“La Grande Guerra” secondo Gordiano Lupi

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La grande guerra (1959) è un film che segna un’epoca – Leone d’Oro a Venezia e nomination all’Oscar – interpretato da Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Silvana Mangano e Romolo Valli. La commedia all’italiana contamina la tragedia storica, si permette di sbeffeggiare un conflitto intoccabile, di raccontare orrori ed errori della Prima Guerra Mondiale. Monicelli sceglie come protagonisti Sordi e Gassman, il primo nei panni di un romano infingardo e vigliacco, il secondo di un milanese avanzo di galera capace di innamorarsi e di scatti di orgoglio. La grande guerra deve molto alla penna di Vincenzoni, Age, Scarpelli, ma anche del regista, perché gli autori ricavano una storia intensa e commovente partendo da Due amici di Guy De Maupassant.

Alberto Sordi è Oreste Jacovacci, che finisce al fronte insieme all’amico Giovanni Busacca (Gassman). Non c’è traccia di patriottismo in questa pellicola, dove due italiani medi cercano di sfuggire i pericoli della guerra, fanno di tutto per non partecipare ai cruenti combattimenti, ma alla fine vengono catturati dagli austriaci e muoiono da eroi, come non hanno mai vissuto. “Non voglio morire… sono un vigliacco!”, grida Sordi davanti al plotone di esecuzione. Ma non rivela un prezioso segreto che causerebbe morti e distruzione alla sua truppa.

Una pellicola dissacrante su un tema fino a quel momento intoccabile, che demolisce la retorica nazionalistica e punta il dito sui massacri della grande guerra. Interpretazioni straordinarie anche del cast minore, non solo dei due protagonisti, che fanno la parte del leone. Romolo Valli è un credibile tenente Gallina, sempre dalla parte della truppa, Silvana Mangano è la prostituta che si innamora del bel soldato, Nicola Arigliano e Tiberio Murgia due soldati ben caratterizzati, così come Fulco Lulli è Bordin, che si offre volontario in missioni pericolose per mandare soldi a casa, perché ha una famiglia da mantenere. Alberto Sordi viene premiato con il Nastro d’argento per la caratterizzazione geniale di un italiano medio che non cova nessun mito patriottico e alcuna ideologia militare.

La pellicola conquista il Leone d’oro a Venezia ex aequo con Il generale Della Rovere (1959) di Roberto Rossellini. Tutto è ben fatto in una produzione miliardaria targata De Laurentiis, soprattutto la fotografia in Cinemascope di Rotunno e Serrandi e le scenografie di Garbuglia, che riproducono lo scenario realistico del primo conflitto mondiale. Musica di Nino Rota, ciliegina sulla torta di un lavoro senza sbavature e punti morti, così come i costumi di Donati sono credibili e ben riprodotti. Porca vacca (1982) di Pasquale Festa Campanile citerà il film di Monicelli, pur in tono minore e con un taglio comico – farsesco. In ogni caso anche il film successivo segue la lezione di Monicelli, distruggendo la retorica patriottica che ammanta l’ultima guerra d’indipendenza, descrivendo gli orrori di un conflitto cruento.

Mario Monicelli (Viareggio, 1915 – Roma, 2010) è un regista fondamentale per la commedia all’italiana, un autore che lascia il segno nel nostro cinema, realizzando una satira feroce e pungente dell’uomo italiano, definito privo di principi e interessato soltanto al suo particolare. Le sue pellicole sono un ritratto del costume nazionale, una sorta di piccola storia italiana degli ultimi cinquant’anni, un itinerario complesso tra vizi e debolezze, visti con lo sguardo mai indulgente, ma severo e perfido, della commedia. Non riesce a evitare la battuta salace e irriverente, un suo tratto di autore, neppure in un film intenso come La grande guerra. Citiamo il momento chapliniano della padella perforata da colpi di mitraglia per cuocere le castagne arrosto.

Ma anche la finta bomba a mano che fa scappare i due poco coraggiosi soldati non è da meno; così come la rissa da torte in faccia tra la Mangano e Gassman prima di far l’amore. La grande guerra è commedia umana, scandita da canzoni militari che fungono da note introduttive per i singoli capitoli, cose come “Ho lasciato la mamma mia/ per venire a fare il soldato…”, oppure “Non ti ricordi quel mese di aprile…” e “Son tre mesi che faccio il soldato/ una letterina mi vedo arrivar…”. Il regista narra i momenti della vita militare, dal reclutamento alla trincea, i soldati che scrivono a casa e che muoiono sotto i colpi della mitraglia, gli assalti all’arma bianca per conquistare una posizione.

La straordinaria bravura di Monicelli sta nel riuscire a tenere un registro comico e un tono leggero affrontando un tema che si presta più a un dramma intenso come Torneranno i prati (2014) di Ermanno Olmi. Nonostante tutto c’è crudo realismo nell’opera di Monicelli e la comicità deborda da momenti di vita vera. La durezza della guerra viene trasmessa senza fare sconti a nessuno, non solo quando si spara, pure nell’attesa e nel fango, come la sceneggiatura fa dire a un soldato che legge un sacco di fandonie scritte dalla stampa interventista.

Il rancio modesto, la fame, il freddo, mentre sui giornali si parla di inesistenti stufe da campo e di morale alto per soldati che vogliono soltanto tornare a casa. Monicelli inserisce nel racconto di guerra anche una singolare storia d’amore tra Giovanni (Gassman) e Costantina (Mangano), la prostituta di servizio al campo, con alcune sequenze comiche stemperate da un bacio e dalla speranza di rivedersi. Finale commovente con il gesto di eroismo compiuto dai due vigliacchi davanti al capitano austriaco che sbeffeggia il coraggio degli italiani.

Ma è altrettanto commovente la parte recitata da Elsa Vazzoler nei panni della moglie di Bordin che non trova il marito morto. I nostri due antieroi, mossi da pietà, le donano tutto il denaro che possiedono. “Tanto ce li facciamo ridare da Bordin”, mormora Oreste. E non dicono alla donna che il marito è morto in un combattimento che loro hanno vigliaccamente evitato. Umorismo sarcastico, dramma e poesia, sentimento, personaggi azzeccati, sono la spina dorsale di un film corale, interpretato da due protagonisti eccellenti, ben integrati nel loro diverso modo di recitare. Gassman più estroverso e brillante, Sordi più sottotono e ironico, ma alle prese con un personaggio indimenticabile. Un capolavoro che permette di conoscere la Prima Guerra Mondiale più di tanti polverosi e accademici testi di storia. Da rivedere, insieme ai vostri figli.


Regia: Mario Monicelli. Soggetto: Luciano Vincenzoni. Sceneggiatura: Luciano Vincenzoni, Agenore Incrocci (Age), Furio Scarpelli, Mario Monicelli. Dialoghi: Agenore Incrocci, Furio Scarpelli. Fotografia: Giuseppe Rotundo, Roberto Serrandi. Scenografia: Mario Garbuglia. Costumi: Danilo Donati. Musica: Nino Rota. Montaggio: Adriana Novelli. Produzione: Dino De Laurentiis Cinematografica (Roma), Gray Film (Parigi). Distribuzione: De Laurentiis Distribuzione. Paesi di Origine: Italia – Francia. Interpreti: Alberto Sordi (Oreste Jacovacci), Vittorio Gassman (Giovanni Busacca), Silvana Mangano (Costantina), Folco Lulli (Bordin), Bernard Blier (capitano Castelli), Romolo Valli (tenente Gallina), Vittorio Sanipoli (maggiore Venturi), Nicola Arigliano (Giardino), Geronimo Meynier (un portaordini), Mario Valdemarin (sottotenente Loquenzi), Elsa Vazzoler (moglie di Bordin), Tiberio Murgia (Nicotra), Livio Lorenzon (sergente Battiferri), Ferruccio Amendola (Deconcini), Gianni Baghino (un soldato), Carlo D’Angelo (capitano Ferri), Achille Compagnoni (cappellano), Luigi Fainelli (Giacomazzi), Marcello Giorda (il generale), Tiberio Mitri (Mandich), Gerard Herter (capitano austriaco), Guido Celano (maggiore italiano). Premi: Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia (1959) ex aequo con Il generale Della Rovere. Nomination all’Oscar per il miglior film straniero. Nastro d’Argento al miglior attore protagonista ad Alberto Sordi. Nastro d’Argento alla migliore scenografia a Mario Garbuglia.
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Gordiano Lupi
Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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