Totò, Peppino e… la dolce vita

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La dolce vita (1960) è un film epocale che scandalizza l’Italia bacchettona e moralista, ma la genialità di Fellini è tale da inventare nuove parole del gergo quotidiano che saranno inserite nel vocabolario della lingua italiana: vitelloni, paparazzi, persino bidone. Sergio Corbucci dirige nel 1961 una satira dai toni farseschi, scritta da Steno e Lucio Fulci, sceneggiata dal fratello Bruno: Totò, Peppino e la dolce vita.

Totò e Peppino De Filippo sono i mattatori di una commedia che riprende luoghi e situazioni del film originale tuffandoli nell’acido corrosivo della commedia plautina. Il film doveva ammiccare al titolo originale per ricalcare il successo del capolavoro, sfruttando le costose scenografie di una via Veneto ricostruita in studio, per rendere del tutto felliniano anche il prodotto comico. Il regista avrebbe dovuto essere Camillo Mastrocinque, che diresse solo la prima scena in via Veneto, poi abbandonò per contrasti con la produzione e fu scelto al suo posto Sergio Corbucci. Pare che la sceneggiatura non fosse stata scritta per intero, ma che ogni giorno si procedesse aggiungendo o togliendo battute e sequenze, ispirandosi al soggetto firmato Fulci e Steno.

Il canovaccio base è La dolce vita, messa in parodia sin dalle prime battute quando Peppino – cugino integerrimo e moralista di Totò – fa togliere dai muri i manifesti del film di Fellini, giudicato volgare. I cugini sarebbero a Roma per realizzare i desiderata del nonno: corrompere i politici per far spostare il tracciato autostradale dalle proprie terre. In realtà i due si dedicano soltanto ai piaceri che la capitale dispensa, tra feste private di nobili e incontri galanti, fotografati da immancabili paparazzi. Molte citazioni del film originale. Abbiamo la scena dei poveracci al night in compagnia di due belle americane e in mezzo alle ballerine, la droga scambiata per borotalco, lo champagne napoletanizzato (“Mo’ esce Antonio” invece di Moët & Chandon). Il bagno della bellezza (Rosalba Neri) non si svolge alla Fontana di Trevi ma nella casa di Totò, allagata perché vive in una catapecchia malsana. Molte battute politiche costano tagli da parte della censura e divieti ai minori, tra un politico che sembra Fanfani rincorso in chiesa per un posto di lavoro, battute sulla Democrazia Cristiana, citazioni da Marx e Mussolini, giochi di parole tra Proci e froci… La critica contemporanea non apprezza i numerosi doppi sensi erotici, a volte un tantino volgari, così come non approva alcune sequenze con attrici troppo svestite.

Sergio Corbucci compare in due rapide sequenze al bar come cliente spazientito che vorrebbe telefonare ma Peppino non glielo permette. Presenze femminili interessanti come Gloria Paul, Rosalba Neri (emula di Anita Ekberg per un bagno meno nobile) e Tania Beryll. Attori bravi, anche nei ruoli minori: a parte i grandissimi (e in perfetta forma) Totò e Peppino, citiamo Francesco Mulé (avvocato fedifrago) e Mario Castellani (spalla di lusso). Sergio Corbucci dirige con mano ferma, imitando lo stile felliniano, mentre la fotografia di Mancori è un nitido bianco e nero che ricorda l’originale. Musiche di Armando Trovajoli.

Sergio Corbucci (Roma, 1927 – 1990) è un regista che lavora molto nel cinema popolare, spaziando tra i generi più in voga e, come dice Giacovelli, rendendo scostumata la commedia di costume e portandovi la parolaccia a ruota libera e il riso di grana grossa.


Regia: Sergio Corbucci. Soggetto: Steno, Lucio Fulci. Sceneggiatura: Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi, Mario Guerra. Fotografia: Alvaro Mancori. Montaggio: Renato Cinquini. Musiche: Armando Trovajoli. Scenografia: Piero Filippone. Costumi: Maria Baroni. Trucco e Parrucco: Nilo Jacoponi, Carlo Sindici. Produttori: Mario Mariani, Gianni Buffardi. Casa di Produzione: MB Film. Distribuzione: Cineriz. Durata: 87’. Genere: Commedia/Farsa. Colore: B/N. Interpreti: Totò (Barbacane il posteggiatore e il nonno), Peppino De Filippo (Peppino Barbacane, cugino), Mara Berni (Elena), Francesco Mulè (Gugo), Rosalba Neri (Magda), Antonio Pierfederici (conte Oscar), Gloria Paul (Patrizia), Peppino De Martino (ministro), Tania Berjll (Alice), Mario Castellani (presidente SPA), Daniele Vargas (marchese Fortebraccio), Giancarlo Zarfati (Renato), Diana Perbellini (Luisa Giovanna), Irene Aloisi (baronessa Renata Francesca), Jacqueline Pierreux (Jacqueline), Franco Rossellini (un invitato), Jo Staiano (omosessuale), Gianfranco Piacentini (Coriolano), Gianni Baghino (ladro d’auto), Mimmo Poli (il palo), Nino Vingelli (spacciatore), Sergio Corbucci (cliente che vuole telefonare). Anno: 1961.

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Gordiano Lupi
Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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