d, le aveva urlato contro suo padre. B\u00e8, non poteva esserne certo. Neanche lei lo era. Poteva soltanto liberarsi da quel groviglio confuso che le pesava sulla testa negandole la pace e una qualsiasi altra soluzione. Era solo un\u2019altra finzione? Solo un altro amaro modo per morire, forse, trafugando pezzi di parole appena nate dalla matassa del suo cervello fiacco per adagiarle nel loro letto capiente, tra le righe confortevoli. Una destinazione ambita, eppure non veritiera. Non erano reali finch\u00e9 non determinavano il corso degli eventi. Erano solo una proiezione annoiata e ingannevole, come lei. Un piccolo mondo inerte e vano. Che cos\u2019era allora la verit\u00e0? Un\u2019azione conclusiva che affermasse la forza dei contorni dell\u2019inchiostro, che non ne perdesse il vigore e l\u2019intento e le notti scure a trasfondere vita agli incubi che le si agitavano nello spazio cranico, come pipistrelli allertati dalla luce.<br \/>\nSentiva le tempie comprimerle gli occhi con pulsazioni ritmiche che le negavano una visione definita del fiume contro la sponda. Scorgeva solo un\u2019unione incerta di fanghiglia attraverso il velo umido dei vapori acquei, le lacrime e gli umori del proprio corpo contro l\u2019aria collosa che le si appiccicava addosso, rendendole gravoso il respiro.<br \/>\nEra arrivata sulla sponda del fiume, finalmente. Accaldata, il viso terreo leggermente arrossato sotto agli occhi stretti nello sforzo di non farsi bruciare dalla luce fredda e inclemente del primo mattino. Le veniva da vomitare.<br \/>\nSi ferm\u00f2 un attimo e lasci\u00f2 cadere a terra gli angoli del sacco, che batterono sulla superficie con un tonfo sordo, attutito appena dalla capacit\u00e0 ricettiva del fango. Si gir\u00f2 in tutte le direzioni: solo nebbia e fiume e tronchi morenti. Una vasta piana incolore a perdita d\u2019occhio, un perdurare di piattezza arida e molesta. Un silenzio greve, di attesa.<br \/>\nQualcosa si mosse ancora dentro al sacco, un movimento inelegante, un riflesso rozzo e indecente. Era questa la realt\u00e0: una banalit\u00e0 grossolana, il peso dell\u2019ignoranza del bello, l\u2019atroce fine del sublime. Un\u2019orchestra mal diretta, un\u2019accozzaglia cacofonica di strumenti stonati che distorcevano il pensiero all\u2019origine. L\u2019imperfezione nell\u2019azione.<br \/>\nQuel che gocciolava dalla punta della penna era un\u2019immagine fatata soffiata sopra al tempo, invece, infinitamente vera nella corposit\u00e0 del tratto e nella certezza del bello. Uno stuolo di angeli paffuti che cantano in coro le lodi dell\u2019armonia del cosmo. La realt\u00e0 giaceva a terra, nella melma avvilente e disgustosa. Una perdita fatidica, un ingrato livore. Sconcia, pesante, uno sforzo inconcludente. Ma gli avrebbe dimostrato la veridicit\u00e0 del suo reale, la concretezza piena e innegabile delle sue parole.<br \/>\nAvrebbe voluto precipitarla nel buco buio dell\u2019incertezza, lui, a dibattersi come un cavallo azzoppato che attende di essere finito con un colpo alla testa. Ma non glielo avrebbe permesso, ormai. Ormai il sorriso canzonatorio nei suoi occhi leggermente strabici, arrossati dalle giornate di lavoro a segare tronchi nel bosco muffito e decomposto, in cui larghi vermi color ostrica attaccavano la vita esile dei funghi carnosi sconfitti dalla fame altrui, l\u2019aveva obbligata a dimostrargli il contrario. Non era una creatura sfocata e invisibile, un accenno di vita non portato a compimento. Lei era. Dura e consapevole e con il vigore in testa e nelle mani, quello stesso vigore con cui lui abbatteva le vite vegetali, le cui punte si tendevano fino all\u2019alto di un cielo che non scorgeva, perch\u00e9 era sempre stato abituato a rimestare il fondo.<br \/>\nTra le radici, la terra smossa rivelava una vita decomposta e una morte ciclica e fertile. L\u2019aberrante sconcezza dell\u2019arrendersi al basso. Dall\u2019alto delle fronde si penetrava gi\u00f9 gi\u00f9 dentro il terreno, e si scorgevano i demoni e l\u2019inferno. Guardando solo a terra, tutto era perduto. Questo era ci\u00f2 che suo padre faceva: guardare a terra. Ignorare la verticalit\u00e0 del bosco, mentre con la sega si affannava su quei tronchi ruvidi, duri all\u2019inizio e dentro morbidi, chiari, con una polpa antica, che cadevano appoggiandosi alla terra che li aveva eretti come tante cattedrali. Li guardava crollare con un lamento secco, scuotendo le fronde dei loro fratelli in attesa dello stesso supplizio.<br \/>\nFin da bambina, aveva sempre scritto, mentre sua madre lavava i piatti di spalle nel vecchio lavello di marmo scrostato, con le venature grigio fumo su cui appoggiava le stoviglie e le pentole di rame, in quella casa solitaria alla prima soglia del bosco, una sentinella solida di pietra scura contro i tronchi legnosi color bruno. Favole buone, streghe cattive, fantasmi e bambine ben vestite. Poggiava il gomito sul tavolo e scriveva finch\u00e9 la testa non le si abbassava di colpo sul foglio, obbligandola a scuotersi dal torpore e continuare, mentre la mamma canticchiava e ogni tanto si girava a guardarla, e le sorrideva.<br \/>\nGli anni erano colati a picco nei mari freddi e senza luce dell\u2019angoscia, eppure ricordava ancora quel sorriso. Un sorriso di gratitudine. Adesso, invece, il ghigno che l\u2019attendeva era di ottusa commiserazione, come se le storie in cui lei prendeva vita fossero un insensato, inutile passatempo. Un approdo per i buoni a nulla. Operoso ed empio, era lui a permetterle di starsene tutto il giorno a ciondolare su libri e quaderni come una povera matta, senza un\u2019occupazione e senza uno scopo. Sola con le sue patetiche storielle inventate. Ecco come le aveva definite: patetiche. Il rombo della sega e il crepitare della penna sulla carta. Due mondi inaccettabili l\u2019uno per l\u2019altro. Il tronco che cadeva inerte a terra e la punta della penna che si staccava dalla carta per lasciarvi un\u2019impronta. Alberi e parole. Un tagliaboschi e una scribacchina. L\u2019utile contro il futile, una vanit\u00e0 inconsistente contro il fruscio delle banconote e dei rami tolti al biancore delle nubi.<br \/>\nIl sacco le sembrava pi\u00f9 pesante, adesso. Era stanca: lo aveva trascinato a lungo in quella mattina incolore figlia di una notte spietata e dolce, come la verit\u00e0 delle parole che partorivano la realt\u00e0. Bisognava soltanto credere. Credere nei segni e nei significati, nei fatti e nel potere delle invenzioni, nelle suggestioni della mente dannata e nella concretezza del consistente dietro alle immagini che le si muovevano svelte in testa come lepri stanate, costrette a correre per i campi aperti.<br \/>\nIl sacco si mosse ancora gonfiandosi a un\u2019estremit\u00e0 per poi afflosciarsi di nuovo. Sorrise. La paura era la forma del vero, la vendetta delle streghe nutrite dalle foreste, l\u2019alchimia manifesta dei pensieri di chi ha venduto l\u2019anima agli spiriti che agitano le foglie, il terrore dell\u2019ineluttabilit\u00e0.<br \/>\nIn un sacco nero di plastica spessa reggeva un racconto finito male, un\u2019ipotesi dimostrata, un teorema svelato nell\u2019attuazione. Non c\u2019erano alberi che si schiantavano gi\u00f9 nell\u2019orrore silenzioso del bosco, adesso. Una verit\u00e0 di legno e metallo. Scintille bianche tra le chiome scure. Solo un fitto silenzio e il rumore dello scorrere dell\u2019acqua, reale come i prodotti menzogneri della sua mente maledetta dalle anime del bosco, che diventavano splendenti verit\u00e0 di carne e sangue. Capelli, umori, pelle sudata e maleodorante, sporcizia rappresa e la puzza del panico.<br \/>\nLe parole fanno paura. Tante piccole sfere di chiaroveggenza, luminose e crudeli, segni deludenti adesso avversi. Non a lei, no. Per lei le parole erano amiche, sorelle di latte nutrite allo stesso seno. Piccoli filamenti di speranza.<br \/>\nAveva scritto un racconto la notte prima, un racconto di odio e morte. Lo aveva scritto per suo padre, un miscredente povero di spirito, un uomo senza desideri. Con l\u2019assurda pretesa di soffocare i suoi sotto ai tronchi violati, nel rumore di tanti corpi abbattuti uno dopo l\u2019altro, uno sopra all\u2019altro, senza piet\u00e0. Un livore legnoso, uno spirito senza dio n\u00e9 direzioni.<br \/>\nSoltanto lei pu\u00f2 imprimergliene una adesso, con gli artigli neri delle streghe, nella verit\u00e0 lucente delle parole scritte per illuminare le ombre, farle carne e respiro, accettazione gloriosa della fine. Un giudizio universale soffiato dalle trombe che suonano le melodie dei morti e della parola che si fa carne.<\/p>\n<hr \/>\n<p><span style=\"font-size: 12px;\"><em>\u00a9 2021 Cinzia Petri<\/em><\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si guard\u00f2 intorno, circospetta. Il vento gelido di gennaio le sferzava la pelle pallida, un giglio morente contro il cielo grigio cemento. Il fiume scorreva con le sue acque color fango in un impeto discontinuo in cui piccoli gorghi concentrici fagocitavano rami spezzati, foglie e forme non nitidamente percepibili. 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