La Banda

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La banda musicale della polizia di Alessandria d’Egitto arriva all’aeroporto di Tel Aviv, in Israele, indossando le proprie uniformi azzurre. Otto musicisti di cui solo alcuni masticano l’inglese. Sono stati invitati dal Centro Culturale Arabo di Petah Tikva, dove dovranno suonare la sera successiva. Si aspettano che qualcuno li attenda per portarli a destinazione, ma invece non trovano nessuno. Allora il colonnello Tewfik, direttore della banda, decide di raggiungere la località in pullman, e manda il giovane e bello Haled, trombettista e violinista, a comperare i biglietti. Haled parla un inglese stentato, ed è più interessato alla giovane bigliettaia che al compito che gli è stato affidato. Così, dopo aver preso il pullman, gli otto vengono lasciati in un luogo sperduto in mezzo al deserto. In fondo si vedono delle case, che dall’aspetto ricordano un nostro quartiere popolare. Sconcertati, si avviano per chiedere informazioni, e trovano il ristorante della bella Dinah. Qui scoprono che, per un difetto di pronuncia, non hanno raggiunto Petah Tikva, ma Bet Hatikva. E che non ci saranno altri pullman fino al mattino seguente. Costretti loro malgrado a fermarsi nella cittadina, vivranno un’esperienza indimenticabile, che forse non cambierà le loro vite, ma che è in grado di fissarsi nei pensieri e nelle emozioni degli spettatori.

Quando Tewfik, prima di aver risolto l’equivoco della loro destinazione, chiede a Dinah dove si trovi il Centro Culturale arabo, si sente rispondere: «Qui non ci sono centri culturali. Non c’è nessuna cultura, né araba né israeliana. Qui non c’è cultura». Da questo punto l’intreccio pone l’attenzione sui rapporti umani tra persone di culture diverse che, lontane da tutto, invece di combattersi provano a conoscersi, a comprendersi, superando i limiti delle rispettive origini. Ci sono israeliani che vivono in luoghi squallidi e che confinano soltanto con il deserto ed egiziani sperduti che sono costretti a cercare ospitalità. Gente comune, che viene presentata, al di là degli stereotipi politici e religiosi, nella propria quotidianità, nella melanconia delle proprie esistenze, nella nostalgia di un tempo diverso quando, per esempio, in Israele si potevano ancora vedere i film egiziani con Omar Sharif, e Dinah, ancora bambina, correva a casa con la mamma per poterli guardare. Ed è la musica che unisce, che azzera le distanze culturali e geografiche, è la musica il collante universale che comunica al di là delle parole. Più di quanto possa fare l’inglese, unica lingua che hanno in comune, una lingua però che non appartiene né agli uni né agli altri.

Il regista israeliano Eran Kolirin, al suo esordio nel lungometraggio, realizza una notevole opera prima con uno stile minimalista che sa entrare nelle emozioni e nelle esistenze dei personaggi senza bisogno dell’intimismo, ma con partecipazione. Lo fa con uno stile che sa soffermarsi sul dramma, sulla comicità delle situazioni e sui sentimenti con tocco leggero, delicato, direi quasi dolce. Noi spettatori entriamo nella storia senza accorgercene, coinvolti nelle vicende dei protagonisti come se fossero quelle dei nostri vicini di casa.

Una commedia brillante e amara al tempo stesso, che sa strappare risate e far riflettere parlando, semplicemente, dell’essere umano. E ci riesce senza inutili fronzoli e senza sfiorare mai il folklorismo, mostrandoci, per esempio, il senso di frustrazione del clarinettista Itzik che ha composto un’ouverture incompiuta e, tutte le volte che la esegue, si blocca nella mestizia di non averla mai portata a termine, di non sapere come andrà finire; o Haled che insegna ad un ragazzo israeliano come conquistare una donna; o la solitudine di un giovane israeliano che di notte aspetta la telefonata della fidanzata davanti ad una cabina telefonica e quella di un orchestrale che, contemporaneamente, aspetta lì davanti che l’ambasciata lo richiami per dargli istruzioni; oppure Dinah che, per trasmettere a Tewfik il desiderio di dirgli “tante cose”, lo fa scegliendo una canzone israeliana; o, ancora, gli orchestrali che, a cena in una tavolata ostile, trovano il modo di comunicare intonando “Summertime” con il padrone di casa.

Il film è come l’opera incompiuta di Itzik: “un concerto che finisce di colpo, né triste, né allegro”. Un’opera corale che racconta della possibilità di un dialogo tra egiziani e israeliani basandosi su una storia vera e rimossa, senza mai cedere, neppure per un attimo, alla retorica ed evitando tutti i luoghi comuni. Come afferma il regista nelle note di regia, “abbiamo dimenticato il legame tra gli esseri umani e la magia della conversazione, perché la nostra unica preoccupazione era quanto grande fosse la fetta della torta su cui potevamo mettere le mani”.

Peccato che questo piccolo lungometraggio, passato a Cannes nella sezione “Un certain regard” e vincitore di numerosi premi, sia stato vietato nei paesi arabi.

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha tenuto corsi di scrittura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. L’ultimo suo lavoro è il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019).

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