L’ultimo uomo della Terra

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L’ultimo uomo della terra (1964) è un lungometraggio fantascientifico, tratto dal romanzo Io sono leggenda (1954) di Richard Matheson, di cui è una fedele trasposizione. Diretto da Ubaldo Ragona e con Vincent Price come attore protagonista, il film, girato interamente a Roma, è stato sottovalutato per anni, per poi essere riscoperto come precursore di molti cult di genere fantahorror-post apocalittico.

Lo scienziato Robert Morgan (Vincent Price) è l’ultimo uomo rimasto sulla terra, dopo che una terribile epidemia ha trasformato il resto del genere umano in famelici vampiri, innocui di giorno e letali di notte. Nelle ore diurne Robert setaccia la città, sopprimendo le bestie che incontra e cercando ciò che gli è necessario per sopravvivere: aglio e specchi per scacciare i vampiri, benzina e altre provviste. Nelle ore buie fatica a dormire, afflitto dalla malinconia e assediato da folle di mostri che battono alla sua porta cercando, invano, di entrare. A interrompere la sua solitaria e macabra routine sarà l’incontro con una donna, apparentemente immune al germe come lui, che metterà in dubbio il suo ruolo di giustiziere e la sua concezione del mondo.

Nonostante i pochi mezzi a disposizione, la pellicola riesce a trasmettere con efficacia l’immagine di un mondo desolato, mostrando una città fatiscente, vuota e disseminata di cadaveri.
La parte iniziale della pellicola è totalmente guidata dai pensieri del dottor Morgan: un’unica e profonda voce narrante, accompagnata da cupe e penetranti melodie che completano e compenetrano l’inquietante quadro di solitudine.

Ubaldo Ragona riesce a rappresentare in maniera credibile la sofferenza del protagonista, dedicando alcune sequenze ai suoi crolli emotivi, come la scena in cui Robert riguarda vecchi filmati della famiglia, ridendo e singhiozzando al contempo.
La pellicola mostra con efficacia come una minaccia, apparentemente lontana, possa raggiungere rapidamente la vita di chi meno se lo aspetta, superando confini nazionali e continentali per poi espandersi in tutto il mondo. In un flashback si assiste allo scoppio della catastrofe: nella totale assenza di risposte sulle cause dell’epidemia e su come affrontarla, i personaggi si trovano in conflitto tra razionalità e follia, mettendo in dubbio la legge e diffidando di chiunque pur di mettere in salvo se stessi e i propri cari. Questi dilemmi persistono nella mente di Morgan, che si aggrappa al ricordo della civiltà e segue schematicamente la propria routine: per sopravvivere, ma soprattutto per rimanere umano.
Le orde di vampiri, per quanto innocue agli occhi dello spettatore moderno, anticipano la sensazione di affanno e di oppressione tipica dei film zombie degli anni successivi e contemporanei.

L’ultimo uomo della terra è un gioiello nascosto del cinema italiano degli anni Sessanta, coerente e anticipatore, e tuttora godibile.

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Nata nel 1996 all’Isola D’Elba, Irene Pasotto rimane fortemente legata alla Toscana e ai paesaggi mediterranei, che ama ritrarre dilettantisticamente in foto e dipinti. Laureata in Comunicazione e Società all’Università degli Studi di Milano, vi sta conseguendo anche il titolo magistrale in Corporate Communication. Grazie ai suoi studi pre-universitari e all’esperienza di vita in Germania, che ha caratterizzato gli anni della sua infanzia, parla fluentemente inglese e tedesco. Ha inoltre studiato per cinque anni lingua e letteratura cinese al Liceo linguistico Alessandro Manzoni. Nel tempo libero pratica tennis, yoga e ama immergersi nel mondo delle serie tv, con una predilezione per gli scenari distopici come fonte di evasione dalla quotidianità e di riflessione sulla società spinta ai suoi estremi. Libro preferito: "1984" di George Orwell.

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