Miles Davis – Seven Steps To Heaven

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New York. In un locale jazz stanno suonando degli standard.  Due amanti ballano un dolce lento, immersi in una foschia fumosa e senza tempo. Le note di Basin street blues aprono Seven steps to heaven, l’ottavo disco di Miles Davis, e nella mia mente compare questa immagine. Tutto a un tratto, il solo di piano e lo scintillio improvviso del piatto stravolgono la scena: un ampio stradone nel nulla della campagna americana, irraggiato dalla luce piena di mezzogiorno. Un’auto rossa senza tettuccio lo percorre decisa. I capelli della coppia a bordo sono piacevolmente mossi dal vento gentile. Ma è solo un istante: in un attimo la tromba di Miles Davis ci fa ripiombare nell’oscuro club. Non c’è più nessuno e i musicisti stanno smontando l’attrezzatura. Sembra già tutto finito; e invece è solo l’inizio.

E che inizio! Segue la title-track, Seven steps to heaven. È la vera perla di questo album e tra i fast-tempo più musicali e divertenti di tutto il repertorio jazzistico. Sarò forse di parte. Fu infatti il primo brano jazz a entusiasmarmi sul serio. Un pezzo asciutto e nervoso, con note fresche e dai colori sgargianti.

Seven steps to heaven è un disco che parla per immagini; un ritratto di suoni talvolta dolci, talvolta isterici, come la tromba di Miles Davis. A tal proposito è molto interessante il confronto tra le due versioni di So near, so far, che troviamo nella riedizione del 2005. L’unica incisione presente nel disco originale vede due mostri sacri come Herbie Hancock e Tony Williams rispettivamente al piano e alla batteria, e ha un respiro largo e disteso. Qui, sul tema, la tromba di Davis e il sax di George Coleman si rincorrono leggiadri e si sovrappongono. Nella versione aggiunta alla riedizione, invece, il piano di Victor Feldman e la batteria di Frank Butler hanno un piglio tagliente e muscolare. È questione di gusti, ma amo la giocosità della versione Hancock-Williams, e la preferisco alla compostezza e seriosità della versione Feldman-Butler. Voglio dire… C’mon, let’s play!

Ma torniamo al disco del ‘63. In I fall in love too easily non servono parole; basta una tromba per esprimere tutta la rassegnazione agrodolce di un cuore che troppo spesso si sorprende a battere per un’altra persona. L’amore, un sentimento tumultuoso e incontrollabile che Miles Davis conosceva bene.

Il tema della sonnacchiosa Baby won’t you please come home, dai tratti di nenia lamentosa, crea un forte contrasto con il brano seguente, Joshua. È un pezzo scritto da Feldman ma eseguito da Hancock, in cui tutta la band ci dà davvero dentro. Di particolare pregio è la performance di Ron Carter. La sua ipnotica linea di contrabbasso lascia a bocca aperta.

L’intero disco vede l’avvicendarsi di Feldman e Hancock al piano, e di Butler e Williams alla batteria. Ed è proprio successivamente a questo album che si formerà il magico quintet Davis – Shorter – Hancock – Carter – Williams. Dal gruppo nasceranno dischi strepitosi, che incarneranno l’evoluzione dello stile di Miles Davis. Il culmine sarà l’avanguardistico Bitches brew del 1970, primo lavoro con una diversa formazione, che farà da apripista alle sonorità fusion di band geniali come i Weather Report e i Return To Forever.

Seven steps to heaven di Miles Davis è l’attestazione fonografica del suo primo incontro con Herbie Hancock e Tony Williams. Rapidi scambi di strette di mano e nice to meet you. Rispondiamo noi, a 53 anni di distanza, che il piacere è tutto nostro.