Il lato positivo

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A volte la vita concede una seconda possibilità. È quello che accade a Pat (Bradley Cooper), ragazzone fragile e senza filtri che si trascina dietro lo spettro della malattia. A farlo piombare nel baratro dell’instabilità mentale è una bipolarità taciuta per lungo tempo e, poi, esplosa violentemente nel momento in cui scopre la moglie insieme all’amante, che finisce con il ridurre in fin di vita. Otto mesi rinchiuso in un istituto d’igiene mentale gli lasciano una cicatrice profonda e il ritorno a casa è tutt’altro che semplice. Ad attenderlo ritrova una famiglia e un ambiente che a fatica potremmo definire sani. Attorno a lui gravita una serie di personaggi più o meno pazzi, accomunati da un’anormalità che sembra collegare (emblematicamente) tutti coloro che si muovono sul palcoscenico del film. E si va da Pat Sr. (un Robert de Niro sincero e commovente che riconquista una candidatura all’Oscar dopo l’ultima ottenuta per l’interpretazione in “Cape Fear” del 1992), fanatico compulsivo degli Eagle e bandito dagli stadi per risse, alla madre, l’unica che sembra serbargli una fiducia rassegnata e senza riserve. Pat fa di tutto per riprendere la propria vita e lasciarsi alle spalle la pazzia che rischiava di distruggerla grazie ad una filosofia di rinascita che lo accompagna per tutto il film (Sai cosa farò? Prenderò tutta questa negatività e la userò come carburante per trovare il lato positivo! È questo che farò! Non è una stronzata… Ci vuole impegno!). Guidato dal motto “Excelsior”, lo vediamo allenarsi, correre per le strade con un sacco della spazzatura sopra la felpa e leggere i libri dati agli alunni da Vicky, la moglie invocata (ma lontana) che diventerà la luce, la sanità che Pat intravede alla fine del tunnel. Ma la vita, in fin dei conti, è strana proprio perché sconvolge tutti i nostri piani. A rovesciare e, finalmente, a dare una direzione agli sforzi di Pat, arriva Tiffany (interpretata da Jennifer Lawrence). Conosciuta quasi per caso, la prematura e disillusa vedova, con il suo dolore e una follia non meno profonda, si rivelerà l’occasione che Pat stava rincorrendo e che forse potrà sistemare, in qualche modo, le cose.

Quello che David O. Russel ne ricava è qualcosa di più complesso della classica commedia hollywoodiana. L’intreccio si sviluppa attorno a vicende stralunate e paradossali che vengono coerentemente orchestrate da una sceneggiatura di spessore, capace di monopolizzare l’attenzione dello spettatore con dialoghi taglienti e vibranti. Questa tendenza narrativa è simboleggiata dalla scena del primo appuntamento tra Pat e Tiffany durante la notte di Halloween in cui i due, per mettere in chiaro la loro distanza sentimentale, si fanno servire dalla cameriera the, latte e cereali e intessono una comunicazione immediata e priva di tabù, ammalata ma anche spontaneamente autentica nell’atmosfera di falsità provinciale del dinner (non a caso popolato da maschere). Altra caratteristica della pellicola, infatti, è la continua messa in discussione del concetto di sanità che permea le sequenze attraverso la sistematica contaminazione della normalità piccolo borghese dei sobborghi di Filadelfia con un’incontrollabile proliferare di situazioni e personaggi afflitti da lacerazioni interne. Certamente il risultato è un film d’attori che prende vigore dalle interpretazioni importanti dei protagonisti, con Bradley Cooper finalmente dismesso dal ruolo di bello e impossibile tipico dei suoi blockbuster e una Lawrence straordinaria nel rendere il chiaroscuro di un personaggio sfaccettato (e giustamente premiata con l’Oscar come migliore attrice protagonista). Tuttavia la pellicola affida il proprio linguaggio anche ad una regia attenta ed efficace. L’impronta realistica delle riprese mette in evidenza tensioni e sentimenti che dettano il respiro delle scene, grazie a inquadrature che privilegiano il primissimo piano e che mettono lo spettatore faccia a faccia con le emozioni. La comunicazione è serrata e senza censure, il tratto dei personaggi nervoso, gli sfoghi d’ira e la tensione permeano le vicende: le relazioni e gli sviluppi di una trama che vibra con il succedersi degli eventi. Incentrato su un tema drammatico, il film sviscera con accuratezza le ambiguità, non tanto cliniche quanto esistenziali, del flebile confine tra sanità (presunta) e malattia. Quanto mai lontano dai cliché da commedia impacchettata, quello che prende vita sotto i nostri occhi è un film che ci fa vedere e pensare, che ci fa ridere e commuovere per i suoi personaggi poliedrici e imperfetti, capaci di sbagliare il passo finale di una gara di ballo e di fraintendersi quando tutto sembra risolto. Ma, soprattutto, un messaggio di inestinguibile fiducia nel valore delle relazioni e degli affetti. Un appello a quegli orli argentei delle nuvole (dal titolo originale del libro) che si rivelano più forti della disperazione, se capaci di andare aldilà delle debolezze di ciascuno. Perché, a ben guardare, un lato positivo lo si trova sempre.

leggi la recensione di Sorgo Rosso

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Marco Pinnavaia
Marco Pinnavaia è nato a Milano nel 1993 e vive a Cusano Milanino, una piccola città giardino che allevia lo stress della vita cittadina. All'università studia Scienze Internazionali per diventare ambasciatore. Dalla fine del liceo ha incominciato a scrivere articoli sia per testate locali ("Sprint&Sport", "Nuovasesto") che per siti online ("La Città di Cinisello", "Vogue.it"). Grazie a Hemingway, Hesse e Garcia Marquez è rinata in lui la passione per le storie meravigliose e antiche che da bambino ascoltava dagli adulti nelle sere d'estate. Così, forse un po' in ritardo, ha provato a prendere in mano la penna per raccontare i sogni e i colori della sua immaginazione. Ama viaggiare con lo zaino in spalla e tutto ciò che riesce a stupirlo. Sogna una barchetta a remi per andare a pescare e tanto tempo per scrivere.