Talking Heads – Remain in Light

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Entrati nel mondo musicale con tre album prodotti in veloce serie uno dopo l’altro, accolti favorevolmente da critica e pubblico, per i Talking Heads la scelta migliore poteva essere la continuazione del loro sound innovativo e sorprendente, supportato anche dall’inconfondibile voce di David Byrne; invece il gruppo decise di virare sulla fusione di poliritmie africane, funk ed elettronica, lasciando poco spazio al pop-rock degli esordi, anch’esso velato di ritmi africani ma non in maniera significativa. Probabilmente fu un rischio ma Remain in Light, sapientemente guidato nella produzione da Brian Eno (già alla sua terza collaborazione con Byrne & Co), risulta un capolavoro, una pietra miliare della new wave e un disco di assoluta qualità, giudicato opera “definitiva” della loro musica d’avanguardia, considerata tale fin dagli esordi di Talking Heads:77.

Basato tutto sul concetto di ritmo e di sperimentazione sonora (Brian Eno docet), le percussioni ripetute e ossessive, la velocità dei brani e la fusione di differenti generi musicali fanno di questo disco un incredibile mix di sensazioni di movimento e di riflessione sui testi, anch’essi ricercati e legati alla cultura africana. Come ebbe a dire un critico musicale del tempo, Remain in Light è un disco che fa ballare e pensare, pensare e ballare.

Il meraviglioso incipit dell’album, Born Under Punches (The Heat Goes On), ci porta subito in una caotica dimensione di suoni, ritmi e variazioni funky che stordisce: non capiamo bene che cosa stia succedendo, ma lo troviamo irresistibile. Le successive Crosseyed and Painless e The Great Curve proseguono con le sorprendenti sonorità e l’ossessiva base ritmica, aggiungendo, soprattutto nell’ultima, sovrapposizioni vocali d’impeccabile fattura.
Il lato B si apre con quelli che sono stati i singoli distribuiti all’uscita. Pur restando fedele al motivo trainante dell’album – il ritmo e le fusioni musicali -, si percepisce un ritorno al più composto pop-rock dei precedenti lavori, con variazioni meno incisive all’interno dei brani, ma presenti tra l’uno e l’altro: c’è un susseguirsi di funky e pop in Once in a lifetime, uno spostamento marcato al reggae in Houses in motion, l’elettronica che spicca più decisamente in Seen and not seen e Listening wind, fino alla ballata dark finale, The Overload, in cui sembra che i Talking Heads si riposino, un sigillo dark dopo averci regalato 40 minuti di pura rivoluzione musicale, a godere di movimento e di ascolto.

Nel veloce incidere di ritmi differenti e martellanti, la voce di Byrne si adatta splendidamente a ogni passaggio e cambiamento, unitamente alla sua poliedrica capacità creativa e al suo genio musicale. La riprova di quanto importante e geniale sia stato il suo apporto alla musica degli anni Ottanta, povera di contenuti qualitativi rispetto ad altri periodi, si avrà con i suoi successivi lavori solisti e in produzioni con altri artisti.

È doveroso ricordare che Remain in light è un disco che si avvale di alcune collaborazioni eccellenti: oltre al già citato Brian Eno, spicca la chitarra di Adrian Belew, l’enfant prodige che ha ridato smalto ai King Crimson (nel precedente Fear of Music i Talking Heads si avvalsero della chitarra dell’altro gigante del gruppo, Robert Fripp); poi Nona Hendrix alla voce, Robert Palmer e Josè Rossy alle percussioni e John Hassell ai fiati. Forse è anche questo che rende Remain in light un fantastico disco ma, se si valuta il computo totale della produzione dei Talking Heads, è chiaro che il genio di David Byrne è il riferimento principale che fa di quest’album un capolavoro assoluto della musica moderna.

Remain in light è senza dubbio una pietra miliare della new wave, un album senza tempo, da avere e da ascoltare spesso. E volentieri.

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