Ragazzo di borgata

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Giulio Paradisi (Roma, 1934), diplomato in recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia, fino al 1960 interpreta piccoli ruoli (è uno dei paparazzi in La dolce vita), aiuto regista (con Fellini, Giannetti e Comencini), dal 1970 regista per un pugno di pellicole (Terzo canale, 1970, Ragazzo di borgata, 1976, Stridulum, 1978, Tesoromio, 1979, Spaghetti House, 1982), pubblicitario, infine attore per Giannetti e Olmi, autore di spettacoli musicali e teatrali. (Fonte: Roberto Poppi).
Il film più compiuto e riuscito di Paradisi è Ragazzo di borgata, pellicola che risente la temperie culturale del periodo storico, oltre che di solidi legami pasoliniani. Sergio Citti rivede i dialoghi in romanesco: il suo apporto di scrittura è notevole, pure se Paradisi figura nelle vesti di sceneggiatore e montatore, rivendicando la piena paternità d’autore.

Ettore Colantuoni (Arquilla) è un ragazzo di borgata dedito a piccoli furti, anche se studia con buon profitto e frequenta il liceo classico; a un certo punto pensa che sta facendo una vita inutile, vorrebbe diventare ricco come i suoi compagni di scuola e crede di poterlo fare solo rubando in grande. Smette di studiare, trova lavoro in un bar e, quando il padre esce di galera (dove è finito per un furto assurdo), lo convince a organizzare un colpo che cambierà la loro esistenza, trasformandoli in padroni di un bar. Ettore è figlio di un operaio ubriacone, un ladruncolo da quattro soldi, non troppo intelligente, che frequenta un gruppo di amici borgatari dediti al vino e a zingarate notturne stile Amici miei. Vediamo spesso il padre intonare canzoni da osteria e stornelli; è un vero e proprio plebeo romano che pare uscito dai versi di Belli e Trilussa (che recita); in fondo un buon uomo, che gestisce un rapporto singolare con figlio e moglie (una coppia innamorata d’altri tempi). Ettore è più scaltro del padre, aspira a diventare un nuovo tipo di ladro, pensa in grande e vorrebbe cambiare vita grazie a un’impresa memorabile.

Il film è intriso di un’amara morale: il riscatto dei poveri è impossibile, solo il furto può produrre il cambiamento, solo il colpo riuscito riscatta una vita inutile, non certo una scuola borghese, tanto meno un lavoro da schiavi.
La pellicola è tutta giocata sul rapporto padre-figlio e sulla vita in borgata. Non mancano la scuola con un professore di sinistra e un’improbabile avventura romantica tra il figlio del borgataro e la rampolla di un ricco medico.

Tra gli attori (ben diretti) citiamo Stefano Arquilla nei panni del protagonista; non sono da meno il padre (Panosetti) e la madre (Tushingham), mentre Beba Loncar si limita a un paio di scene seminuda nei panni di un’attrice della quale il ragazzino s’invaghisce platonicamente.

Il film gode della fotografia crepuscolare di una Roma borgatara che sta cambiando: le baracche cedono il posto ai palazzoni grigi della periferia, la ricostruzione è a buon punto. Il regista inquadra pasolinianamente i volti dei poveri, riprende sorrisi sdentati, vestiti rattoppati, atteggiamenti dimessi e canzoni di borgata intonate davanti a un bicchiere di vino rosso. Montaggio rapido con effetti speciali sonori curati dai fratelli Anzillotti e notevoli sequenze acrobatiche (in moto) che sembrano uscite da un poliziottesco. Dialoghi rivisti da Sergio Citti con cura certosina: le frasi sono scelte ad arte, e riprendono gergo e movenze del periodo storico.

Il regista mette in primo piano la contestazione giovanile, critica la cultura nozionistica, il lavoro precario e una scuola ammuffita, borghese, che si può solo distruggere, non riformare. Non manca la consueta attenzione alla società consumistica, alla pubblicità che comincia a farsi invasiva, ai modelli di bellezza e successo proposti dalla cultura borghese. Paradisi presta attenzione al rapporto tra padroni e sottoposti, sviscera le piccole ruberie dei borgatari e le mette a confronto con i grandi ladrocini perpetrati su scala industriale. I padroni decidono da che parte stare, cadono sempre in piedi con ogni tipo di governo, sia che vinca la destra che la sinistra.
La storia d’amore tra il borgataro e la figlia dei borghesi serve a mettere in primo piano il contrasto tra due modelli di vita, e alcune sequenze erotiche tra attori minorenni provocano qualche problema con la censura. Ottima la parte onirica del matrimonio sopra l’albero. “Ti sposerei, ma mica in chiesa; la chiesa puzza di vecchio… su quell’albero… e dopo, una pisciata in testa al prete e ai parenti!”, dice il ragazzo. Viene affrontato il problema dell’aborto: un figlio in borgata è un problema, perché in borgata si nasce solo per sbaglio. Divertente lo scherzo del figlio al padre quando esce di galera, atteso con l’auto di lusso del genitore della ragazzina, quindi invitato a pranzo in un grande ristorante dove non sa come comportarsi, perché è un uomo semplice. Toccante la morte dell’amico del padre (Cervellone), caduto nel catrame bollente: un compare di ribotte, un collega di furti finiti male. Il trasporto al cimitero si svolge sulle note di Luna rossa, la canzone che il defunto amava e che spesso (da ubriaco) cantava.

Paradisi ha uno stile di regia abbastanza compiuto: alterna piani sequenza a rapide soggettive, imposta la narrazione seguendo una sorta di neorealismo magico, un po’ deamicisiano ma non al punto di scadere nel patetico, molto fiaba nera alla Citti, in parte apologo borgataro alla Pasolini. Uno spaccato di vita tra cani randagi, padri ubriaconi che picchiano i figli, furti e marachelle con lieto fine cinico che sembra quasi un sogno. Emblematiche le parole del professore, che vorrebbe recuperare il ragazzo perché la cultura serve: “È la fine di un mondo, come andrà a finire non lo so …”, conclude.

La colonna sonora, composta da Carlo Savina, è basata su brani originali di Nino Rota, alcune canzoni popolari (Luna rossa, Chitarra romana, Passione romana…), persino Senza fine di Gino Paoli, cantata da Ornella Vanoni, per dare il via a una danza tra marito e moglie sotto gli occhi del figlio.

La critica. Morandini (due stelle): “Un’opera prima con sbandamenti e scompensi, con evidenti contraddizioni tra durezze realistiche e indugi idillici, quasi deamicisiano. Lo riscattano in parte l’affetto complice per i personaggi e la direzione degli attori, compresa l’inglese Tushingham, credibile madre di borgata”. Non si tratta di un’opera prima perché Paradisi aveva già diretto Terzo canale (1970), ma il resto del commento è condivisibile; in definitiva – vista la poca rilevanza del primo film – possiamo dire che questo è il vero debutto del regista. Farinotti (due stelle): “Un ragazzo di borgata aspira a diventare ricco con il furto della vita. Il denaro arriva abbondante e con esso un costosissimo bar. Possono dire di essere veramente felici?”. Mereghetti (una stella e mezzo): “Elogio della furbizia proletaria in bilico tra echi pasoliniani e scampoli di commedia all’italiana: l’opera prima di Paradisi (sic!) inizia in modo promettente ma poi non sa che pesci pigliare. E il lieto fine che dovrebbe essere cinico è in realtà la scelta meno coraggiosa”.


Regia: Giulio Paradisi. Sceneggiatura: Alfredo Giannetti, Lucio Battistrada, Giulio Paradisi. Revisione Dialoghi: Sergio Citti. Fotografia: Giuliano Giustini. Aiuto Regista: Silla Bettini. Montaggio: Giulio Paradisi. Collaborazione al Montaggio: Anna Amidei. Costumi: Gisella Longo. Scenografia: Franco Velchi Pellecchia. Direttore Produzione: Claudio Grassetti. Operatore alla Macchina: Giorgio Regis. Trucco: Giuseppe Ferranti. Effetti Speciali Sonori: Luciano e Massimo Anzellotti. Fonico: Goffredo Potier. Fotografo di Scena: Giovanni Vino. Assistenti alla regia: Alvaro Cordella, Mario Garriba. Casa di Produzione: R.P.A. sas. Produttore: Filiberto Bandini. Doppiaggio: C.D. Sviluppo e Stampa: Cinecittà spa. Tecnico del Colore: Giacomo Volpi. Sincronizzazione: Fonolimpia. Mixage: Romano Pampaloni. Teatri di Posa: Cinecittà. Fonico: Ubaldo Consoli. Registrazioni Sonore: RCA. Commento Musicale e Direzione d’Orchestra: Carlo Savina. Temi Musicali Originali: Nino Rota. Edizioni Musicali: Cam. Altri brani musicali: Senza fine (Gino Paoli, canta Ornella Vanoni), La battaglia sul ghiaccio (Prokofievv, interpretata da Orchestra dell’opera di Vienna), Luna rossa (Vian – De Crescenzo), Chitarra romana (Bruno – Di Lazzaro), Passione romana (Romolo Balzani). Genere: Commedia. Durata: 100’. Interpreti: Stefano Arquilla, Ennio Panosetti, Rita Tushingham, Nino Bignamini, Brigitta Petronio, Danika La Loggia, Walter Eugene Ferdinad, Giacomo Piperno, Beba Loncar, Fabrizio Mennuni, Alvaro Amici, Dante Cleri, Renato Capogna, Franco Palazzini, Galliano Sbarra, Giuseppe Palermini, Eugenia Dominici, Ada Pometti. Anno: 1976.

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Gordiano Lupi
Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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