Capitan Harlock 3D

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In un futuro lontano l’umanità ha abbandonato la Terra dopo averla distrutta e vive in colonie nello spazio. Un pirata di nome Capitan Harlock ha un piano per spazzar via quel poco di umanità che è rimasta nell’universo…

Il mangaka di Fukuoka Matsumoto Akira in arte “Leiji” nel ’77 aveva occupato il posto di Go Nagai alla “Toei Animation” che se n’era andato dagli uffici sbattendo la porta dopo dissapori per i diritti su “Gaiking”. Matsumoto, dopo aver realizzato per Toei sia “Danguard Ace” che il grande successo “Yamato” (conosciuta da noi come l’astronave Argo di “Starblazers”, improprio collage americano delle prime due serie e vista sulla TV Svizzera Italiana nel contenitore di animazione “Scacciapensieri” nel novembre del ‘80) propose nel ’78 il personaggio di un suo fumetto destinato ad entrare nella storia: “il Pirata dello Spazio Capitan Harlock”. La regia della serie animata era del maestro RinTaro, già autore per lo studio “Mushi Production” di Osamu Tezuka di episodi di “Astroboy” e “Kimba il leone bianco” e che affiancherà Matsumoto anche in altre sue opere come il film di “Galaxy Express” sempre della Toei del ’79.

Trasmesso nel ‘78 in Giappone, è uscito l’anno dopo da noi in Italia su Rai 2 in edizione serale. Inserito dentro un programma circense condotto da Rita Pavone, a dimostrazione che la Rai ancora non sapeva bene come collocare nel palinsesto pubblico questa ’“animazione giapponese fatta al computer” (del 1979!), Harlock è rimasto nel cuore sia per la splendida sigla italiana di Vince Tempera e Alberto Tadini (già autori da disco d’oro per Goldrake) che per i poetici disegni carichi di emozioni e avventura.
Le storie di una nave pirata delle stelle, battezzata Arcadia, comandata da un pirata del futuro di nome Harlock: un uomo che sogna un’umanità libera dalla tirannia aliena e dallo sciagurato governo terrestre che cerca di fare trattati di pace, in realtà di sottomissione, con l’invasore. Le perfide e bellissime aliene “vegetali” Mazoniane, guidate dalla loro crudele regina Raflesia: aliene apparentemente fragili ma spietate, che se uccise bruciano come carta in uno straziante urlo di dolore. Capitan Harlock rappresenta, per chiunque l’ha vissuto in TV, il sogno di una vita tra le stelle in nome di un ideale comune e sotto una bandiera col teschio che, come dice la splendida canzone, “vuol dire libertà” (e non fascismo come qualche demente censore italico ha sostenuto).
Nel corso degli anni Capitan Harlock ha vissuto vari fortunati adattamenti, tra cui l’ottimo film, prequel delle sue avventure, “Arcadia della Mia Giovinezza” del 1982, diretto da Tomoharu Katsumata regista per la Toei di classici come “Goldrake”, “Mazinga Z” e “Gaiking” da cui è stata poi tratta la serie televisiva SSX, all’immaginifica versione di RinTaro “Endless Odyssey” del 2003 che ha reinterpretato Harlock in 13 OAV con disegni di eccezionale qualità e direzione artistica.
Nel 2010 la “Toei Animation” annuncia a un festival di animazione, con un breve trailer, le enormi forze produttive per rilanciare “Capitan Harlock” sul mercato, in particolare quello americano dove però è quasi sconosciuto rispetto a “Starblazers”. Con un investimento di ben 30 milioni di dollari, Harlock diventa un film interamente realizzato in computer grafica scritto dall’autore delle light novel di “Gundam Unicorn”, con supervisione al soggetto di Matsumoto, e pensato per le nuove generazioni. Affidato nella regia a Shinji Aramaki, famoso disegnatore esperto nel design di mezzi meccanici, tra i suoi lavori citiamo “BubbleGum Crash” e “Megazone 23”, nonché regista di ottimi film in animazione digitale, tra cui quelli in cel-shading di “Appleseed”, e del film in computer grafica per l’home video “Starship Troopers – Invasion” da cui sembra riprendere alcuni design delle astronavi, psicologie americanizzate di personaggi ma anche parecchie scene in Harlock.
Dopo qualche altro trailer, che prometteva un adattamento moderno ma rispettoso della serie, ci si ritrova a vedere al cinema qualcosa che per i primi venti minuti funziona, ma poi amareggia chi ha fatto del personaggio un suo mito d’infanzia e lascia indifferente il più sfegatato amante della grafica al computer. Il film realizzato dalla “Marza Animation Planet” che fa per SEGA le animazioni dei filmati dei giochi di Sonic, pur piacevole nel design dell’Arcadia, negli interni della plancia di comando e in qualche personaggio indovinato come Meeme non è al livello di qualità Pixar e non ha quel realismo che si trova ad esempio nei videogiochi della “Quantic Dream” come “Heavy Rain”. Per cercare un nuovo pubblico non basta mettere l’indubbio talento, condito da una grafica al computer che purtroppo invecchierà tra pochi mesi. Bisogna metterci il cuore, una storia che appassioni, come la Toei ha dimostrato in tante sue serie TV tra cui, appunto, “Capitan Harlock”.

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Harlock, nella sua nuova incarnazione al computer, è vestito e si atteggia come un motociclista uscito dalla serie TV “Sons Of Anarchy”. Caratterizzato come un bastardo che vuole distruggere l’umanità solo perché gli fa schifo e accompagnato da personaggi, compreso il povero Yattaran, fatti diventare cool a tutti i costi per un pubblico americano ci si ritrova a vedere la noiosa storia di due fratelli (Harlock fa solo brevi apparizioni, come fosse dato per scontato) che sembrano usciti, come la loro città di cristallo, da scarti di “Final Fantasy” – senza però la fantasia che caratterizza i videogiochi SquareSoft. Con una pedante voce fuori campo e termini incomprensibili pseudo fantascientifici che creano solo sbadigli invece che partecipazione, il film si trascina stancamente verso un finale confuso, noioso e ripetitivo. In Giappone è appena terminata la bellissima serie “Yamato 2199” che riscrive la prima serie classica di Matsumoto. Un gioiello di animazione tradizionale unita ad un uso affascinate della grafica computerizzata, con una sceneggiatura moderna e rispettosa allo stesso tempo che fa rimpiangere tutti i soldi che ha speso la Toei per questo Harlock senza almeno regalarci qualcosa di bello come una nuova serie televisiva.

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Gino Udina
Gino Udina (Milano 1970) è uno scrittore italiano di Fumetti, Graphic Novels e Cinema. Nel 1993, a soli 23 anni, ha creato scritto e coordinato (per quattro anni) il fumetto di 94 pagine mensili in bianco e nero "DEMONHUNTER": la storia di un poliziotto che grazie a una pietra magica, fusa nella sua mano destra, poteva trasformarsi in un cacciatore di demoni (pubblicato dalla Xenia Edizioni). Dopo la chiusura della serie ha cominciato a collaborare con la Sergio Bonelli Editore scrivendo vari episodi di Martin Mystere e Nathan Never mentre coordinava un corso di scrittura creativa per il fumetto (lezioni base) alla scuola creativa "Magnolia Italia" dove ha organizzato anche incontri con autori e mostre di opere originali. Nel 2002 ha creato con Fabio Bono, artista per il mercato francese con titoli come "Confessions d'un Templier" (Soleil) e "Cathares" (Glénat),il fumetto per ragazzi "TAO" storia di un gruppo di avventurieri dello spazio che hanno trovato rifugio sulla Terra difendendo la loro nuova "madre patria" da tutti quelli che vorrebbero conquistarla e sottometterla. Parzialmente pubblicato dal "Messaggero dei Ragazzi" di Padova è ora in corso un adattamento a cartoni animati e una nuova edizione. Mentre collaborava come redattore e traduttore per altri editori ha partecipato nel 2010 all'impresa editoriale dell'editore francese "Editions Physalis" di mettere sul mercato una nuova collana hard boiled e con il disegnatore Salvatore Improda è stata creata "TIGRE BIANCA". Il primo episodio chiamato "L'Organizatsya" è uscito a Settembre 2012 e si tratta di un Polar (poliziesco-noir tipicamente francese) ambientato nel mondo della malavita russa. Ha anche scritto un film horror per il mercato americano dal titolo "HELLINGER", sponsorizzato dalla Troma Entertainment e disponibile sui negozi Amazon. Adesso sta scrivendo la conclusione di Tigre Bianca, un libro per ragazzi che uscirà nel 2014.

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