“Buongiorno, notte”

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Il percorso umano di una giovane brigatista, carceriera di Aldo Moro, tra l’agguato di via Fani e la sua uccisione. Un film lucido, anti-retorico e coinvolgente.

Aldo Moro, dopo il rapimento, venne rinchiuso per circa due mesi in una piccola cella ricavata all’interno di una grande appartamento di Roma, guardato a vista da un gruppo di carcerieri i cui nomi (Gallinari, Moretti, Maccari) sono ormai tristemente passati alla Storia. Il film ripercorre gli avvenimenti succedutisi nell’arco della prigionia dello statista, assumendo il punto di vista di Chiara, una brigatista alla sua prima esperienza che vive nell’appartamento e, non avendo incarichi “politici”, è l’unica del gruppo ad avere una vita “normale”, come impiegata in un Ministero.

Insieme alla televisione, perennemente accesa, è lei l’unico contatto che gli irriducibili terroristi hanno con il mondo esterno, ed è lei l’unica che si pone seriamente domande sull’importanza di ciò che stanno facendo e sulla correttezza delle loro decisioni. I suoi giorni trascorrono nelle ritualità dell’ufficio in cui un giovane collega le fa discretamente la corte, dichiarandosi fra l’altro scrittore di sceneggiature – come per un tragico presagio una di queste, che ha il medesimo titolo della pellicola ed un andamento molto simile, verrà ritrovata dai brigatisti nella borsa di Moro, evidentemente inviatagli in lettura dal ragazzo stesso o da suoi conoscenti.

Le notti di Chiara sono popolate di sogni in cui ripercorre i trionfi del realismo sovietico e gli eccidi dei partigiani da parte dei nazisti. Ma più il tempo passa, più i sogni si focalizzano sulla figura di Moro, spesso spiato nella sua cella mentre scrive e si dispera, finché arrivano a rappresentare una sua impossibile libertà, proprio quando invece è giunta l’ora fatale del suo assassinio.

Il film di Bellocchio parte da un punto di vista storico (il riferimento, citato nei titoli di coda, è il libro “Il prigioniero”, con cui la brigatista Braghetti ripercorre i giorni della prigionia), ma volutamente tralascia ogni indagine politica e sociale sul periodo, preferendo soffermarsi sui valori umani che fuoriescono dalla rappresentazione degli avvenimenti. Il punto di vista è quindi “familiare”, nel senso che all’interno dell’appartamento si svolgono le più trite e banali quotidianità (i pasti, le notti sul divano a guardare la tv, le letture dei libri) proprio mentre, a pochi metri di distanza, il carcerato vive i suoi ultimi giorni.

Potrebbero sembrare indiscutibili le proiezioni psicanalitiche che la figura di Moro riveste nella vicenda: il suo ruolo di “padre” sembra evidente sia nella sua figura ieratica e nei suoi calmi ragionamenti, sia nelle discussioni che ha con Moretti e poi, in maniera mediata, con la stessa Chiara; in questo senso, la sua uccisione potrebbe essere vista come l’affrancarsi dagli orpelli e dai pesi del proprio passato, oltre che dalla società borghese in cui comunque i personaggi del film sono inseriti, e rappresenterebbe una sorta di “chiusura del cerchio” dopo la figura della madre ne “L’ora di religione”.

Nonostante questo, ci sembra che il regista si sia ormai affrancato dagli ingarbugli psicanalitici che ne avevano condizionato negativamente l’opera verso la fine degli anni ’80, e che riaffiorano momentaneamente solo nei sogni di Chiara, dove Moro, alla stregua di una figura paterna, circola liberamente nell’appartamento durante la notte. Preferiamo sottolineare il percorso umano della giovane protagonista (interpretata con splendida intensità da Maya Sansa), che la porta a rivendicare il suo ruolo di “soldato della rivoluzione” per poi porsi i dubbi derivanti da un assassinio a freddo che non le appare più così necessario.

Peraltro la Storia, scaraventata fuori dalla porta, rientra prepotente (e come potrebbe essere altrimenti?) dalla finestra: Bellocchio ha uno sguardo niente affatto indulgente verso i carcerieri (i cui slogan vengono demoliti dallo stesso statista democristiano con una semplicità disarmante) e verso l’intera classe politica dell’epoca, cui Moro lancia pesantissimi strali nell’ultimo colloquio con Moretti in cui cerca con ogni mezzo di salvarsi la vita, ed i cui volti sono mostrati, impietriti, in un filmato di repertorio durante i funerali dell’uomo politico che chiude, drammaticamente, il film. Importante anche il parallelismo fra le lettere di Moro e le missive dei condannati a morte della Resistenza, che ne hanno lo stesso dolente andamento –un andamento che fa sobbalzare non solo Chiara, quando se ne accorge, ma anche noialtri spettatori.

Non tutto è riuscito in questa pellicola che farà discutere anche da un punto di vista politico (nonostante un importante e positivo imprimatur sia giunto dal figlio di Moro, che in una lettera ha sottolineato l’umanità della rappresentazione e, una volta di più, rimarcato le contraddizioni della classe politica nella mancata liberazione del padre): la figura del giovane collega di Chiara ha i contorni eccessivamente sfumati, e l’inserimento della sceneggiatura da lui scritta sembra vagamente pretestuoso; qua e là affiorano ricostruzioni d’epoca lacunose, e l’insistita colonna sonora dei Pink Floyd, ancorché drammaticamente precisa, sembra a volte inserita a forza; i caratteri dei brigatisti stessi sono lasciati in disparte, e talora stereotipati.

D’altronde bisogna ricordare che si tratta di un film “su commissione”, richiesto a Bellocchio da Rai Cinema. Nonostante ciò il regista opera una ricostruzione seria e rigorosa, che per fatalità si inserisce in un rinnovato filone di “impegno” del nostro cinema che sembra incontrare i favori di produttori, distributori e pubblico, e merita indubbiamente un riconoscimento per la complicata e riuscita obliquità dell’operazione.