Roger Waters – Amused to Death

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Che cosa potrebbe dedurre un antropologo alieno se osservasse dalla sua posizione il lento declino della nostra civiltà? L’unica spiegazione che troverebbe possibile è che ci siamo divertiti a morte. Questa è la sconfortante tesi della titletrack, ultima traccia di un concept album che rappresenta il momento più alto della produzione solista di Roger Waters: un disco che, nonostante si avvicini al trentesimo compleanno, resta quanto mai attuale nel descrivere l’eccesso di spettacolarizzazione, il degrado morale, l’economia selvaggia, il consumismo che ben sono presenti nel nostro mondo, ieri come oggi.

Waters intese questo album come atto conclusivo di una trilogia che comprende The Dark Side of the Moon e The Wall, scritti con i Pink Floyd, ed è infatti chiaro come i concetti espressi in quei due dischi siano qui ripresentati e messi in scena nella successione dei brani, ognuno dei quali rappresenta un pezzo di potente denuncia sociale.
Come spesso accade a Waters, lo spunto per realizzare questo lavoro è dato da un conflitto, in questo caso sia dalla seconda guerra del Golfo che dalla repressione di Piazza Tienanmen. Il disco prende l’avvio con le parole di un fuciliere scampato a una delle più grandi battaglie della Prima Guerra Mondiale per poi presentarci il prototipo di animale umano scelto questa volta dall’artista, dopo pecore, cani e maiali: una scimmia con un telecomando in mano. Quest’uomo, questa scimmia evoluta, è incapace di un pensiero proprio o di provare emozioni se non veicolati attraverso la televisione, cui resta spasmodicamente attaccato: il telecomando è il suo unico contatto con la realtà ed è la tv che ne modella i gusti e le necessità. In particolare Waters dipinge magistralmente, con i testi ma anche con i vari inserti vocali (presentatori, predicatori, bambini, etc.) presenti lungo tutto l’arco del disco, la spettacolarizzazione del dolore e della violenza, la cui visione diventa per molti l’unico modo di provare emozioni se non, addirittura, un diversivo alla stregua di un videogioco; emblematici, da questo punto di vista, sono i pezzi Too Much Rope, Late Home Tonight e Watching TV.
Non mancano le considerazioni sul fanatismo religioso, altro tema caro a Waters, anche e soprattutto quando collegato a interessi economici e a forme esasperate di consumismo, come denunciano le tre lunghe parti in cui è divisa What God Wants. Davanti a tutta questa carrellata di atrocità, aberrazioni, soprusi e meschinità varie, la scimmia (uomo) non può fare nient’altro che continuare a guardare la televisione, cambiando in continuazione canale per soddisfare la sua voracità (benché abulica) di emozioni, in un falso divertimento che lo porta con tutta la civiltà alla fine raccontata nel brano finale, Amused to Death, appunto.

Il messaggio è chiaro, e i trent’anni che sono passati da allora ce ne hanno dato conferma in molti aspetti; ma ciò che rende il disco ancora pregnante è il fatto che, se sostituiamo quella TV imperante nel 1992 con i media odierni, le canzoni paiono essere state scritte per parlare del nostro presente.
Non le ho menzionate tutte, ma non ci sono tracce deboli in questo disco, che presenta un’unità musicale e testuale da vero concept album. Waters si avvale, come al solito, di musicisti di grande talento, fra i quali spicca il chitarrista Jeff Beck, capace di ricamare assoli e armonie di grande impatto in buona parte dei brani.

Nella recente rimasterizzazione del 2013 si può apprezzare meglio il lavoro di arrangiamento e produzione che, assieme a testi di grande potenza come non se ne ascoltavano dai tempi dei Pink Floyd di Animals, contribuiscono a confezionare un disco che resiste al tempo sia per i temi che per la musica.


Nota – Fra i molti musicisti coinvolti, oltre a Jeff Beck meritano una menzione Patrick Leonard (tastiere, programmazioni, piano, Hammond, sintetizzatori e arrangiamento cori), Randy Jackson (Basso), Andy Fiarweather-Low (chitarra e voce), Steve Lukather (chitarra elettrica), Jeff Porcato (batteria), John Patitucci (basso), Katie Kissoon (cori), P.P. Arnold (voce) e Rita Coolidge (voce).

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