Rush – Clockworks Angels

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Il canto del cigno dei Rush

È triste recensire quest’album, un po’ perché era già noto il ritiro dalle scene del batterista Neil Peart, ma soprattutto per la sua morte, avvenuta pochi anni dopo, che ha definitivamente sancito la fine di questa meravigliosa rock band. Non ascolteremo più dischi prodotti dal trio Lee, Lifeson, Peart e sappiamo bene che, se anche quella chitarra e quel basso produrranno ancora musica, non sarà più la stessa cosa. Clockwork Angels è così il canto del cigno dei Rush, una delle band più significative della scena Prog rock mondiale. Già dalla copertina un indizio lo avevano dato, con quelle lancette che segnano le 21:12, richiamando lo storico 2112, sicuramente il loro miglior prodotto, quello che li ha fatti uscire dall’influenza zeppeliniana e ha dato il via alla musica totalmente targata Rush, come a evidenziare l’inizio e la fine.

Considerati una cult band nell’ambito rock, i Rush hanno sempre saputo variare nel tempo la loro musica, rinnovandosi e innovando, senza mai cadere nel banale, sostenuti da una rara capacità tecnica e da una splendida inventiva. Anche con Clockwork Angels, terzo disco di una serie che li ha riportati a un hard rock più incisivo dopo il periodo shynt-driven degli anni Ottanta e il rock melodico degli anni Novanta, danno alla luce qualcosa di nuovo: il loro primo album totalmente concept (2112 e Hemispheres lo erano solo in parte).
I testi, scritti come sempre dal compianto Peart, raccontano la storia di un ragazzo che intraprende un viaggio seguendo i propri sogni, in un mondo di ambientazione steampunk, accompagnato da un Orologiaio che gli scandisce il tempo di ogni azione; storia che sarà poi la base del romanzo omonimo di Kevin J. Anderson (oltre che di un graphic novel e di un’antologia di racconti, ambedue curate dallo stesso Anderson).

Dopo il metallo pesante di Vapor Trails e il rock più diretto e leggero di Snakes and Arrows, che come questo era prodotto da Nick Raskulinecz, Clockwork Angels appare un disco musicalmente più complesso e potente, con sprazzi di ritorno al Progressive, caratterizzato da splendide e repentine variazioni all’interno dello stesso brano. La sezione ritmica dà un’energia incredibile ai pezzi più spinti, ma anche una presenza imprescindibile alle parti più melodiche, con la chitarra di Alex Lifeson (ancora una volta più incisiva dopo il periodo “povero” delle decadi precedenti) a tappare tutti i buchi senza mai lasciare un attimo di respiro all’incedere dei passaggi musicali.

Il brano di apertura, Caravan, coinvolge da subito e ci fa capire che l’album richiederà un ascolto senza soluzione di continuità. Nel brano seguente, BU2B, Geddy Lee e Lifeson sfoderano un riff comune che fa sobbalzare sulla poltrona. Ma è con la title track che si viene catapultati nel mondo Rush, in un susseguirsi di differenti atmosfere sostenute dal meraviglioso basso di Lee, potente e tecnicamente complesso come vorrebbero sempre sentirlo i suoi fan. Il tutto sostenuto dalla ritmica di Neil Peart, come sempre ad altissimi livelli: d’altra parte non a caso è considerato uno dei migliori batteristi della storia del rock, e in questo disco c’è tanto di Peart.
Seguono The Anarchist e Carnies, altrettanto dinamiche e complesse, entrambe con cambi di registro che, se non fossero di durata “normale”, sarebbero da considerare vere e proprie suite, fino ad arrivare alla prima pausa melodica con Halo Effect, un brano quasi acustico che ricorda alcuni passaggi già usati in Snakes and Arrows. Qui si nota come la voce di Lee si sia nel tempo tranquillizzata e sia tecnicamente migliorata, ben lontana dai primordiali tentativi d’imitazione di Robert Plant.
Si riprende energia con Seven cities of Gold, pezzo di chiara ispirazione grunge, per arrivare al brano più rappresentativo, quell’Headlong Flight il cui testo dà il secondo indizio di essere parte dell’ultima opera dei Rush: testo immerso in un insieme in cui basso e chitarra picchiano molto duro ma, al contempo, esprimono in toto la capacità tecnica e la voglia di fare musica, con la batteria di Peart che rasenta la perfezione.
Dopo questo esaltante momento il disco chiude con brani più calmi, BU2B2 e la quasi ballad Wish Them Well, per finire con l’incantevole The Garden, brano lento (cosa rarissima per i Rush) con accompagnamento di archi (nel Clockwork Angels Tour i Rush ne avranno sul palco otto) che è diventato uno dei pezzi più identificativi dell’intera carriera del gruppo, e non solo perché è il loro definitivo passo d’addio.

Un disco, Clockwork Angels, che forse non è un capolavoro, ma decisamente gli si avvicina molto ed è da considerare secondo in qualità solo a 2112 e Permanent Waves, anche se con loro è inutile fare paragoni col passato.

L’addio dei Rush è ancora una volta un prodotto importante, pieno di variazioni e di eccelsa qualità musicale in cui i tre componenti danno il loro meglio. Un disco in cui ritroviamo tutte le aspettative che tipicamente precedono l’uscita di un loro lavoro e che non delude, facendo apparire il gruppo come se fosse al suo debutto con ancora molto da dare. Purtroppo è invece la chiusura della carriera di una band formidabile, composta da tre musicisti eccezionali, che ha ispirato e ancora ispira tanti musicisti.

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Fiorenzo Dioni
Fiorenzo Dioni, nato a Brescia il 5 dicembre 1963, vive a Castel Mella e scrive da sempre per passione. Ha pubblicato “Porte” (2012), composto da tre racconti lunghi, “Riflessi” (2013), in collaborazione con la fotografa Raffaella Tagliaferri, in cui si confrontano immagini e parole, e la raccolta di racconti “L’uomo in scatola” (Calibano, 2019). Ha collaborato come recensore alle riviste “NB” e “Dentro Brescia”.

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