OcchioPinocchio

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Donne con le gonne (1991) aveva fatto discutere ma era stato un film di successo, l’ultimo grande incasso di Nuti, nonostante le polemiche venute da ambienti femministi e da una critica cinematografica con la puzza sotto il naso.
OcchioPinocchio è un grande film, costa oltre venti miliardi ma ne incassa poco più di cinque, riprese iniziate a luglio 1993, interrotte a novembre fino alla primavera del 1994, oltre venti settimane di lavoro, dirette da un Nuti che comincia ad avvertire i segni di una profonda crisi interiore. Un film ambizioso, girato in gran parte negli Stati Uniti, interpretato anche da attori nordamericani, con molte sequenze in Texas (Houston, Amarillo, Mississippi), ma anche a Roma, Brescia (Villa Mazzotti a Chiari), Trentino Alto Adige, Calabria, Piombino (interni delle acciaierie) e provincia di Cosenza. Fantastici interni felliniani ricostruiti a Cinecittà per mettere in piedi il sogno del paese dei balocchi. Nuti gira il film della sua vita, un’ossessione, qualcosa di tremendamente personale che aveva dentro, puro cinema d’autore che esterna facendosi pure del male, ritrovandosi solo, con la sua creatura più amata che in pochi capiscono.

Rivedendo oggi OcchioPinocchio (1994), viene da chiedersi come facciano ancora illustri critici come Paolo Mereghetti a definirlo mostruoso, irrisolto, inconcludente, persino girato male. OcchioPinocchio è un capolavoro assoluto di tecnica cinematografica, con i primi venti minuti – durante i quali Nuti non compare ma fa solo il regista – da pura scuola di cinema all’americana, rapidi, essenziali, fantasmagorici, tra dissolvenze, carrelli e straordinari piani sequenza. Nuti descrive in venti minuti concitati e fantastici la mostruosità di un impero economico diretto da Brando Della Valle – inconsapevole padre di Pinocchio -, un Geppetto privo di scrupoli, un affarista che comanda persino la polizia.

La morte del fratello di Brando è l’incipit del film con l’apertura di un singolare testamento che svela l’esistenza di un figlio nascosto in un ospizio tra le montagne, un ragazzo ingenuo allevato tra i vecchi che tutti chiamano Pinocchio. Il padre decide di riprenderselo e di inserirlo nel suo mondo, affibbiandogli il nome di Leonardo, che il ragazzo rifiuta, come non accetta una realtà basata sul denaro e su un tipo di vita che non comprende.
Pinocchio fugge dalla villa paterna e incontra un Lucignolo al femminile come Lucy (Caselli), personaggio da eroina nera che sembra uscito da un film di Tarantino, una pregiudicata ricercata per un omicidio non commesso. Prima dell’incontro, però, schiaccia un grillo – altra citazione del Pinocchio di Collodi – sul tetto di un grattacielo dal quale spera di prendere un elicottero che lo riporti al suo mondo, perché su quel tetto è giunto nell’ambiente che non fa per lui.

Pinocchio s’innamora della prima vera donna della sua vita, dopo essersi affezionato a vecchiette che dopo morte sotterrava nel cimitero che aveva costruito nel giardino dell’ospizio. “Non va mica bene. Tu ti affezioni e loro muoiono. Almeno avvisa”, dirà in una scena commovente.

Il film diventa un on the road per le strade del Texas con una singolare coppia in fuga che ruba auto, moto, vestiti e tenta di guadagnare il confine. Prima vedremo una breve sosta nel paese dei balocchi, il paese delle luci, un sorta di Las Vegas surreale dove si danza e si canta, una parte del film che nella mente di Nuti doveva durare quasi trenta minuti, ma che esigenze produttive hanno ridotto a poche sequenze. Lucy in una balena-capannone (ideata da Luciano Ricceri) inizierà Pinocchio alle gioie del sesso, poco prima di essere uccisa dalla polizia scatenata sulle sue tracce dal perfido Geppetto capitalista. “Pinocchio non c’è più”, comincia a balbettare subito dopo il protagonista, in un crescendo di follia, precipitando in un dolore che lo fa morire per poi rinascere e gettarsi nell’avventura – forse soltanto sognata – di portare a termine il viaggio che aveva cominciato con la sua Lucy. Finale da favola, con Pinocchio che arriva in Messico e incontra una ragazza (che non si vede) che in spagnolo gli dice le stesse parole di Lucy e gli chiede in prestito la giacca. “Io te la do, ma questa volta stiamo un po’ attentini”, risponde Pinocchio. La coppia finisce in una scenografia da favola, passeggiando sul lungo naso di un Pinocchio di legno e tenendosi per mano.

OcchioPinocchio è commedia grottesca, sociale e fantastica, che parte dalla fiaba ma la stravolge in nero, con un solo personaggio innocente e ingenuo, agnello in mezzo ai lupi, un Pinocchio-Peter Pan che – al contrario del burattino di Collodi – non vuol saperne di crescere. Il protagonista non comprende il mondo esterno che sta fuori dal suo ospizio, ambiente rassicurante popolato da vecchietti dei quali si prende cura con premura. Soprattutto non capisce il mondo dei capitalisti e dei ricchi imprenditori: “Per me non è cambiato molto. Sempre vecchi siete. Certo, voi vi lavate, vi pulite. Ma che c’entro io qua? Attenzione al cambio di stagione, ché al cambio di stagione i vecchi muoiono”. Pinocchio si mette a costruire un cimitero nel giardino della villa del padre, in attesa che i vecchi ricchi abbandonino una vita inutile.
Il film cambia ritmo quando entra in scena Nuti: scattano i suoi monologhi, i lunghi silenzi, si scorge nell’ombra il naso di Pinocchio come collegamento alla fiaba, ma si ritorna nel pieno dell’azione quando incontra Lucy.
Alcune sequenze di inseguimenti e spettacolari incidenti sono molto americane, pur ricordando il miglior poliziottesco italiano. Straordinaria la colonna sonora di Giovanni Nuti – molta musica viene sacrificata ai voluti silenzi del regista – con molto country e citazioni da Ry Cooder, semplice chitarra adatta ai luoghi per far risaltare azione e dialoghi. Tecnica di regia sopraffina con molti carrelli, panoramiche, primi piani, campi e controcampi, inquietanti soggettive, macchina a mano dosata a dovere, poetici piani sequenza.
Nuti fotografa benissimo Chiara Caselli – che approda al cinema di Francesco dopo Antonioni e la Cavani – molto brava e sempre a suo agio anche nelle caste scene di nudo che non infastidiscono nessuno (a parte Mereghetti) ma sono realizzate con candore e pudore sopraffino.
Francesco Nuti ci regala un’interpretazione da Forrest Gamp pinocchiesco con un personaggio che è un’evoluzione del suo ragazzo ingenuo che non capisce il mondo, approfondendo il tema dell’abbandono che gli sta molto a cuore. Diversi monologhi – meno del solito – surreali e strampalati, come abitudine, ma soprattutto tante espressioni lunari, da personaggio fuori dal mondo, confuso, imbranato con la vita, pieno d’amore da donare. Ricordiamo il monologo sull’affetto provato per i suoi vecchietti e quello sul pisciare fuori dal confine, ma anche le sequenze con fionda e biglie, la guida di un’auto che non comprende, il rapporto sessuale timido e sconclusionato con la sua Lucy.
Un bambino non cresciuto diventa protagonista di un gotico ironico che parla di alta finanza con l’andamento di una fiaba nera, un Pinocchio emarginato, abbandonato, soprattutto diverso, che non può entrare in sintonia con il mondo.

OcchioPinocchio è il film più personale di Nuti, come Joan Lui (1985) per Celentano, commedia picaresca con citazioni di The Blues Brothers (1980) di John Landis e persino di Hanno cambiato faccia (1971) di Corrado Farina (i vampiri capitalisti). Resta il fatto che costa troppo e incassa poco, non viene capito dai fan di Nuti che pretenderebbero il solito film comico e spensierato, non questo cinema d’autore intenso e persino poetico. Non solo il pubblico è sconcertato, ma anche la critica meno attenta – purtroppo letta e ascoltata – non lo capisce e lo massacra ingiustamente.

OcchioPinocchio segna l’inizio della parabola decadente di Francesco Nuti, prodotto da un regista che passa da stati di depressione ad altri di esaltazione, in crisi con se stesso, forse proprio per questo così felicemente ispirato. In un momento autodistruttivo della sua vita Nuti s’inventa una parabola sull’abbandono, fotografata magnificamente da Maurizio Calvesi che immortala una grandiosa scenografia nordamericana voluta per far risaltare – per contrasto – l’ingenuità del personaggio. Un film che è artigianato prezioso, girato direttamente in Cinemascope con le migliori macchine da presa Panavision, ma che finisce per distruggere moralmente e finanziariamente il suo autore. Beghe legali a non finire tra regista e produzione con reciproche accuse; Nuti alla fine ci rimette tre miliardi, rinuncia al suo compenso pur di concludere il film della sua vita. E in realtà per lui resta un lavoro non concluso perché esiste almeno un’ora di film che nessuno ha visto e che Cecchi Gori avrebbe impedito di rimontare. Problemi legali anche tra Francesco Nuti e Chiara Caselli per alcune frasi pronunciate dal regista che si sarebbe vantato di conquistare le sue attrici, non gradite dalla protagonista femminile.

Visione moderna di una fiaba, riscrittura originale di Pinocchio, che è tutto fuorché bugiardo, anzi è un disadattato, un bambino abbandonato, un diverso, più buono e ingenuo di tutti gli altri personaggi che popolano la sua esistenza. Tutti pregi innegabili di un film che è anche critica spietata al potere della finanza, ambientato in America perché – sono parole di Nuti – oggi il potere vero, basato sul denaro sporco, è americano. Il solo difetto del film è un lieve calo di ritmo nella seconda parte, ma resta un piccolo gioiello d’autore, il film che in futuro simboleggerà tutta la poetica di Francesco Nuti. Riguardatelo, dopo aver strappato il Mereghetti.

Regia: Francesco Nuti. Soggetto e Sceneggiatura: Ugo Chiti, Giovanni Veronesi, Francesco Nuti. Fotografia: Maurizio Calvesi. Fonico in Presa Diretta: Remo Ugolinelli. Montaggio: Sergio Montanari. Musica: Giovanni Nuti. Aiuto Regista. Ferzan Ozpetek. Scenografie: Luciano Ricceri. Produttore Esecutivo: Gianfranco Piccioli. Produzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori. Durata (DVD Cecchi Gori Home Video, 1995): 131’. Genere: Fantastico, commedia. Interpreti: Francesco Nuti (Pinocchio), Chiara Caselli (Lucy Light), Joss Ackland (Brando Della Valle), Charles Simon (avvocato), Jacques Dacqmine (capo della polizia), Pina Cei (Colomba), Leon Askin (lo psichiatra), Victor Cavallo (direttore ospizio), Paul Muller (uomo cattivo), Novello Novelli (Segugio), Mel Berger (Gatto), Carlo Conversi (segretario di Brando), Leonardo Maguire (fratello di Brando), David Maunsell (il prete), Michele Spera (il suicida), Domneico De Quarto (il tenore), Maria Teresa Cadei (la cassiera del bar).

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Gordiano Lupi
Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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