Frenesia del delitto

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Due studenti universitari, influenzati da un’interpretazione deviata dei testi nietzchiani, uccidono un compagno di scuola per dimostrare la loro superiorità, convinti che si possa commettere il delitto perfetto.
Tratto dal testo teatrale di Meyer Levin, a sua volta ispirato ad un caso reale, quello del celebre delitto di Nathan Leopold e Richard Loeb (che già era stato alla base della strepitosa pellicola di Alfred Hitchcock “Nodo alla gola” e che è stato riciclato da Barbet Schroeder in “Formula per un delitto”), questo film di Richard Fleischer prova ad indagare nella mente dei due criminali, ed a trovare delle ragioni al di là dell’irragionevolezza delle loro azioni.
L’impostazione differisce sostanzialmente da quella del film di Hitchcock: basato su un unico, lunghissimo piano-sequenza, si svolgeva interamente in un appartamento, in tempo reale e privilegiava l’indagine e la simpatia dell’investigatore (interpretato da James Stewart). Fleischer, come in altre sue pellicole, preferisce avvicinarsi alle menti dei suoi protagonisti, mostrarci tutta l’umanità della loro disumanità, turbandoci con la comprensione di due menti contorte e deviate in deliri di megalomania.

Tutt’altro che spettacolare nell’impostazione, questa pellicola tesa e fredda ci mostra l’agire e l’interagire dei due protagonisti, dei quali uno trascina l’altro nel compimento dell’impresa delittuosa. E, come in altre occasioni (“Lo strangolatore di Boston” e “L’assassino di Rillington Place n°10”), per Fleischer sembra molto più importante l’analisi comportamentale dei criminali, il dramma psicologico, rispetto all’investigazione poliziesca. Nell’arringa finale del loro difensore (interpretato da uno straordinario Orson Welles, nella parte dell’avvocato Clarence Darrow: un monologo che da solo già vale la visione), addirittura, si arriva ad una pretesa d’innocenza tanto più inquietante quanto ragionevole: ragionevole nell’interpretazione che ne dà il personaggio interpretato da Welles, in un estremo appello alla ragione.
Non certo la migliore pellicola di Fleischer, e complessivamente inferiore a “Nodo alla gola”, ma comunque un film che vale la pena di vedere: soprattutto perché ci fa riflettere.

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha tenuto corsi di scrittura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. L’ultimo suo lavoro è il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019).

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