L’attitudine meticcia dei Talking Heads

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Here we stand, like an Adam and an Eve
Waterfalls, the Garden of Eden
Two fools in love, so beautiful and strong
The birds in the trees are smiling upon them
From the age of the dinosaurs, cars have run on gasoline
Where, where have they gone?
Now, it’s nothing but flowers
[1]

La voce di David Byrne giganteggia come un magnifico presagio. Come una camminata preistorica. Come un sogno vivo e tangibile che profuma di fiori. Come l’annuncio megafonato della fine. Come  se il cerchio si fosse chiuso e arreso esattamente lì dove era cominciato: nella nuda carne dell’essere umano, spogliata di ogni possesso, armata solo della sua atavica essenza.
(Nothing but) Flowers è, a mio modesto avviso, il capolavoro della band newyorkese che ha coperto di World Music l’intero pianeta: i Talking Heads.

E pensare che proprio loro esordirono con un pezzo completamente immerso negli scleri, nella nevrosi dei tempi moderni, Psycho Killer. Correva l’anno 1977 e il mondo era travolto dal caos del Punk. Le teste parlanti aprivano i concerti dei Ramones e facevano vibrare la loro rabbia con un giro di basso potente e un riff destinato a diventare cult sia nell’ambiente Rock, sia in quella che qualcuno ora chiama New Wave.
In mezzo, nel decennio a cavallo tra la fine degli anni Settanta e quella degli anni Ottanta, le sonorità e i messaggi della band riempiono ogni vuoto, ogni crepa, ogni stanca fantasia musicale.

Ma spesso, si sa, sono gli incontri a dare spessore alle idee.
Quello di David Byrne con Brian Eno è uno di quelli.
Entrambi affascinati dagli strumenti orientali, dai ritmi subsahariani, dallo scuotersi dei corpi in danza nella scena afro-americana, dall’uso sincopato della moderna elettronica.
Nella trilogia che accompagna il sodalizio tra la band e il compositore britannico (More Songs About Buildings and Food, Fear of Music e Remain in Light ) c’è molto di quello che verrà, di lì a poco, in tutto l’Occidente: c’è il ritmo degli anni Ottanta che pulsa attraverso le corde del basso di Tina Weymouth; la batteria di Chris Frantz, spezzata e spesso acida; le note alte, stranamente bianche, della chitarra e della tastiera di Jerry Harrison.
C’è soprattutto la ricerca, da parte di Eno e Byrne, di un suono diverso, includente. Un suono capace di shakerare tecnologia sintetizzata e strumenti primordiali, antichi e per certi versi lontani.
“EtnoFunkPsichedelismo”, l’ha chiamato anni dopo lo stesso Byrne.
Il Punk nell’anima e la Disco in corpo.
Le teste sempre in viaggio.

Capaci di sciogliere il Pop dentro un brodo di tamburi africani e plettrate Funky, i Talking Heads alzano l’asticella dei diritti del Rock&Roll: chi l’ha detto che certe cose non si possono fare? Basta saperle fare con gusto. Se poi, tra esperimenti di poliritmia quartomondista e coraggiose cavalcate Post Punk, subentrano testi mai banali, e anzi spesso ricchi di curiose analisi, si capisce perché siano cosi importanti per la musica Rock ancora adesso.

Lo spazio e il tempo sono in equilibrio, e questa faccenda del dove e del quando sarà sempre al centro dell’attenzione della band.

Piedi per terra e teste per aria. This must be the place.

I tre dischi insieme a Brian Eno serviranno alla band per fare il salto di qualità, per mostrarsi al pubblico con forza. Ma saranno i live estremamente potenti, impattanti, a fare dei Talking Heads delle icone, a farli entrare di diritto nella cerchia dei Fondamentali.

Sul palco sono voraci farfalle, insetti colorati, uccelli pronti per l’accoppiamento.
Il bosco che si creano attorno è dinamico, ricco e interconnesso.
Tra l’80 e l’82 suonano ovunque nel mondo e la band estende i suoi confini tradizionali di gruppo Rock essenziale. Si aggiungono, tra le innumerevoli collaborazioni, Busta Jones (basso e chitarra), Nona Hendryx (cori), Bernie Worrel  (tastiere), Robert Palmer (percussioni), Adrian Belew (sintetizzatore Roland) e Jon Hassel (tromba).

Il massimo è Stop Making Sense, live del 1983 trasformato in film l’anno seguente.
David è un animale da palcoscenico: Veste con stravaganza una giacca di almeno tre taglie più grandi, entra nella scena, solo, con la chitarra acustica e una radio a cassette che inizia a suonare le note di Psycho Killer, e mano a mano che lo spettacolo prosegue entrano in scena gli altri componenti, fino a riempire ogni centimetro del palco del Pantages Theatre di Los Angeles con balli e ritmi eclettici e bizzarri.

Se qualcuno deve inizarli solo ora, allora che inizi da questo film. Se qualcun altro crede invece di aver già capito tutto ascoltando la trilogia co.-Brianata e qualche pezzo Pop di Speaking in Tongues, consiglio di mettere la puntina su Naked, forse non più innovativo come gli altri album ma capace di un meticciato palpabile, sincero e tremendamente urgente.


Talking Heads:
David Byrne (Chitarra e Voce)
Tina Weymouth (Basso)
Jerry Harrison (Tastiera e Chitarra)
Chris Frantz (Batteria)


[1] Restiamo qui, come un Adamo e un’Eva
Cascate, il giardino dell’Eden
Due sciocchi innamorati, così belli e forti
Gli uccelli degli alberi gli sorridono
Dall’era dei dinosauri, le auto hanno funzionato a benzina
Dove, dove sono andati?
Ora, non sono altro che fiori

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Mattia Di Carlo
Mattia Di Carlo (1987) è laureato in Scienze Politiche a Padova. Ha condotto il programma “On the road again” su Radio Sherwood. Dal 2018 collabora con la Webzone di Sherwood.it e scrive per GlobalProject.info. Sta realizzando una raccolta di poesie illustrate con la disegnatrice Chiara Marcantonio. Ha suonato nel gruppo folk BuenaMista e sta lavorando ad un progetto musicale, “canzoni da divano”, presso la Underdogs Records di Padova.

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