Nick Drake – Pink Moon

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Mi capita spesso di associare una canzone, un artista o un album a una persona; Pink Moon di Nick Drake è certamente uno di quelli. È oltremodo incredibile pensare che la persona in questione, senza conoscermi, mi abbia regalato questo ascolto un sabato di fine ottobre, in un autunno soprattutto interiore.

Terzo e ultimo disco in studio del cantautore inglese Nick Drake, all’epoca ventiquattrenne, Pink Moon è un album essenziale, privo di orpelli, plasmato unicamente dalla voce e dalla chitarra in accordatura non standard, e da un breve solo di pianoforte sovrainciso nella title track: è Drake allo stato puro. Frutto probabilmente di un’urgenza, fu registrato in due sole notti, alla presenza esclusivamente del tecnico del suono e produttore John Wood.
Pubblicato nel 1972, è composto da undici tracce, che scorrono veloci come la sua breve vita, scalfita dalla depressione, che lo porterà al gesto estremo di zittire il suo male con un quantitativo eccessivo di antidepressivi.

Saw it written and I saw it say / Pink moon is on its way afferma Nick Drake nel brano di apertura che dà il titolo al disco, annunciando l’arrivo imminente della “luna rosa”, presagio di qualcosa di nefasto, come la luna rossa delle eclissi, nei millenni associata a eventi catastrofici e apocalittici.
In antitesi rispetto ai testi e all’inquietudine della sua anima, la musica e la voce suonano catartiche lungo tutto l’album, trasmettendo una serenità idilliaca, solo a tratti malinconica.
Nella successiva Place to Be emerge chiaro il contrasto tra un passato luminoso, pieno di energia e spensierato, e un presente cupo, fragile e precario, costretto a scontrarsi con la verità. Il linguaggio di Drake è metaforico e fa ampio utilizzo di immagini cromatiche e riferimenti al mondo naturale, come la collina, i fiori, il sole e il mare, che testimoniano il legame del cantautore-poeta con il mondo rurale della sua infanzia.
In Road il confronto si fa più enigmatico e, mediante la dicotomia sole-luna, contrappone l’“I” al “You”, con cui tanto fatica a relazionarsi, a partire dai rari concerti in cui, sopraffatto dalla sua timidezza, teme il confronto con il pubblico.
In Which Will su un’agile melodia si rincorre una serie di incalzanti domande rivolte all’ascoltatore, ma in primis a se stesso, sui valori, i punti saldi, le persone e le cose che ci fanno brillare e per le quali vale ancora la pena lottare.
Questi interrogativi continuano a fluttuare irrisolti nel breve pezzo strumentale che segue, Horn, che, con poche note crepuscolari, riesce a dare colore a un sentimento di malinconia, che rapido svanisce come un tramonto all’orizzonte.
Things Behind the Sun chiude il lato A con colori più cupi rispetto alle precedenti, ma allo stesso tempo suona maggiormente affascinante nel gioco di incastro tra la voce, sempre così tenue, e un fingerstyle chiaramente scandito dal suo pedale. Anche qui numerosi dualismi, strutturati a chiasmo, come live on the floor versus fly e sun versus rain, quelle intemperie cui la sua mente tormentata lo espone (And the movement in your brain / sends you out into the rain). La musica stessa sembra dipingere quel cielo che, da coperto, a tratti schiarisce nel passaggio dal minore al maggiore.
Know scorre veloce e in quattro versi compendia tutto il suo dissidio interiore e un distacco dalla realtà che è sempre più incolmabile.
Parasite è il punto più basso, dove si tocca il fondo: Take a look you may see me on the ground / For I am the parasite of this town. La melodia ci culla in una dimensione di inadeguatezza e profonda solitudine, dove regna l’indifferenza di una società che è sorda ai problemi delle persone, e della quale Nick si sente solo un inutile parassita, in prima persona incapace di salvare gli altri, perché bisognoso lui stesso di un appiglio alla vita.
Free Ride è quanto mai ermetica; sembra che l’autore voglia rivolgersi direttamente alla morte, alla quale chiede un passaggio omaggio verso l’altra dimensione. Questo a fronte soprattutto della successiva Harvest Breed, che non può che constatare il rapido declino e una fine preannunciata. Ancora una volta musica e parole risultano dissonanti: tanto primaverile la prima, quanto autunnali le seconde.
Niente più stagioni di passaggio, di drastico cambiamento: la conclusiva From the Morning è estate, una nuova consapevolezza, che coglie la bellezza tanto del giorno quanto della notte, dei momenti gioiosi quanto di quelli più tristi; tutto merita di essere vissuto, quindi go play the game that you learnt / From the morning, quando eri bambino e tutto splendeva di stupore.

Dispiace che Nick Drake quell’estate sia riuscito solo a scorgerla, grazie alla musica, e non a viverla, però certamente il suo tiepido abbraccio ha scaldato più di qualche inverno. Il mio sicuramente.

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Francesca Pavanel
Francesca Pavanel frequenta il Liceo Scientifico, dannato complice del fiorire di numerose passioni, coltivate per evadere dall’aridità degli studi. Sulle note di "Altrove" getta, incerta, il seme a Milano, dalla provincia friulana che, nel suo immobilismo, piovosa, rende fertili curiosità e fantasia, libere di crescere su orizzonti privi di impedimenti. Design della Comunicazione un lustro, continua la ricerca del terreno giusto.

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