La Grande Guerra

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La prima guerra mondiale, con il suo carattere di evento epocale, serbatoio di storie individuali e collettive, emblema di immagini a un tempo potenti e tremende, contiene in sé temi troppo importanti perché il cinema, come le altre forme di cultura, non continui a riflettere periodicamente su di essa. Oltre al grande numero di film di genere e ai rifacimenti diretti di romanzi, non pochi fra i migliori registi hanno rievocato il conflitto in modo originale, ciascuno rappresentandolo secondo le proprie corde interpretative. Basti citare, in rapida sintesi: Charlie Chaplin con Charlot soldato (1918), ove l’elemento comico ancora prevalente si fonde con quello drammatico; Jean Renoir con La grande illusione (1937), dedicato allo scontro fra il mondo morente dell’aristocrazia e quello avanzante delle classi popolari; Stanley Kubrick con Orizzonti di gloria (1957), una spietata riflessione sull’onnipotenza e l’astuzia del potere; Peter Weir con Gli anni spezzati (1981), uno struggente omaggio ai giovanissimi soldati australiani caduti sul fronte del Bosforo.

Anche il cinema italiano ha saputo raccontare, a suo modo, il conflitto. Le opere fondamentali sono state realizzate a partire dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, quando, dopo la caduta del fascismo e il conseguente mutare della situazione socio-culturale del Paese, gli autori hanno potuto svolgere i loro discorsi senza i condizionamenti della retorica patriottica, che da sempre rendeva problematico un approccio sereno ad alcuni temi, primo fra tutti la ritirata di Caporetto.
Il capostipite, e certamente il migliore, fra i film italiani sull’argomento è La grande guerra di Mario Monicelli, realizzato nel 1959, che prende spunto dal racconto Due amici di Guy de Maupassant, ambientato durante il conflitto franco-prussiano del 1870, e si ispira anche ad alcuni passi di Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu. La pellicola narra le tragicomiche avventure di due soldati italiani, il milanese Giovanni Busacca (Vittorio Gassman) e il romano Oreste Jacovacci (Alberto Sordi). Scansafatiche naturali e privi di ogni ragione per essere coraggiosi, i due, dopo aver tentato di imboscarsi nelle retrovie, finiscono al fronte. Nonostante cerchino di evitare i pericoli, saranno infine catturati dal nemico e sapranno morire da eroi misconosciuti, anche se le ultime parole di Jacovacci saranno: “Non voglio morire… sono un vigliacco!”
Ciò che ancor oggi continua a sorprendere, a ogni nuova visione del film, è la scelta espressiva operata dal regista. Monicelli, che pure è convinto dell’insensatezza e dell’inutilità della guerra, rinuncia quasi, tranne che in qualche scena (il passaggio del treno ospedale, l’esecuzione sommaria della spia austriaca, i profughi che lasciano il paese distrutto), a ogni discorso forte, a ogni affermazione decisa contro di essa. Egli lascia piuttosto che siano le immagini, nel loro felice connubio di dramma e di ironia, a dimostrare la sua tesi, e sembra limitarsi a seguire passo passo i due protagonisti, pavidi e infingardi, nelle tappe successive del loro viaggio verso la morte: la trincea, i rapporti con i commilitoni e i superiori, le visite alla prostituta Costantina (Silvana Mangano) o gli ultimi istanti di vita davanti all’altezzoso capitano austriaco.
All’uscita del film, questa levità di tocco, cui corrispondeva, sul piano del racconto, l’adozione del punto di vista del soldato qualunque, trascinato al combattimento senza alcuna vocazione, fu scambiata da qualche critico per disimpegno o per oltraggio ai caduti. In realtà essa derivava al regista, in ciò coadiuvato da un gruppo di sceneggiatori di primissimo ordine, dall’impiego dei moduli espressivi tipici di quella maniera di far cinema che si sarebbe poi chiamata “Commedia all’italiana”, di cui Monicelli stesso fu uno dei fondatori e dei maestri riconosciuti.
Attenta alla lezione dei grandi neorealisti degli anni Quaranta e Cinquanta, la “Commedia all’italiana” affianca alla tradizionale aderenza alla realtà dei precursori una scrittura più lieve e disincantata, a tratti divertita. Nei suoi migliori esempi, essa non manca mai di riflettere, a volte con sarcasmo e a volte con amarezza, sulla società nazionale, mettendone in luce i difetti, le storture e gli orrori. Fedele a questi canoni, ne La grande guerra Monicelli usa sapientemente l’umorismo, l’ironia e, a volte, la più franca ed esilarante comicità, e riesce nell’impresa di rendere in modo fluido, avvincente e veritiero un evento storico sostanzialmente tragico e doloroso.
Forte di una perfetta ricostruzione storica e di una splendida fotografia in bianco e nero, La grande guerra (Leone d’oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 1959) è, nonostante la presenza di due grandi divi, un film collettivo, pieno di figurine grandi e piccole, alcune rese con profonda partecipazione (come il tenente Gallina, interpretato da Romolo Valli) e altre appena accennate. In realtà questo bozzettismo, che è una caratteristica fondamentale della “Commedia all’italiana”, risulta, a una visione distanziata, uno dei punti deboli del film, che in qualche momento si desidererebbe meno divertente, e più secco, più concentrato sul tema.
Quanto alle due star, una menzione d’onore va tributata ad Alberto Sordi che, accanto a un Vittorio Gassman troppo meccanico e caricaturale nello strabordante soldato Busacca, rende il commilitone Jacovacci con una prova di valore assoluto. Soprattutto verso la fine del film, quando la tragedia dei due amici sta per consumarsi, Sordi (Nastro d’argento 1960 al migliore attore protagonista) abbandona i consueti barocchismi romaneschi, abbassa i toni, smorza i colori e, rubando la scena al collega, rende con perfetta aderenza la paura attonita e viscerale del suo personaggio. Solo in un altro film, quasi vent’anni dopo, Sordi riuscirà di nuovo a raggiungere questi livelli interpretativi: sarà ne Un borghese piccolo piccolo del 1977, ancora una volta diretto da Mario Monicelli.
Se altre non ne bastassero, questa è una prova ulteriore della grandezza del regista toscano.

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