Tenebre

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Tenebre d’Argento

Avvertenza: Prima di iniziare a leggere, vogliamo avvisarvi che questo articolo contiene spoiler. Se avete visto il film leggete pure, se non lo avete ancora visto e avete intenzione di farlo, leggetelo successivamente.

Tenebre è un film del 1982 e nella filmografia di Dario Argento è forse il giallo più atipico. Dopo il grande successo degli horror Suspiria e Inferno, tutti si aspettano il terzo episodio della saga delle “tre madri”. Argento si ripropone invece al pubblico con questo giallo schizofrenico, convulso e molto violento. Tenebre è anche il suo primo film vietato ai minori di 18 anni.
A leggere il titolo verrebbe da pensare a un seguito di Inferno, dove la protagonista era la madre delle tenebre, ma, in questo caso, le tenebre del film sono quelle dell’animo umano, oltre a essere il titolo del romanzo di Peter Neal, lo scrittore protagonista interpretato da un bravissimo Anthony Franciosa.

In questo lungometraggio Argento si è divertito a prendersi un po’ in giro e, con lui, i critici che hanno (perlomeno in Italia) sempre massacrato i suoi lavori. Il protagonista è uno scrittore di romanzi gialli che si rivela essere un pazzo assassino, ma, oltre a lui, c’è un altro assassino: un critico bigotto e schizzato al quale lo scrittore spacca il cranio con un’accetta. Se non è ironia questa!
Anche le luci di scena utilizzate per il film contrastano nettamente con quelle dei precedenti lavori: mentre in Suspiria e Inferno c’era un cromatismo surreale e spinto al massimo nei toni accesi del rosso e del verde, in Tenebre la fotografia (di Luciano Tovoli) è naturale. Gran parte del film è girato di giorno e addirittura uno degli omicidi viene compiuto in una piazza assolata. Questo per rompere la classica formula buio uguale ad assassino in agguato. Il male può colpire sempre. Anche in pieno giorno.

In questa pellicola vengono ribaltati tutti i canoni del giallo classico, ma questo, per chi segue e ama Dario Argento, non è una novità. Al regista romano la logica non è mai interessata. Che dire del pupazzo che appare all’improvviso in Profondo Rosso o della vecchina assassina che gira in taxi con registratore portatile e mannaia al seguito nello stesso film?
Argento non è Hitchcock, nonostante i due registi siano stati più volte, assurdamente, accomunati. Questo è avvenuto specialmente all’inizio, dopo il debutto argentiano con L’uccello dalle piume di cristallo e i successivi due film – la famosa trilogia degli animali. Al regista italiano, contrariamente a quello inglese, interessa l’effetto. Lo shock visivo. E infatti le coreografie degli omicidi in Tenebre sono delle vere e proprie opere d’arta. La morte della giovane Maria, interpretata da Lara Wendel (giovane attrice in ascesa del periodo) è come un balletto: una macabra danza fra lei e il doberman. Impossibile non stare con il fiato sospeso per la sorte della ragazza, inseguita dal cane in una fuga disperata che la porta nella tana di un mostro assai più pericoloso. In tutta la lunga scena c’è la sintesi del cinema di Dario Argento.

Altre cose fanno di Tenebre un film a parte. A partire dalle riprese con il “Louma”, un macchinario da poco creato in Francia e utilizzato per la prima volta in un film Italiano: in pratica, un braccio meccanico estendibile montato su un carrello. Grazie a questa apparecchiatura, viene girato l’omicidio delle due lesbiche (interpretate da Mirella D’angelo e Mirella Banti), con riprese acrobatiche e assolutamente impensabili per l’epoca.
Tra tutte, la scena più violenta e sanguinaria è la morte di Jane (interpretata da Veronica Lario). Quando in seguito l’attrice si è sposata con Silvio Berlusconi, questa scena è stata tagliata in tutti i passaggi televisivi del film e anche nelle prime edizioni in home video, facendola diventare una scena “cult” per molti.
Argento non risparmia allo spettatore anche uno sberleffo finale: il finto rasoio utilizzato dallo scrittore per tagliarsi la gola nel frenetico e sanguinario finale. Come a dire, appunto, che è tutto finto. Si tratta solo di cinema. Un po’ come Mario Bava sul cavallo a dondolo nel finale di I tre volti della paura.

Per chi volesse avvicinarsi al cinema di Dario Argento, Tenebre è un film essenziale. Nella mia personale classifica è al terzo posto dopo Quattro Mosche Di Velluto Grigio e Profondo Rosso.            

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Roberto Ricci è nato ad Ancona, città dove vive e svolge la professione di parrucchiere. Dal 2012, dopo la vittoria al Festival letterario LuccAutori con il racconto thriller “Il Cappotto”, diventa ufficialmente “il parrucchiere del brivido”, termine coniato dalla stampa che associa il suo mestiere principale alla passione per la scrittura noir. “Il Cappotto” diventa anche un cortometraggio di buon successo e Ricci viene notato da vari giovani videomaker. A oggi sono una decina i lavori per lo schermo tratti da suoi racconti. Per uno di questi, “È Solo Un Gioco”, ha ricevuto una candidatura allo Standalone Film Festival &Awards di Los Angeles come miglior sceneggiatore. Il suo ultimo romanzo, pubblicato con la casa editrice Le Mezzelane, è “L’immagine Malvagia”.

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