Brutti, sporchi e cattivi

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Brutti, sporchi e cattivi è un film troppo importante per essere confinato in un genere. Commedia grottesca, forse, ma a tratti anche dramma e racconto neorealista che pedina i personaggi nei meandri delle loro esistenze, in un breve arco temporale.

I brutti, sporchi e cattivi di Scola sono gli abitanti delle baracche romane, così poveri e derelitti che non si sognano neppure di poter migliorare la loro condizione di vita, ma vivono ai margini dell’esistenza in un quartiere popolato da disperati che da una collina scopre il panorama spettacolare di Roma. Protagonista assoluto uno straordinario Nino Manfredi, laido individuo cieco da un occhio, alcolizzato, che protegge il suo milione, ricevuto dall’assicurazione, dalle mire degli ancor più laidi figli e parenti. Non ci sono personaggi positivi in questo film: ognuno di loro tira a campare, difendendo un particolare egoismo; alcuni sfruttano il proprio corpo per portare soldi a casa, altri compiono rapine, scippi, scendono in città per svolgere lavoretti oscuri e inventarsi impieghi abusivi.

La periferia romana dei primi anni Settanta era già stata oggetto di studio e di analisi da parte di Pier Paolo Pasolini in molti film e romanzi. Scola assume un altro occhio indagatore: il suo sguardo non è di denuncia ma di rappresentazione, se vogliamo in polemica con il neorealismo rosa e la stucchevole poetica del poveri ma belli. In primo piano c’è il degrado morale e materiale in cui i baraccati delle borgate romane sono costretti a vivere, descritto attraverso le gesta ben poco eroiche di una famiglia numerosa di origine pugliese, capeggiata da Giacinto (Manfredi), che odia i suoi familiari ed è cordialmente disprezzato da tutti.

Scola e Maccari raccontano il quotidiano, senza grandi colpi di scena fino alla parte finale: narrano il risveglio e la giornata trascorsa nell’ordinaria lotta per sopravvivere con metodi più o meno leciti. Il sale del racconto è la caccia al milione di lire che Giacinto possiede e nasconde gelosamente – ogni giorno in un luogo diverso – ma che tutti bramano per realizzare i loro sogni, visto che la pensione della nonna non basta. Straordinaria la parte in cui Giacinto crede di essere stato derubato mentre non ricorda il nascondiglio: l’esplosione di rabbia del disgraziato va oltre misura, e tra botte e fucilate finisce per essere condotto in questura davanti al commissario. A suo modo sentimentale la storia d’amore tra Giacinto e Iside – enorme prostituta napoletana – che il guercio ubriacone porta in casa per farle condividere il letto nuziale. I familiari meditano vendetta, non tanto per gelosia, quanto perché l’uomo sperpera il denaro in cene e bisbocce con la compagna (che si concede a tutti) e rischiano di non avere la loro parte. Il piano per eliminare Giacinto prevede dei maccheroni avvelenati serviti durante il pranzo di battesimo di un nipote, ma il bieco proposito non va a buon fine perché l’uomo vomita in tempo l’indigesto cibo. La vendetta di Giacinto consiste nel dar fuoco alla baracca con i familiari dentro (ma tutti si salvano) e infine nel vendere l’alloggio a un’altra famiglia di sfollati. Il finale vede la vita ricominciare persino in condizioni peggiori, visto che le due famiglie decidono di convivere sotto lo stesso tetto. La ragazzina incinta che esce a prendere l’acqua di buon mattino mentre Roma si risveglia è il senso della vita che procede, di un’esistenza che nonostante tutto va avanti, tra mille difficoltà.

La critica di sinistra distrugge il film, a parte Alberto Moravia, che apprezza la confezione registica e scenografica ma non è tenero quando parla di una nuova estetica contemplativa, apatica e priva di intervento drammatico.

La regia è straordinaria, tra carrelli e piani sequenza, zoom e primissimi piani, panoramiche di una Roma solare fotografata dalla polvere della baraccopoli.

Attori spesso non professionisti, in ogni caso poco noti, in maggioranza caratteristi, sovrastati da un Manfredi calato in una delle sue migliori performance. In ogni caso sono tutti al posto giusto in questa commedia grottesca, nera e senza speranza, che traccia percorsi umani che vedono, segnati nelle pieghe dei volti, i loro destini.

Desolazione e squallore sono la cifra stilistica della pellicola; la musica suadente e a tratti popolare di Trovajoli sottolinea il tono di fondo di cupa disperazione, ma anche di pacata accettazione di un destino immutabile. Il clima è pasoliniano, senza redenzione, tra scene di violenza, dialetto romano-pugliese, bimbi racchiusi in un serraglio come bestie, ragazzi di vita e ragazzine sfruttate. Baruffe in famiglia, travestiti, incesti, vecchi che si fanno masturbare da infermiere, drammi onirici dove quel che conta è proteggere i soldi, la propria roba di verghiana memoria.

Alcune sequenze sono davvero poetiche: il risveglio iniziale della famiglia ripreso in un lungo piano sequenza e il finale di speranza – pur nella desolazione di sempre – con la ragazzina che si dirige alla fontana. Ricordiamo la sequenza d’amore, composta di lunghi sguardi e sorrisi più che di parole, tra Giacinto e Iside. Epocale la grande mangiata di maccheroni al sugo: famiglia riunita in una lunga tavolata dopo il viaggio in città da disperati per battezzare un nipote, con la suspense da film giallo nell’attesa che il veleno faccia il suo corso. La pasta è in primo piano, corta, ricca di pomodoro, melanzane fritte, pecorino, condita in abbondanza come usanza meridionale. “Quelli senza il veleno erano proprio buoni. Peccato che non li hai mangiati”, dirà Iside a Giacinto, sdrammatizzando una sequenza dura quanto realistica.

Brutti, sporchi e cattivi è girato nella zona di Monte Ciocci, a Roma, con un panorama straordinario che si affaccia sulla Cupola di San Pietro e la zona Olimpica, luogo davvero occupato da baracche fino al 1977.

Regia: Ettore Scola. Soggetto e Sceneggiatura: Ettore Scola, Ruggero Maccari. Fotografia: Dario Di Palma. Montaggio: Raimondo Crociani. Consulente al Doppiaggio: Sergio Citti. Effetti Speciali: Fratelli Ascani. Musiche: Armando Trovajoli. Costumi: Danda Ortona. Trucco: Francesco Freda. Scenografia: Luciano Ricceri, Franco Velchi.  Produttore: Carlo Ponti. Distribuzione: Gold Film. Durata: 115’. Genere: Commedia Grottesca. Interpreti: Nino Manfredi, Francesco Anniballi, Ennio Antonelli, Marcella Battisti, Maria Bosco, Giselda Castrini, Francesco Crescimone, Beryl Cunningham, Alfredo D’Ippolito, Giancarlo Fanelli, Silvia Ferluga, Marina Fasoli, Ettore Garofolo, Zoe Incrocci, Franco Marino, Marco Marsili, Franco Merli, Marcella Michelangeli, Clarisse Monaco, Linda Moretti, Luciano Pagliuca, Giuseppe Paravati, Aristide Piersanti, Silvana Priori, Giovanni Rovini, Adriana Russo, Maria Luisa Santella, Mario Santella, Assunta Stacconi. Premi: Miglior Regia Festival di Cannes 1976. Anno: 1976

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Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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