Amarcord di Federico Fellini

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Primavera, estate, autunno, inverno e poi ancora primavera si rincorrono a scandire la vita della Rimini degli anni Trenta, in pieno regime fascista, raccontata dal punto di vista di Titta e della sua famiglia.
Amarcord, univerbazione del romagnolo a m’arcord, “io mi ricordo”, diviene uno dei più noti neologismi felliniani, con il significato di “rievocazione nostalgica del passato”, quanto mai eloquente nel suo contenere in sé, anche etimologicamente, i termini amore, amaro, ricordo e cuore. Memoria personale del regista, che, a 53 anni, dipinge sul grande schermo la sua città natale, amplificata nella reminiscenza delle emozioni adolescenziali, celandosi dietro lo sguardo del suo amico d’infanzia e gioventù, Luigi “Titta” Benzi. Il racconto, però, per quanto visione personalissima, è di facile immedesimazione e può, a ragione, elevarsi a ritratto della provincia italiana tutta, di quell’Italia ai lati che proprio in quegli stessi anni (il film è uscito nelle sale italiane il 13 dicembre 1973) il conterraneo Luigi Ghirri fermava mirabilmente nei suoi scatti.

Più di tutto colpisce la poesia delle cose semplici, del ciclico alternarsi delle stagioni, sia astronomiche che della vita, delle tradizioni popolari, come la “fogheraccia” e la “vecia” bruciata, celebrazione del folclore romagnolo che si tiene tutti gli anni la sera del 18 marzo, e che segna la fine dell’inverno. Ogni stagione è poetica nel suo manifestarsi: le “manine”, ovvero i pollini lanuginosi, che segnano la primavera; l’estate con il sole cocente che brucia l’erba, il pranzo all’aria aperta, il carretto con i gelati e l’anguria, il lungomare e la spiaggia affollata; la nebbia tipica dell’autunno e la neve invernale.

Un’attenzione particolare merita la nebbia che, celando allo sguardo, fa emergere o intensifica le paure, come quelle del nonno di essersi perso, della solitudine e dell’abbandono, o quella del fratello minore di Titta, che nei rami tra l’albugine scorge figure spaventose; o ancora, al contrario, lascia libera la mente dei giovani di fantasticare e abbandonarsi a un ballo intimo con i propri desideri.
Allo stesso modo, nel suo essere inaccessibile, il Grand Hotel, che il giovane Titta e i suoi compagni spiano attraverso il suo portone, è l’incarnazione per tutta la città dei sogni proibiti e repressi, cui tutti guardano con un misto di attrazione e soggezione. In questo ambiente impressionista, cioè costruito a partire dalla dominante psicologica, si innestano alcune leggende paesane, come quella che dà origine al nome Gradisca, con il quale è conosciuta la procace parrucchiera, oggetto dei sogni dei ragazzi del borgo.

Tutta la Rimini di Amarcord è, volontariamente, una ricostruzione più emotiva che fedele della realtà, sposando il concetto di rappresentazione degli stati d’animo. Su questa, già di per sé sorprendente, scenografia emerge poi un vasto campionario di personaggi tipicamente felliniani. A partire da un rapido schizzo su carta, il regista ne descriveva icasticamente i tratti essenziali dell’indole e del carattere, che trovavano poi una loro manifestazione somatica nell’efficace trucco di Rino Carbone e nei costumi di Danilo Donati: esemplare la figura di Volpina, che traduce i suoi istinti animaleschi nei tratti e nelle movenze feline.

I personaggi, nelle loro pittoresche sfumature, portano in scena un’autentica umanità, che molto spesso strappa un sorriso nella rappresentazione delle dinamiche familiari e, più in generale, del vivere quotidiano: dai litigi tra marito e moglie e tra genitori e figli, alla madre che, ricoverata, come prima preoccupazione si assicura che la famiglia abbia mangiato o al nonno che, a fine pasto, esclama: “Ahh, e anche oggi abbiamo pranzato”. Degno di nota anche l’episodio dello zio Teo che, prelevato dall’ospedale psichiatrico, in un raro giorno di libertà sale sull’albero e fa il suo sciopero all’urlo di “Voglio una donna!”. E poi il medico, che una volta convinto Teo a scendere dice: “Che ce volete fa’; certi giorni è normale e certi no, come tutti noi del resto”. L’obiettivo, però, non è puntato esclusivamente sulla famiglia Biondi, ma s’intrufola anche a scuola, in chiesa, nelle parate fasciste e tra il fanatismo popolare, cui si contrappone lo spirito anarchico del padre di Titta, che per questo verrà punito dalle camicie nere, a sorsi di olio di ricino e umiliazione.
In questo contesto Fellini riesce a dare una visione democratica del regime, nel senso di comprensibile da tutti, proprio perché calata nella dimensione quotidiana e nel pensiero degli umili. Il regista propone dunque un parallelo tra l’adolescenza e il fascismo, entrambi vittime di un’immaturità di pensiero che sta dentro ciascuno di noi, e a noi spetta combattere.

Ai grandi eventi, di cui la città è protagonista, come la visita del gerarca fascista, il passaggio del transatlantico Rex e la VII Mille Miglia, nell’entusiasmo e nella commozione generali si mischiano i sogni dei giovani: Ciccio immagina di sposare la sua amata Aldina, Gradisca esprime il desiderio di incontrare l’amore della sua vita, di mettere su famiglia e andarsene dal paese e Titta fantastica sulla conquista delle attenzioni di quest’ultima, vincendo la Mille Miglia.
Nel ricordo della sua Rimini, Fellini dà libera voce al proprio mondo immaginativo, fatto inevitabilmente di memorie deformate dal tempo e arricchitesi anche di fatti storicamente mai accaduti che però, come dice lo stesso autore, non sono meno veritieri nella sua mente, in quanto indistinguibili rispetto agli altri.

Amarcord, capolavoro indiscusso del grande maestro riminese, merita sempre di essere riscoperto, alla luce delle proprie nuove consapevolezze, in costante evoluzione, e, ancor di più, scoperto da quanti ancora non lo conoscono.

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