36, Quai des Orfèvres

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Parigi. Da alcuni mesi una banda di malviventi opera in totale impunità commettendo crimini di efferata violenza. Il direttore della polizia giudiziaria ha detto a chiare lettere ai suoi due più diretti collaboratori che chi riuscirà a sgominare la banda prenderà il suo posto. I due, un tempo grandi amici, sono ormai lontani su tutto, separati per sempre dalla vita, dal lavoro, dai loro uomini e dall’amore per la stessa donna. Ormai tra i due grandi poliziotti è guerra aperta. Senza esclusione di colpi.
Sembra la trama di un film d’azione, o di un classico poliziesco alla “Affari sporchi”, ma non ci troviamo, in realtà, di fronte ad una pellicola di genere. Del “polar” solca la tradizione, ma questa pellicola dell’ex-poliziotto Olivier Marchal travalica i limiti apparenti imposti dal cinema di genere e ci propone una storia dove in primo piano ci sono sempre gli esseri umani, con i loro difetti, con le loro passioni, con la loro umanità.La storia è semiautobiografica, ed è dedicata dal regista al capitano Dominique Loiseau, morto in un conflitto a fuoco nel 1989, e della cui squadra Marchal faceva parte. Una testimonianza in diretta, quasi una versione dei fatti, nella quale i volti scavati di Auteuil e Depardieu ci narrano tutta l’umanità anche delle scelte sbagliate, ce la fanno vivere, ce la fanno sentire. E anche Dussollier ci mette del suo, impassibile e di circostanza fino alla fine, anche di fronte ai drammi e ai sentimenti. Valeria Golino, pur non essendo un personaggio centrale, sostiene molto bene la sua parte come motore della vicenda.
La storia è condotta con sensibilità e senza compiacimento, le battute scarne ed efficaci; le situazioni drammatiche non scadono mai nel mélo o nel ricatto emotivo, anche se in alcune sequenze le emozioni si fanno strada, andando a toccare sentimenti elementari ma inalienabili.
I personaggi rappresentati, come dicevo, sono umani, fin troppo umani, e l’autore non evita di scavare dentro alla loro umanità mostrandone tutta l’ambiguità, tutti i limiti.
Depardieu è grandioso nella parte del poliziotto senza scrupoli disposto a tutto, ma veramente a tutto, pur di raggiungere una posizione di potere. Insolitamente baffuto nella prima parte del film, sembra un cowboy uscito stanco da mille duelli, e riesce perfettamente a ritrarre il poliziotto sconfitto nelle proprie aspettative che tenta l’ultima carta per raggiungere almeno nell’apparenza quella grandezza che non ha mai avuto. E, nella seconda parte, sbarbato e ripulito, è magnifico nella parte del politico corrotto e senza scrupoli. Ma riesce a farci sentire anche la sofferenza del suo personaggio, dilaniato tra rigurgiti di sentimento e ambizione senza freni.
Dussollier ne è il perfetto contraltare, e ci fornisce una chiave di lettura della realtà attraverso la politica, con poche, chiare e piccanti battute. Paternalistico e indifferente come chiunque abbia imparato a coltivarsi il pelo sullo stomaco per andare avanti. Con buona salute della digestione.
Il personaggio di Auteuil, invece, di peli non ne ha neanche sulla lingua, e sarà questo a metterlo nei guai. Con la sua faccia da pugile suonato e l’aspetto dimesso, ancora più crepuscolare che ne “Il figlio perduto”, è un uomo spezzato che combatte ancora i mulini a vento, e rischia di esserne spazzato via. Al punto che, quando potrebbe essere libero, sceglie di perdere per la seconda volta tutto ciò che già gli era stato sottratto.
I comprimari sono tutti perfettamente in parte, e forniscono ottime prove di recitazione.
La regia è curata e perfettamente funzionale, al punto da pensare che possa suscitare l’invidia di molti registi americani. La violenza è asciutta, mai gratuita, e il ritmo incalzante pur senza premere sull’acceleratore come avrebbero fatto negli USA. Le immagini immergono perfettamente nella vicenda, facendoci dimenticare per quasi due ore dove siamo.
Ma la vera forza di questo film è la sceneggiatura, con una struttura perfetta, con personaggi delineati perfettamente senza bisogno di descrivere, ma solo mostrandoceli attraverso le loro azioni e i loro dialoghi: asciutta, essenziale, priva di sbavature. I dialoghi, poi, presentano una forza e una credibilità davvero rare nel cinema d’oggi.
La prevedibilità del finale è perdonata dal tessuto della vicenda, e non è comunque fuori luogo.
Non un film di genere, ma un autentico capolavoro. Da vedere assolutamente.

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, Abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Collabora con il notiziario "InPrimis" tenendo la rubrica "Pagine in un minuto" e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli "Sdiario". Ha pubblicato il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019) e ha curato l’antologia di racconti "Oltre il confine. Storie di migrazione" (Prospero, 2019).

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