Quién sabe?

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Erano i tempi in cui si produceva grande western italiano, nel caso in esame tortilla western, se vogliamo essere precisi. E qui il merito va soprattutto a Bianco Manini, piccolo imprenditore emiliano amante del cinema, soprattutto del western italiano, ai tempi in cui esistevano i piccoli produttori e si poteva persino osare.
Damiano Damiani è regista noto soprattutto per film politici e civili (Il giorno della civetta), così come Gian Maria Volonté è un attore impegnato, ma Quien sabe? resta uno dei film di genere meglio realizzati in una stagione florida di capolavori. Prima di tutto perché non è soltanto genere, ma western rivoluzionario, che parlando di rivoluzione messicana mette sul piatto temi come libertà e autodeterminazione dei popoli che diventeranno pensiero comune dopo il maggio francese e le proteste del 1968. Quien sabe? è il primo tortilla western – bissato da Tepepa (1968), che si avvale della recitazione di Tomas Milian – ma è anche un film scritto dal grande Solinas, che riesce a introdurre tematiche politiche in un genere apolitico come il western.

Un film recitato da attori straordinari, dal peone Volonté – indeciso, eccessivo, sopra le righe – al folle finto frate Kinski, passando per una bellissima Beswick e un’intensa Gravina (non accreditata perché pare aver recitato per puro caso), per finire con il diligente Checchi nei panni del ricco proprietario trucidato dai ribelli.
Colonna sonora fantastica a base di ritmi messicani, composta da Bacalov con la supervisione di Morricone, quasi un film nel film che accompagna le gesta dei rivoluzionari cominciando e finendo con il brano Ya me voy.
Scenografie suggestive di Canevari, che fa di tutto per non far capire che siamo in Almerìa (luogo iberico basilare per molto western europeo) invece che in Messico; tutto sommato ci riesce, ci sentiamo di perdonare alcune piante mediterranee spesso inquadrate, vista la bellezza della fotografia (Secchi) al tramonto e i grandi spazi desertici tipici del miglior western.
Scene d’azione superlative, sparatorie e assalti, soprattutto l’imboscata al treno e l’aggressione al fortino con il successivo eccidio dei soldati governativi.
Ottimo il messaggio libertario, così come i caratteri dei personaggi sono ben definiti, mai monodimensionali, ricchi di sfaccettature e di momenti problematici.

Tutto il film si regge sulla singolare amicizia tra El Chuncho (Volonté) e El Niño (Castel), un affetto che pare quasi incomprensibile per poi sfociare in un finale a sorpresa con il peone rivoluzionario che uccide il killer nordamericano, sentendosi tradito da chi reputava un amico. El Chuncho non può sentirsi ricco, non vuole vestire abiti che ha sempre disprezzato, nel suo animo è un rivoluzionario che si libera dei soldi consigliando chi li ha ricevuti di comprare solo dinamite.
Damiani, insieme agli sceneggiatori Solinas (grandissimo) e Laurani, opta per vedere il mondo dalla parte dei rivoluzionari, uomini genuini nonostante le mancanze culturali, pronti ad assumersi le loro responsabilità per gli errori commessi, convinti che al mondo si possa anche morire. Il film è così intriso di messaggi politici rivoluzionari e di citazioni blasfeme (alcuni dialoghi di Kinski) che la solerte censura del periodo lo vieta addirittura ai minori di anni 18. Va da sé che il pubblico del western – in gran parte ragazzini – se lo perde e deve recuperarlo (come il sottoscritto) in età adulta. Ci ha pensato Iris a riportarlo in auge nel benemerito ciclo del martedì dedicato al Western Italiano.

Regia: Damiano Damiani. Soggetto: Salvatore Laurani. Sceneggiatura: Salvatore Laurani, Franco Solinas. Fotografia: Tony Secchi. Musiche: Luis Enriquez Bacalov, Ennio Morricone (supervisione). Montaggio: Renato Cinquini. Scenografia. Sergio Canevari. Costumi: Marilù Carteny. Produttore: Bianco Mnaini. Durata: 118’. Genere: Western. Interpreti: Gian Maria Volontè, Lou Castel, Klaus Kinski, Martine Beswick, Carla Gravina, Jaime Fernandez, Andrea Checchi, Spartaco Conversi, Joaquin Parra, Aldo Sambrell, José Manuel Martin, Santiago Santos, Valentino Macchi, Rufino Inglés, Guy Heron, Vincente Roca. Anno: 1966

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Gordiano Lupi
Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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