I Pink Floyd in tre dischi

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Il percorso classico del fan floydiano inizia con lo scoprire qualche pezzo arcinoto, generalmente da The Wall o Whish You Were Here, per poi scoprire i grandi album degli anni Settanta, la storia del gruppo e delle liti fra i membri e, infine, gli album dell’era Gilmour. Col tempo, poi, c’è chi si accosta ai dischi pre-1973, alla pazzia di Syd Barrett e al mondo stralunato dell’epoca psichedelica. Quando gli anni di ascolto incominciano ad accumularsi (per me sono da poco passati i trenta, con frequenza pressoché giornaliera) ogni nota e ogni silenzio sono ormai talmente conosciuti e si è talmente compenetrati nella musica da intravedere le trame di un filo comune che percorre tutta la cinquantennale storia di una delle più grandi rock band di sempre, un filo che resiste alle ere del gruppo e che rimane nonostante tutta la sua travagliata storia.
Ma se volessimo riassumere i capisaldi dell’esperienza Pink Floyd in tre dischi? Facile dire The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here e The Wall, oppure citare gli album fino al 1970. Invece vorrei proporre un percorso alternativo, con tre dischi che mettano in luce altrettanti aspetti fondamentali della band: la forma musicale, la significatività dei testi e le relazioni umane conflittuali che hanno caratterizzato la loro storia; questi sono poi, alla fine, gli argomenti su cui si dibatte nei forum o nelle riviste di settore.

La musica

I Pink Floyd degli esordi potrebbero sembrare musicisti improvvisati in grado di produrre solamente pezzi dissonanti e poco digeribili: in parte è vero, ma il primo periodo di attività, immediatamente dopo la dipartita di Barrett fino all’uscita di Meddle (1971), se visto nel suo insieme, appare come una lunga (e fruttuosa) scalata verso la perfezione sonora e musicale, con un sound sempre più definito e inimitabile e ancora oggi fonte inesauribile d’ispirazione.
In studio i Floyd affinano le capacità compositive e, allo stesso tempo, le competenze in termini di produzione e registrazione dei dischi, ma è dal vivo che i pezzi, espansi, rimaneggiati e portati a durate inconsuete, assumono la loro dimensione completa e offrono la migliore esperienza di ascolto.

Il primo disco chiamato a rappresentare il picco della creatività musicale non può quindi che essere la registrazione di un concerto, anche se molto particolare: Live At Pompeii (1972), colonna sonora dell’omonimo film-documentario da sempre reperibile anche come audio nei vari bootleg e ora anche in versione ufficiale nel box Early Years.
Ascoltando i pezzi del disco, anche senza guardare il video, lasciamoci trasportare dai suoni eterei ed espansi in tutte le direzioni di A saucerful of secrets ed Echoes, che delineano indelebilmente il sound del gruppo e regalano all’ascoltatore un’esperienza di immersione sonora cui le stesse tracce, in studio, riescono difficilmente ad avvicinarsi; lo stesso vale per gli altri brani, in primis Careful with that axe, Eugene, qui in quella che può ritenersi la sua forma definitiva. La musica in questo disco è la padrona assoluta: ci guida dalle origini del gruppo fino alla sua massima espressione sonora (Echoes, appunto) a sancire la forma definitiva del Floyd sound. Gli album successivi seguiranno questo solco sonoro, magari esplorando deviazioni anche estreme ma rimanendo, tuttavia, ancorati alla stessa essenza.
Live at Pompeii, inoltre, esce in un momento che segna un importante spartiacque nella storia del gruppo, con l’affermarsi di Roger Waters quale principale guida creativa della band.

I testi

Ciò che è riconosciuto ai Floyd dell’era Waters è senza dubbio la profondità delle liriche e dei temi affrontati, frutto di una mente tormentata e arrabbiata che ha partorito i grandi album degli anni Settanta, e proprio in questo periodo troviamo il secondo disco, Animals (1977): generalmente è il meno considerato fra i quattro grandi concept album del periodo, ma ritengo sia quello che più di tutti rappresenta il picco del lirismo e della capacità di affrontare tematiche sociali per mezzo della forma musicale. Un album che in un attimo toglie ogni potenza e spazza via la protesta del punk, nata anche con le magliette Io odio i Pink Floyd: ecco, i Pink Floyd possono odiare molto di più, con i loro testi, di qualunque punk band urlante; e lo possono fare mantenendo la qualità musicale ai massimi livelli.
Qualche magazine li ribattezza addirittura Punk Floyd.
In Animals troviamo la veemenza del pensiero di Waters che ci prepara una critica sociale potente e immaginifica, i cui echi si troveranno in tutta la produzione successiva del gruppo e dei singoli musicisti. I messaggi e il lavoro visuale che li accompagna sono azzeccati a tal punto che persino Algie, il famoso maiale gonfiabile che ancora oggi si aggira sulle teste degli spettatori ai concerti di Waters, fu oggetto di aspra disputa legale. E la musica non è da meno, benché a un ascolto frettoloso possa apparire più scarna rispetto a tutto il resto della produzione. In realtà è splendidamente commisurata alle parole.

I conflitti

Dopo Animals arriveranno ancora grandi successi, qualche passo incerto, le liti infinite, le rinascite: alla fine di questa lunga storia ecco il terzo album, The Endless River (2014), un disco ancora oggi poco capito, soprattutto per partito preso. Ma dentro queste tracce troviamo il riassunto di tutta la storia della band: troviamo la musica, perché abilmente incastonati nello scorrere dell’album ci sono tutti i passaggi sonori caratteristici dei Floyd da Barrett e The Piper at the Gates of Dawn fino a The division bell, nessuno escluso tranne, forse, proprio Animals.
Ma non c’è solo la musica: ci sono anche le parole, poche, di Louder than words che brevemente e con semplicità ci raccontano la storia dei Floyd, come è andata fra di loro, dove ha funzionato e dove invece ha fallito. E c’è il lato romantico, forse inaspettato da persone tanto litigiose fra loro ma che, leggendo le interviste rilasciate negli anni, si poteva comunque cogliere e che qui è esplicitato come un omaggio a Richard Wright quale vero collante musicale del gruppo.
The Endless River è album da ascoltare più volte in modo da riuscire a cogliere i molti richiami al passato, possibilmente con un atteggiamento libero da fanatismo verso l’uno e l’altro membro della band, e senza dubbio si arriverà a comprendere come questo disco sia qualcosa ben di più di un semplice episodio commerciale all’interno di una discografia memorabile.

 

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