Il giocattolo (1979)

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Il giocattolo è un film che risente molto del clima di insicurezza generale che caratterizzava l’Italia degli anni Settanta, debitore del miglior poliziottesco per l’apparato narrativo costruito da Donati, ma corretto al cinema alto dalla sensibilità di Montaldo e Manfredi. Echi de Il cittadino si ribella (1974) di Castellari ma soprattutto de Un borghese piccolo piccolo (1977) di Monicelli e Cerami.

Montaldo non è interessato tanto all’aspetto spettacolare della vicenda – pur non trascurandolo – quanto all’analisi di un perdente che trova motivo di rivalsa nel possesso di un’arma, un giocattolo che gli costerà caro.
Tutto ruota attorno a un grande Nino Manfredi (co-sceneggiatore) nei panni di Vittorio Barletta, oscuro contabile che lavora alle dipendenze di Nicola Griffo (Foà), un ricco amico che lo sfrutta e lo usa per coprire diverse speculazioni illegali. Vittorio è sposato con Ada (Jobert), moglie innamorata ma sofferente, conduce un’esistenza oscura che vede come diversivo l’hobby degli orologi da riparare e collezionare. La vicenda si sviluppa in una Milano piena di pericoli, tra rapine e aggressioni, e Vittorio viene ferito al supermercato durante una sparatoria; subito dopo conosce in palestra il poliziotto Sauro (Mezzogiorno), che diventa suo amico. Purtroppo è lui a regalare la pistola che modifica il carattere del ragioniere dopo aver scoperto di avere la dote del tiratore scelto.

Sauro viene ucciso da un pregiudicato; Vittorio assiste alla scena, impugna l’arma e uccide un complice del killer, mettendosi nei guai e diventando un personaggio pubblico. Il ragioniere viene perseguitato dai criminali, ma quando impugna la pistola si sente un uomo diverso, affronta tre gangster a viso aperto, con uno stratagemma li distrae e con freddezza li gambizza. La figlia del padrone (Villoresi) seduce Vittorio – prima ci aveva provato la moglie (Karlatos) senza successo -, cosa che costa il lavoro al ragioniere, perché il padre lo viene a sapere. Finale a sorpresa, con Vittorio al capezzale di Ada morente, fermato da un colpo di pistola della moglie prima che possa scendere in strada a vendicarsi di chi l’ha sempre offeso e sfruttato. “Non era meglio se quel giorno Sauro avesse portato i bignè invece della pistola…” mormora Vittorio morente sfoderando il sarcasmo tipico del miglior Manfredi.

Un film girato con una fotografia fredda, un vero noir all’italiana, sulla scia del miglior cinema di Fernando di Leo, più impegnato civilmente e politicamente, con minor attenzione al genere rispetto ai contenuti. Ottime le sequenze che riprendono la periferia milanese e il mondo della malavita, così come sono straordinarie le parti a base di sparatorie nel supermercato e al ristorante. Ralenti eccellenti, dissolvenze, momenti cruciali raccontati inquadrando il terrore negli occhi del protagonista, con carrellate e piani sequenza che conferiscono un tocco di poesia alla trama nera.
Montaldo è più interessato alla psicologia del suo personaggio che alle parti di pura azione scritte da Donati, Manfredi ci mette del suo e caratterizza il ragioniere con bravura e senso dell’umorismo: un perdente, un ingenuo piccolo borghese che capisce di avere la dote del tiratore scelto trasformandosi in un pericolo per se stesso e per gli altri.
Montaldo racconta l’amicizia virile tra Vittorio e Sauro, la crisi matrimoniale con la sofferente Ada – ottima la Jobert che ha lavorato molto nel cinema francese -, i sogni non realizzati e i tradimenti maldestri perpetrati con il solo pensiero.

Il giocattolo è una storia di vita quotidiana di un uomo che poco a poco precipita  negli inferi della disperazione perdendo tutto, persino la vita, in modo paradossale.
Tra gli attori bene Arnoldo Foà nei panni del cinico capitano d’azienda, in perenne lite con la figlia ribelle e viziata, pronto a sfruttare l’amico per i ruoli più ingrati. Bravo Mezzogiorno, un attore che ci ha lasciati troppo presto, che proviene dal cinema di genere e dimostra la sua adattabilità ai ruoli assegnati.

Si narra che sul finale ci fu una discussione tra Manfredi e Montaldo, con il primo che avrebbe preferito vedere il suo antieroe scendere in strada e sparare, per poi finire ucciso. Il regista opta per la soluzione imprevista, fa fermare il ragioniere con la pistola dalla moglie che lo uccide per amore. Tutto questo per non avvalorare la tesi – propugnata da film come Il cittadino si ribella – che la sola soluzione possibile fosse quella di farsi giustizia da soli.

Un altro film dai contenuti simili è L’arma (1978) di Jerry Jameson e Pasquale Squitieri, ed entrambi sono stati scritti con l’intenzione di ricostruire il clima di insicurezza generale del periodo storico, tra delinquenza comune e terrorismo, scontri di piazza e bande criminali. Nel quadro generale si inserisce la vita quotidiana di un uomo comune con il suo disfacimento psicologico e morale.
Esterni girati a Milano, pure se la villa del ricco Nicola Griffo è Villa Parisi a Frascati.

Regia: Giuliano Montaldo. Soggetto: Sergio Donati. Sceneggiatura: Sergio Donati, Nino Manfredi, Giuliano Montaldo. Fotografia: Ennio Guarnieri. Montaggio: Nino Baragli. Colore: Technospes. Costumi: Franco Carretti. Assistente Costumi: Erminia Ferrari. Scenografie: Luigi Scaccianoce. Organizzatore della Produzione: Claudio Mancini. Collaboratori alla Regia: Fabrizio Sergenti Castellani, Vera Pescarolo. Fonico: Gaetano Testa. Operatore alla Macchina: Renato Ranieri. Fotografo di scena: Franco Vitale. Musiche: Ennio Morricone (composte e dirette). Edizioni Musicali: Bixio C.E.M.S.A.. Produttore: Claudio Mancini, Fulvio Morsella. Case di Produzione: Rafran Cinematografica spa, Alex Cinematografica srl. Distribuzione: Titanus. Teatri di Posa: Incir – De Paolis (Milano). Sonorizzazione: Fono Rete srl con la collaborazione della Cooperativa Doppiatori. Suono: Cinecittà Suono. Mixage: Fausto Ancillai. Negativi: Eastmancolor. Esterni: Milano, Frascati (Villa Parisi). Durata: 118’. Genere: Noir, Drammatico. Interpreti: Nino Manfredi, Marlene Jobert, Arnoldo Foà, Pamela Villoresi, Olga Karlatos, Vittorio Mezzogiorno, Carlo Bagno, Renato Scarpa, Luciano Catenacci, Mario Brega, Nanni Massa, Rodolfo Marcenaro, Franco Bizzoccoli, Arnaldo Ninchi, Daniele Formica, Giuseppe Vicini, Mario Cecchi, Giuseppe De Nova, Agla Marsili, Lory Del Santo.

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Gordiano Lupi
Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, collabora con “La Stampa” di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema, e su svariati altri argomenti. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi . Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come “Cominciamo bene le storie” di Corrado Augias, “Uno Mattina” di Luca Giurato, “Odeon TV” (trasmissione sui Serial killer italiani), “La Commedia all’italiana” su Rete Quattro, “Speciale TG1” di Monica Maggioni (tema “Cuba e Yoani Sánchez”), “Dove TV” a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Nel 2012 è uscito un suo lungo capitolo in un saggio scritto insieme a quattro autori cubani dell’esilio, “El otro paredon”, sulla situazione cubana edito in USA, in inglese e spagnolo. I suoi libri sono stati oggetto di numerose recensioni e segnalazioni che si possono leggere al sito ww.infol.it/lupi. E - mail: lupi@infol.it. Nel 2017 il suo romanzo “Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino” ha vinto il Premio Giovanni Bovio per la narrativa edita.

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