Il mestiere delle armi

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Il grande condottiero è morto. Distrutto in seguito ad un colpo di cannone che gli ha spappolato la gamba, la cui cancrena lo ha poi devastato. Lascia una scia di cordoglio in chi lo aveva amato, e di rispetto ossequioso in chi lo aveva contrastato. E, infine, di attonito silenzio in chi, con la propria ignavia ne ha accelerato la fine, dando così dato il via ad una nuova era. Quella in cui, per vincere una battaglia, non servirà più essere coraggiosi davanti al nemico, ma basterà avere dalla propria parte il fuoco assassino delle nuove armi, macchine da guerra sempre più potenti e distruttive.

E’ così che inizia Il mestiere delle armi, il film con cui Ermanno Olmi narra gli ultimi giorni di vita di Giovanni dalle Bande Nere, morto nel 1526 a soli 26 anni, dopo uno scontro a fuoco con una pattuglia di Lanzichenecchi cui sbarrava la strada verso Roma. Nella pellicola si ripercorre la settimana che precede la sua morte, spesa tra inseguimenti notturni, appostamenti sulle rive del fiume gelido, ricordi di un passato lasciato dietro alle spalle e una solitudine resa ancora più tetra dalla tattica dilatoria del comandante bavarese. La morte di Giovanni de’ Medici, giovane aristocratico che ha scelto di vivere in battaglia anziché fra i divertimenti delle corti, è per Olmi un pretesto per parlare dei temi a lui cari, ovvero il tramonto della tradizione, la solitudine dell’eroe, l’impossibilità della felicità terrena, frammischiandoli in un gioco di luci ed ombre.

Così il giovane Giovanni non è un eroe senza macchia e senza paura, ma un uomo smarrito di fronte a un nemico più metaforico che reale. Così l’inetto duca di Mantova, prigioniero dei doveri di regnante, si smarrisce di fronte a quel corpo malato che lo implora di essergli amico e lo fissa in silenzio, incapace di comprendere il mistero della morte. Così, infine, l’anziano comandante tedesco, che di nascosto compra dagli Estensi i nuovi cannoni, appare egli stesso vittima del destino e, stanco e malato, non gli sarà concessa la gioia di partecipare al sacco di Roma.
Con la consueta purezza di sguardo, e il rigore che gli è proprio da sempre, Olmi costruisce un affresco sull’ineluttabilità del fato che si erge come uno dei più fulgidi prodotti della nostra cinematografia di questi ultimi anni, partecipando da par suo alla rinascita del cinema italiano, che ha così ritrovato, dopo anni, un maestro dello sguardo.

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