Lou Reed – Coney Island Baby

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Nella noia dei pensieri, nell’affannosa ricerca di se stessi, nei giorni senza senso la musica può diventare un luogo, una place, una yarda, una taverna. Il musicista si trasforma in oste, servendoti da bere e da mangiare a seconda dei tuoi inesauribili gusti. Ma, se non sei troppo vizioso e non hai grosse pretese, in taverna capita che parli con l’oste e gli dici la classica frase “fai tu!”, che in veneto molto poeticamente diventa “fa ti, fa ben”.
Allora Lou Reed è il tipo cinico e saggio, con la giusta dose di ego attorno a sé, che conosce i tuoi gusti e inizia a ingozzarti di emozioni contrastanti con garbo e gentilezza. Nella sua voce e nei suoi arrangiamenti puoi decidere tu se vedere il passato o il futuro, mentre lui ti accompagna il presente.

Lontano dai grandi classici della fine degli anni Sessanta, quelli con i Velvet Underground, e dall’album forse più conosciuto della sua carriera da solista, Transformer, che sicuramente molti anche fra voi che leggete avranno già abbondantemente “ciucciato”, Coney Island Baby, uscito nel 1976, è una perla lasciata rotolare tra i tombini e il marciapiede.
La città, i suoi quartieri, le sue luci, ma forse più di tutto le sue ombre, sono disegnati con pennellate sotterranee di colori opachi sfumate da luci di disincanto. Stropicciate come carta regalo. Morbide come il panno per pulire gli occhiali nelle giornate nebbiose. Ruvide come i muri vecchi delle case di periferia.

Pochi accordi e incastri incantevoli sono le caratteristiche utili a un ascolto che non chiede né pretende niente di quello che sarebbe giusto.
La sua bocca in Crazy Feeling è sprezzante e storta di pazzia.
Le corde elettriche di She’s My Best Friend, sempre con una leggera curva, stonata come le corde vocali, toccano i viscidi intestini e riempiono lo stomaco di brividi.
Le risate da bar semivuoto in Kicks accartocciano il palco basso dentro l’anima nascosta della città, quella città cruda, col gomito “unto” di alcool sul bancone, la sigaretta perennemente accesa e il coltello sempre pronto in tasca.

Poi bisogna prendere una pausa, staccare un attimo, alzarsi, e girare il disco.
E lui che fa? Ricomincia a elargire elegante cinismo e vanto da cappello.
In A Gift non dona nulla a nessuno, è lui stesso il regalo perfetto per qualsiasi “donna” del mondo.
Poi schizza, come acqua da una canna lunghissima, e ti infradicia di rock & roll con Ooohhh Baby.
In Nobody’s Business ribadisce, con molta calma, che sono solo affari suoi come vivere questa sporca vita.
Infine, con l’ultimo brano, riesce in un’operazione ai limiti della malinconia: Coney Island Baby sembra partorita da un pianto, da una lacrima adulta che è ancora consapevole e desiderosa di sbagliare.

É il 1976, e il punk non è ancora di moda nel Regno Unito, e forse non lo sarà mai veramente negli Stati Uniti. Non ha nulla di punk questo album, tranne forse l’attitudine al rifiuto. I modi sono meno aggressivi del genere dei Sex Pistols, ma matura è la rabbia che amalgama in bocca, e ogni tanto sputa. Si cercherà, e si cerca tuttora, di accelerare per fottere il tempo bastardo e pretenzioso.
Lou Reed no. Lou Reed se ne sbatte, del tempo, e lo usa come vuole: se lo vive e prova a fartelo vivere.

Coney Island Baby, l’album, è un’urbana fluttuazione dei pensieri, uno stato d’animo di assoluta leggerezza nel caos dell’asfalto. E ti s’incastona dentro.


Nota
D’ecccezione la band, scarna ma impeccabile:

Lou Reed: voce e chitarra
Bob Kulick: chitarra
Michael Suchorsky: batteria
Bruce Yaw: basso
Godfrey Diamond: cori e co-produzione

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